È in libreria Frontsoldaten di Stephen G. Fritz (ITALIA Storica Edizioni, 2025, pp. 340, € 29,00 con traduzione di Vincenzo Valentini, Edizione italiana a cura di Andrea Lombardi).
Innumerevoli libri e film ritraggono i Landser (soldati tedeschi di prima linea) come automi che reagiscono agli ordini e a un rigido codice militare. In grado di sopportare dolore acuto, fatica e praticamente invincibili.
Ma come milioni di soldati in tutto il mondo, i Landser tedeschi furono segnati dalla tensione della guerra, sperimentando la violenza e lo spargimento di sangue e riflettendo sulle perdite personali. Nel suo studio, Stephen Fritz esamina la vita quotidiana, i pensieri e i sentimenti dei Landser nel mezzo della battaglia.
Quando la Germania attaccò la Polonia nel settembre del 1939, il soldato tedesco medio aveva accumulato una notevole esperienza grazie alla frequentazione della Gioventù Hitleriana o del Servizio Nazionale del Lavoro. Un intenso addestramento fisico e un’esercitazione in stile militare erano principi fondamentali di entrambi i gruppi. Condividere il duro lavoro contribuì a sviluppare il senso di cameratismo. Secondo le testimonianze ci si abituava, soprattutto alla compagnia dei commilitoni, che aiutava a superare le difficoltà.
Con il proseguire della guerra, i Landser furono sottoposti all’enorme tensione del combattimento. I primi giorni della guerra lampo si erano trasformati in combattimenti corpo a corpo per le strade.
Non era una guerra di combattimento aperto, per Fritz, ma di attesa furtiva: una lotta tra piccoli gruppi di uomini, ognuno dei quali cercava di uccidere l’altro prima di essere ucciso a sua volta. I soldati di alcune regioni erano spesso irreggimentati insieme per creare un senso di appartenenza.
Combattendo insieme, i soldati imparavano cosa potessero aspettarsi da sé stessi e dai loro commilitoni. I Landser feriti in combattimento spesso vivevano un periodo di colpa e insoddisfazione, alleviato solo dal ritorno in prima linea dai loro amici.
Stephen Fritz, attualmente professore di storia alla East Tennessee State University, ha esaminato centinaia di lettere, diari e ricordi per creare il suo resoconto dettagliato dei Landser. Molte lettere riflettono in modo toccante sulla morte dei commilitoni sul senso di sventura imminente e sulle violenze perpetrate sulle popolazioni delle nazioni occupate. Privazioni e sofferenze erano all’ordine del giorno. Persino compiti semplici, come mangiare durante i rigidi inverni russi, venivano catturati dai combattenti nei loro scritti.
I resoconti personali di questi soldati, la maggior parte dei quali provenienti dal fronte russo, dove prestò servizio la maggioranza dei fanti tedeschi, dipingono un ritratto ricco di sfumature del “Landser” che illustra la complessità della sua vita quotidiana.
È un libro che non parla solo di guerra, ma di uomini. Un libro per chi vuole conoscere la Seconda guerra mondiale dall’ottica dei soldati. Un’opera che è sia storia militare ma anche un’inchiesta sociologica.
Carlo Tortarolo
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Capitolo 1
La visione dal basso
Immerso nella desolazione innevata del tardo inverno russo, scosso ed esausto dagli orrori delle “ spettrali settimane di battaglie difensive” appena

trascorse, Günter von Scheven, nel marzo del 1942, nonostante tutto esaltò il Landser tedesco.
“Non credo che oggi in Germania alcuna opera d’arte possa eguagliare la prestazione di un semplice soldato, che mantiene la sua posizione sotto un pesante fuoco di sbarramento in una situazione disperata”, scrisse in una accorata lettera al padre.
“Questo soldato sconosciuto grida ancora con innominabile grandezza sul campo di battaglia. […] Anonimo, visto solo da pochi camerati, silenzioso, muore di una morte solitaria, trapassa verso l’inaccessibile, i suoi resti mortali dissolti nell’abisso dell’oriente come se non fosse mai esistito”. Scheven espresse bene il senso di solitudine esistenziale provato da molti di quegli uomini, una disperazione basata sulla paura che il loro fosse un grido silenzioso, senza eco nella vasta landa desolata della guerra. “Da allora i Generali hanno scritto resoconti di questi eventi, individuando catastrofi specifiche e riassumendo in una frase, o in poche righe, le perdite”, osservò amaramente Guy Sajer nella sua autobiografia dal titolo appropriato, The Forgotten Soldier1, “ma non hanno mai, a mia conoscenza, dato sufficiente espressione alla disperazione dei soldati abbandonati a un destino che si vorrebbe risparmiare anche al più miserabile dei bastardi. Non evocano mai le ore e ore di angoscia […] Non nominano mai il semplice soldato, a volte coperto di gloria, a volte battuto e sconfitto […], confuso dal dare la morte e dall’abbrutimento, e più tardi dalla disillusione, quando si rende conto che la vittoria non gli restituirà la libertà.”1
A sud, in Crimea, Alois Dwenger espresse sentimenti simili. “Mi irritano spesso i resoconti vuoti di penne incompetenti”, osservò con disprezzo nel maggio del 1942.
Recentemente ho letto il resoconto di un attacco in cui […] riferivano così tanti dettagli che nel farlo dimenticavano la vita quotidiana della guerra, le azioni dei semplici soldati.
Questi semplici fanti sono, senza dubbio, eroi. Lì, nella sua buca […] giace solo un Landser, e non può tirar fuori il naso senza che glielo fracassino, eppure deve osservare il nemico. Per questo sbircia sempre attentamente fuori dal riparo, in qualsiasi momento un proiettile può colpirlo. I proiettili colpiscono ogni giorno […] scuotendo e facendo zampillare il terreno, il rifugio trema, gli shrapnel fischiano sopra la sua testa. Nelle notti, dove non si vede ma si può solo udire, gli occhi che lacrimano per il continuo fissare, l’immaginazione che lavora febbrilmente, siede avvolto nel suo riparo, intirizzito, ora dopo ora, ascoltando con i nervi tesi. Nell’alba grigia si infila nel rifugio, congelato e stanco morto; è affollato, umido, rumoroso, semibuio; i pidocchi lo tormentano. Credo che il vero eroismo risieda nel sopportare questa terribile vita quotidiana.2
Oltre cinquant’anni dopo, gran parte delle rimostranze di Dwenger riguardo all’abbandono del Landser, o di quello che gli uomini stessi chiamavano più volgarmente lo Schütze Arsch2, è ancora vera. Sebbene il soldato medio sia stato al centro degli eventi in questo secolo di guerre, gli storici si sono tradizionalmente concentrati su questioni “di vertice”: la strategia, la tattica, il processo decisionale e l’organizzazione che, sebbene di innegabile importanza, non costituiscono la totalità della guerra. Da questa prospettiva, il semplice soldato appariva solo come un oggetto, un mero mezzo per ricevere ed eseguire ordini. “Spersonalizzata, la folla anonima che si limita a ricevere ordini compie gli eventi [di questo dramma]”, si lamentava Claus Hansmann nel suo diario. “Un quadro strategico ben lontano dalla tragedia sanguinosa. Cosa c’entra questo con chi sta in cima? Non sente le urla, né il respiro affannoso […] Dovrebbe forse pensare a loro, ai sette che il Dnepr si è portato via, dovrebbe forse calcolare quanta strada hanno fatto ora, quanto sono zuppe le loro uniformi, quanto sono pallidi i loro volti? Dovrebbe forse pensare ai cuori che si spezzano in questo momento, alle madri, alle mogli, ai figli?”.
Non c’è da stupirsi, quindi, che Hansmann bollasse “l’esistenza del soldato [come] un mero giuramento di fedeltà alla morte”. “Il soldato deve avere così tanta fortuna e così spesso”, si lamentava un altro Landser in termini inquietantemente simili. “Giuramento del soldato, gioia del soldato, canti di guerra del soldato, morte del soldato, tutto è una cosa sola!”3.
La guerra, anche la più primitiva, come sottolinea Robin Fox, è sempre stata un atto complicato, intricato e altamente organizzato dell’immaginazione e dell’intelligenza umana, quindi il fascino per le dimensioni “più ampie” della guerra è facilmente comprensibile. Ma come suggerì Lev Tolstoj, la vera realtà della guerra, così come della storia, risiede nella brulicante vita inconscia e collettiva dell’umanità. “Non sono un Ufficiale di Stato Maggiore o un esperto militare che vede la guerra solo attraverso gli occhi di un tattico”, commentò il Landser tedesco Kurt Vogeler nel dicembre 1941, “ma un uomo che ha vissuto la guerra da uomo”. In effetti, come scrisse il Feldmaresciallo Archibald Wavell al famoso storico militare B.H. Liddell Hart, “Se avessi tempo […] per studiare la guerra, penso che mi concentrerei quasi interamente sulle «realtà sul campo della guerra», gli effetti della stanchezza, della fame, della paura, della mancanza di sonno, del tempo […] I principi della strategia e della tattica […] sono assurdamente semplici: sono le realtà sul campo che rendono la guerra così complicata e così difficile, e sono di solito trascurate dagli storici”.4
John Keegan ha ipotizzato più o meno la stessa cosa: che rimangano aree, in gran parte inesplorate dagli storici, in cui la storia sociale e la storia militare si

incontrano. La storia militare “dal basso”, la guerra dal punto di vista del soldato comune, costituisce una di queste aree. Dopotutto, come ha sottolineato Wolfram Wette, le Forze Armate tedesche nella Seconda guerra mondiale comprendevano quasi venti milioni di uomini, di cui meno dell’1% erano Ufficiali in senso stretto (ovvero con il grado di Maggiore o superiore). La larga maggioranza, il 99% della Wehrmacht, non dell’“élite”, era composta da Soldati semplici, Sottufficiali e Ufficiali di grado inferiore. Questi uomini provenivano da contesti sociali, economici ed educativi diversi, ma avevano una cosa in comune: vivevano la guerra dal basso, dove i problemi della vita quotidiana potevano essere spaventosamente concreti. Per comprendere la vera guerra, la guerra dal basso, lo storico deve quindi fornire un volto all’anonimo Landser ed esaminarlo nel suo duplice ruolo di carnefice e vittima. Come carnefici, per convinzione o meno, questi uomini comuni esistevano come parte di una grande macchina distruttiva, pronti e disposti a uccidere e distruggere per raggiungere gli obiettivi di un regime omicida. Nel ruolo di vittime, convivevano quotidianamente con le difficoltà fisiche, i pesi psicologici e le ansie spesso schiaccianti della morte e dell’uccidere che costituiscono la vita quotidiana di tutti i soldati combattenti. Visti dai loro leader politici come strumenti per il raggiungimento degli obiettivi nazisti (l’individuo può anche morire purché il Volk continui a vivere), forse la paura più amaramente ironica del Landser era che avrebbe raggiunto il successo finale morendo da eroe caduto. “Non c’è morte più amara”, scrisse un Landser nel suo diario, “della morte da eroe”. O come si interrogò in un’altra occasione: “ l’ideale di questo mondo è dunque la morte dell’eroe?”.5
Dal passato spesso trasuda una qualità leggendaria, e in nessun luogo ciò è più vero che nell’affrontare l’immensità della Seconda guerra mondiale. Lo storico non può sperare di ricostruire integralmente la vita passata del Landser medio, ma può semplicemente sforzarsi di descrivere il dramma nel modo più preciso possibile in termini di aspirazioni e percezioni umane, assimilare l’esperienza degli altri e distillarla in una prospettiva onesta e ponderata. “Quando oggi guardo le immagini della guerra sulle riviste illustrate”, scrisse un soldato anonimo, “mi accorgo immediatamente che praticamente tutte non rendono affatto il nocciolo della guerra”. “Superficialmente, come appare nei cinegiornali settimanali, la vita del soldato sembra bella e soprattutto romantica”, osservò un altro di questi soldati semplici ai suoi genitori, “ma quanto presto e con quanta rapidità queste illusioni e delusioni scompaiono nella cruda realtà” [della guerra]”.6
Claus Hansmann ha fornito un notevole ritratto della “cruda realtà” del soldato medio.
Sotto la pioggia, le tende ci fissano rigide e mentre ci affrettiamo a scavare nel terreno paludoso. […] Davanti a noi la […] grigia desolazione ci lascia così soli. […] Con i baveri alzati e la testa incassata, due sentinelle vanno avanti e indietro ai loro posti di guardia. […] Il settore rimane ovattato sotto la pressione della nebbia serale […] penetra le nostre uniformi, costantemente, freddamente. In fretta smontiamo le tende e uniamo i teli tenda per coprire il bunker. […] Gettiamo le nostre cose giù nel buco. […] Nell’oscurità cozziamo tra di noi e ci stringiamo l’uno contro l’altro. Qualcuno accende una candela di sego. […] Ben presto mastichiamo pane secco con sempre la stessa carne salata in scatola. […] Siamo così stanchi che non riusciamo a pensare […] La luce rivela i nostri cappotti anneriti dalla pioggia e gli stivali gonfi, deformati dal fango e dalle stoppie. Ci raschiamo […] il fango dai pantaloni e dalle gambe con un coltello. […] Il silenzio ci opprime. Poi, con un sospiro, qualcuno inizia: “Ah, se solo questa dannata fregatura finalmente finisse!”. Lungo le nostre schiene, appoggiate al muro, penetra il freddo della terra. In mezzo al fumo […] un’altra voce che sembra […] stranamente trasformata dall’oscurità: “Se solo potessimo dimenticare per una volta […] tutto […]”
Le parole disegnano ampi cerchi dentro di noi, come pietre che cadono in acque profonde. […] “È sempre la gente comune quella che la paga, in guerra […]”. Il respiro e i sogni confusi diventano più profondi, ci stringiamo l’uno contro l’altro per un po’ di calore. Così restiamo lì, nella nostra miserabile esistenza.7
Lo storico può afferrare questa realtà, disperata o meno, come ha sottolineato Christopher Browning, solo attraverso un’intensa rappresentazione delle esperienze comuni della gente comune. Questo libro non parla quindi di guerra, ma di uomini: i comuni soldati tedeschi della Seconda guerra mondiale. La guerra stessa costituisce lo sfondo e l’ambiente, ma come in ogni grande tragedia il tema è il destino umano e la sofferenza, vissuti da un gruppo di individui, un gruppo legato in uno sforzo comune per sopportare l’insopportabile. Riguarda la paura e il coraggio, il cameratismo e la sofferenza individuale, i sentimenti degli uomini sottoposti a uno stress estremo e le sensazioni uniche che la guerra produce; riguarda la paziente creazione e ricreazione di relazioni dopo una catastrofe e la loro distruzione da parte di un’altra. Non è necessario immedesimarsi in questi uomini per descrivere con precisione ciò che hanno vissuto. Né cercare di comprendere e raccontare le loro percezioni e i loro sentimenti significa assolverli dalla responsabilità o perdonare le loro azioni in una brutale guerra di aggressione. Il quadro che emerge dalle loro osservazioni personali è quindi sottile, complesso e contraddittorio nel suo messaggio: ideologia, interessi personali e percezioni storiche sono sfumati dai tratti della personalità. La guerra ha marchiato in modo indelebile l’uomo in prima linea: “Si ha la sensazione”, rifletteva un certo Landser, “che questo «essere soldato» non finirà mai”. Per l’anonimo soldato, la vera guerra era intensamente personale, tragica ma ironica, una spaventosa raccolta di emozioni, straziante ma a volte magnifica e, soprattutto, profondamente commovente. “C’era la guerra”, ha ricordato Guy Sajer, “e l’ho sposata perché non si poteva fare nient’altro quando ho raggiunto l’età per innamorarmi”.8
Se l’approccio quotidiano a volte sembra impressionistico e non analitico, tocca comunque la nostra capacità di comprendere la realtà sociale e storica, in questo caso di rappresentare e comprendere l’esperienza fondamentale della guerra al suo livello più elementare. Dice anche qualcosa sulla capacità delle astrazioni teoriche con cui necessariamente operano gli storici di cogliere fenomeni umani composti da innumerevoli percezioni e azioni individuali. Dopotutto, non esiste strada migliore per comprendere il comportamento umano che attraverso gli occhi e le orecchie dei reali partecipanti. Le loro osservazioni, i loro sentimenti e i loro orrori sono originali, non annacquati da banali analisi o per mero intrattenimento. Troppo spesso però, gli storici sono così affamati di aspetti analitici ed esplicativi che perdono il contatto con i misteri e le dinamiche degli individui e dei gruppi che costituiscono la storia. Così, il lato autentico e personale della storia, la comprensione dell’animo, dello spirito e del comportamento umano, viene sacrificato in nome di qualche nebulosa congettura o, altrettanto ripugnante, di qualche tentativo di modellare la memoria storica per adattarla a una dottrina ideologica o a un’altra. In entrambi i casi, si rinuncia al personale in favore dell’impersonale e, nel caso della guerra, le uccisioni e i massacri compiuti e subiti dagli esseri umani lasciano il posto all’asettico esercizio intellettuale della valutazione di strategie e tattiche. Poiché il soldato medio è troppo spesso divorato dai grandi eventi della storia, l’approccio alla storia quotidiana ricerca una sensibilità per le tragedie umane intrecciate in questi cataclismi impersonali, ma che sia perspicace e accurata senza diventare stucchevole. Studiando le dure e terribili circostanze affrontate dal soldato anonimo, si può apprendere non solo qualcosa dell’effetto della guerra sullo spirito individuale, ma anche qualcosa della vita: la crudeltà, l’orrore e la paura che svuotano gli uomini interiormente, così come la compassione, il coraggio, lo spirito di cameratismo e la costante resistenza con cui si supera la miseria della vita. Non ultimo dei paradossi della guerra è il fatto che, sebbene la guerra tiri fuori il peggio di noi, esalta anche le nostre migliori qualità. La storia dei Landser non è quindi solo una cronaca del cuore umano in conflitto con sé stesso; contiene anche elementi universali centrali per tutti noi. “Troppe persone imparano a conoscere la guerra senza provare alcun disagio”, si lamentava Guy Sajer. “Leggono di Verdun o Stalingrado senza capire, seduti su una comoda poltrona, con i piedi accanto al fuoco, preparandosi come al solito a occuparsi dei propri affari del giorno dopo. Bisognerebbe davvero leggere questi resoconti per obbligo, scomodi […], in una buca nel fango. Bisognerebbe leggere della guerra nelle peggiori circostanze, quando tutto va male. […] Bisognerebbe leggere della guerra in piedi, a tarda notte, quando si è stanchi”. La realtà della guerra continuerà a rimanere in gran parte irraggiungibile a coloro che non l’hanno vissuta in prima persona, ma imparando qualcosa dall’anonimo soldato, potranno almeno intravedere la piena dimensione della guerra, con tutta la sua complessa e ambivalente gamma di emozioni. “L’essenza del mio compito”, sosteneva Sajer scrivendo le sue memorie, era “risuscitare, con tutta l’intensità che potevo evocare, quelle grida lontane provenienti dal macello”.
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1 Il libro, uscito in francese nel 1965 con il titolo Le soldat oublié (tr. it. Il soldato dimenticato), ebbe un considerevole successo e fu tradotto in 38 lingue. In seguito, alcuni storici militari hanno messo in dubbio l’autenticità dell’esperienza di guerra dello scrittore e fumettista alsaziano Guy Sajer, pseudonimo di Guy Mouminoux (1927-2022), basandosi su alcuni dettagli del testo, ma il consenso finale tra la maggior parte degli storici e dei veterani tedeschi della Divisione “Grossdeutschland” nella quale asserì di aver servito è che l’autore abbia effettivamente combattuto sul fronte russo, descrivendo la sua esperienza con l’intenzione di mettere in primo piano le sue emozione interiori più che di scrivere un libro di riferimento storico-militare, NdC.
2 Tradotto letteralmente: “il Soldato Culo”, con “Culo” usato come nome proprio a sottolineare la totale mancanza di importanza del soggetto. Il termine è anche usato in esteso nella frase idiomatica tedesca “Schütze Arsch im letzte Link”, traducibile come “l’ultimo anello della catena”, NdC.