STEVENSON MAI SENTITO

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Era agosto quando scoprii, per caso, in una stradina di un piccolo paesino del Sussex, una curiosa libreria dell’usato. Annusando salsedine e colla, proprio nell’angolo sotto le scale, lo sguardo cadde sulla lettera esse. Stevenson, lessi, e tra i dorsalini cartonati in stoffa l’occhio cadde su un testo che non ricordavo di conoscere. St Yves, c’era scritto in caratteri dorati, Tusitala edition, sottotitolo: Le avventure di un prigioniero francese in Inghilterra, vol XV. III edizione, 1925. Mi apparve la prefazione firmata F. V. de G. S., ossia Fanny Van de Grift Osbourne, moglie di Stevenson. Non fu per il romanzo in sé, poco conosciuto in Italia, scritto negli ultimi anni della sua tormentata vita e completato da Lloyd Osbourne, figlio del primo matrimonio di Fanny, che lo comprai; ma per una piccola partitura musicale che la moglie asseriva era stata scritta proprio dal suo famoso marito, intitolata Le notti di Vailima (l’isola polinesiana scelta dalla famiglia Stevenson per viverci). Fanny spiegava che il marito era stato ispirato dal suono degli uccelli notturni e che anche in gioventù si era dilettato a comporre musica. Suonava lo zufolo, sdraiato sul letto, sempre afflitto dalla sua salute cagionevole, attento a non prendere correnti d’aria, metodico nello scrivere i suoi romanzi quanto mutevole nel dedicarsi alla musica. Pareva quasi una semplice distrazione dalle fatiche letterarie che Stevenson aveva intrapreso quasi come un ripiego forzato, non potendo assecondare la sua aspirazione ad intraprendere la carriera militare. Ma allora chi era veramente Stevenson? Lo chiamavano il ‘grande saggio’ e la casa di Vailima la ‘casa della saggezza’, dove vi era un uomo bianco e giusto che suonava lo zufolo tra una dettatura e l’altra. Racconta la sua figliastra, Isobelle Osbourne, alla quale dettava (alternandosi con il fratello Lloyd) contemporaneamente i suoi ultimi due romanzi St. Yves e Weir di Hermiston: “Louis quando non era in sella al suo cavallo Jack… era in studio… forse intento a scrivere una nuova storia… o a scrivere la seconda parte dell’ Adeste Fideles per flauto o facendo tintinnare i tasti del piano … o emettendo qualche nota con il flauto. Dicevo sempre: se Louis fosse stato un musicista come sarebbe stato divertente scrivere per lui!…” (Isobelle Osborne, This life I’ve loved, 1912). La qualità delle sue esecuzioni rientava nel puro esercizio amatoriale, e a voler guardare solo lo spartito trovato nella prefazione, l’ispirazione compositiva pareva riprendere esclusivamente i temi della natura che amava e rispettava, ma grande fu la mia sorpresa quando, facendo altre ricerche, trovai che presso la Yale University Beinecke Rare Books & Manuscript Library, da qualche anno, era stato intrapreso un progetto per l’esecuzione delle musiche complete di Robert Louis Stevenson, diretto da J.F.M. Russell. Il progetto raccoglie ben 120 brevi spartiti di musiche composte da Stevenson e raccolte attraverso un lungo lavoro di cernita sulle lettere, i saggi e gli interventi dello scrittore americano. Amava Schubert, in gioventù seguiva tutti i concerti che poteva, e arrangiò le melodie che più gli piacevano (ad esempio sulle musiche di Robert Burns, The winter is past o Stürmische Morgen di Schubert) ma scrisse anche di sua mano Abelardy links, La Chanson di Marie, Stormy evening, Country Dance, Sul margine e tante altre. Si trattava di brevissime composizioni ritrovate nelle sue lettere, e l’unico spartito che pubblicò ufficialmente fu proprio quello ritrovato nella prefazione della moglie in un libro dimenticato tra gli scaffali di una piccola libreria del Sussex.
Liliana Monfregola
 
 
PREFAZIONE A ST. YVES DI MRS R. L. STEVENSON (FANNY VAN DE GRIFT OSBOURNE)
La residenza di Vailima fu erroneamente descritta da alcuni come un palazzo dove il signorotto sedeva sul trono tra orde di ossequiosi vassalli, da altri come una specie di sordido e misero luogo nella giungla, dove il cibo era scarso e la povertà consumava i gomiti dell’affaticato romanziere sospingendolo di continuo nella morsa della febbre. Nè l’uno né l’altro era vero. La casa di Vailima era una vasta e modesta costruzione in legno, con spaziose verande, molte porte e finestre. I nostri domestici, che non consideravamo servitù, ma membri della famiglia, erano efficienti nelle loro mansioni, specialmente, Talolo, il cuoco.
La vita sociale alle Samoa non era monotona. Senza contare le feste che davano gli indigeni, noi prendevamo il the al pomeriggio, ovunque c’erano ricevimenti serali, pranzi, balli pubblici e privati, corse campestri a dorso di cavallo, polo, partite di tennis e picnic. Mio marito partecipava a tutti questi festeggiamenti: una volta giunse secondo a una gara campestre correndo su un terreno molto aspro. Essendo stato un ragazzo di salute cagionevole non era stato avviato alla danza. Ad Apia, tenersi distante dai balli, attesi dalla quasi maggioranza della popolazione bianca, era considerata un’assunzione di superiorità e andare a sedersi fuori nella sera era tedioso. Così, a quarant’anni, imparò a danzare, malgrado io non lo credessi capace di tentare in pubblico nemmeno un passo di quadriglia.
Quelle distrazioni sociali non interferivano con il lavoro letterario di mio marito. Aveva l’abitudine di cominciare con il fresco, di primo mattino, quando la casa era ancora silenziosa. Uno dei nativi era sempre in allerta, e al primo tintinnio del campanello nello studio si precipitava a preparare la colazione per Tusitala (Tusitala era il nome che gli diedero gli abitanti delle Samoa, l’isola dei mari del Sud, che Stevenson scelse per curare i polmoni e Tusitala è anche il nome delle edizioni che pubblicarono la prefazione NdC), che gli veniva servita nel suo letto. Dopodiché sarebbero trascorse due ore intere prima che la tutta la famiglia fosse in piedi. Le note di Hermiston erano annotate su un pezzo di carta, per essere elaborate più tardi nel giorno in cui le avrebbe dettate a mia figlia. Queste note inizialmente erano molto brevi e sommarie eppure mio marito le scorreva rapidamente come se stesse leggendo un lavoro già finito.
Lo studio era una piccola stanza vicino alla libreria, facente parte della veranda superiore. C’erano due finestre aperte sul mare di fronte, e una alla fine sulla veduta del Monte Vaea dove mio marito adesso riposa. Mensole stracariche di libri erano disposte su tutti i lati della stanza. Il solo mobile era un largo tavolo d’abete, una coppia di sedie, una bacheca di sei fucili Colt a ripetizione, un letto stretto, dove mio marito poteva continuare il suo lavoro, e un tavolo brevettato che oscillava sopra il letto sollevandosi o abbassandosi a piacere.
Il lavoro, comunque, non era un’abitudine immutabile. Qualche volta mio marito – da vero autodidatta – suonava il suo zufolo o provava a fare piccole composizioni in musica. La sua conoscenza musicale non era molto profonda, la considerava un divertimento e gli interessava tentare qualche esercizio come il frammento che ho riportato qui sotto, il quale vuole indicare il suono degli uccelli nella notte. Mentre mio marito preferiva fare il lavoro preparatorio al mattino e il dettato nel pomeriggio, la ripartizione delle ore non era assolutamente rigorosa. Alcune mattine, come ho detto, potevano anche essere dedicate a suonare lo zufolo, a comporre musica o versi, che però non considerava seriamente.
St. Yves fu scritto interamente sotto dettatura, non continuamente ma a intervalli, in congiunzione con Hermiston. Mio marito avrebbe lavorato su un libro fino a che fosse stanco o il suo umore cambiato, mentre avrebbe iniziato l’altro. Mi disse, prima della sua morte, che aveva l’intenzione di finire entrambi molto presto e di cominciare qualcosa di completamente differente. Il nuovo libro si sarebbe chiamato Sophia Scarlet, i cui protagonisti principali erano donne.
Mentre mio marito lavorava in questo modo altenativamente a St. Yves e a Hermiston, una nave di passaggio portò ad Apia una contagiosa influenza. La malattia si diffuse rapidamente per tutta l’isola e quasi nessuno scampò all’infezione. Passare attraverso un villaggio samoano durante quell’epidemia fu un’esperienza terribile. Mio marito non sfuggì al contagio e cadde anch’egli seriamente malato. Ma nemmeno l’influenza e la conseguente emorragia lo tennero lontano da St. Yves. Il suo amanuense gli insegnò l’alfabeto dei sordomuti, e lentamente ma laboriosamente dettò altre quindici pagine.
Una visita a Sydney interruppe la stesura di St. Yves. Mio marito considerò quel viaggio come una vacanza, smettendo di lavorare del tutto. Si ristabilì completamente dall’influenza tornando di nuovo ottimista, apprezzando ogni cosa che gli capitava e perfino lanciandosi in lunghi discorsi senza mai rifiutare un solo brindisi. Davamo delle feste nelle stanze dell’hotel, partecipando ad altri party, facendo lunghe passeggiate. Alcuni passanti che lo incontrarono a Sidney difficilmente credettero che era stato ammalato. Ma da Londra piombò ‘la lady dei giornalisti’ che calcellò tutte le migliorie apportate da quel viaggio al suo stato di salute . Durante il tragitto di ritorno gli tese un agguato per un intervista, trattenendolo in una zona della nave esposta alle correnti d’aria, fino a che non ebbe un forte colpo di freddo che lo tenne confinato nella sua cabina fino all’arrivo nei tropici.
Da qui seguì il periodo più tormentato nella vita di mio marito. Quando arrivammo alle Samoa infuriava una delle solite guerre, fomentate come al solito dagli interessi economici dei bianchi. Non voglio entrare nel merito delle questioni politiche, le simpatie di mio marito erano chiaramente espresse negli articoli che scriveva a quel tempo. In tutto quello che accadeva lui sosteneva sempre il buon senso.
Aveva persuaso, molto tempo prima, molti dei capi più importanti ad aumentare la produzione di cacao, consigliando di conservare i semi per le loro piantagioni. A Mataafa (un capo villaggio, divenuto in seguito una sorta di eroe) propose la costruzione di un mulino per la produzione di fibre destinate al reparto manifatturiero. Aveva intenzione di provvedere da solo al denaro per l’acquisto di macchinari e materiali necessari, ed era in contatto con alcune ditte inglesi per risolvere la faccenda quando la guerra sarebbe finita. (nel 1892 pubblicò il libro : L’isola di Samoa: note a pie’ di pagina, nelle vesti di storico locale, e quando scrisse all’editore Edward Burlingame lo presentò come una storia simile a quella del mito dei Greci, solo che per Stevenson i Greci erano i samoani, simili ai primi per la forza primordiale che gli ispirava il loro modo di vivere) Per questa impresa avrebbe avuto bisogno di un notevole investimento, e sperava di ricavare la somma sufficiente allo scopo dalla stesura dei due romanzi. Dopo la deportazione di Mataafa (perché si era ribellato al dominio tedesco) sperò che i restanti capi riuscissero a comprendere la necessità, sotto le nuove condizioni, di coltivare le loro terre, invece di perdere energie in inutili guerriglie. Si rivolse al capo che aveva costruito per lui “la strada della fratellanza” e gli chiese: “Chi è il vero campione delle Samoa?… È l’uomo che costruisce strade, semina alberi da frutto, raccoglie messi ed è un fecondo servitore del Signore, sfruttando e migliorando quel grande talento che gli è stato donato con la fede… perché tutte le cose in un paese funzionano come gli anelli della catena di un’ancora, una collegato all’altra; e l’ancora è l’industria.” Dopo, parlando di Mataafa, disse: “Lui sapeva ciò che ti sto dicendo; nessuno uomo è migliore dell’altro; sapeva che sarebbe venuto il giorno in cui le Samoa avrebbero intrapreso un nuovo cammino, che doveva essere difeso non solo imbracciando fucili con i volti anneriti dalla polvere da sparo, il rumore delle pallottole, ma zappando, piantando, mietendo e seminando. Quando era ancora qui tra noi, piantava egli stesso il cacao; era ansioso e impaziente di sviluppare agricoltura e commercio. Vorrei che ogni capo di queste isole tornasse al lavoro, costruisse strade, seminasse a grano i campi, piantasse alberi da frutto, educasse i suoi bambini, e migliorasse i suoi talenti non solo per amore di Tusitala, ma per amore dei suoi fratelli, dei suoi figli e delle generazioni future.”
Che Tusitala abbia avuto l’intenzione di aiutare Mataafa in qualche modo non aveva avuto larga risonanza all’estero. La sola spiegazione che circolava tra i bianchi, con poche eccezioni, era che le armi e le munizioni erano state comprate e contrabbandate nel paese per essere usate dall’esercito di Mataafa. La cifra di denaro ritenuta così da noi spesa cresceva fino a raggiungere immense proporzioni. Una lanterna in veranda, dono di mia suocera, veniva interpretata come il segnale di un misterioso vascello che era stato visto librarsi vicino alla costa. Qualche diceria raggiungeva davvero il delirio: come l’esistenza di una strada segreta, aperta sopra la collina dietro la nostra casa, in modo da collegarci direttamente con Malie, il villaggio di Mataafa; o come il rumore che si sarebbe sentito provenire dai suoi trecento guerrieri accampati nel nostro bosco. Ricordo il nostro divertimento quando un alto ufficiale di razza bianca, sorseggiando il the nella nostra veranda, quasi svenne dalla paura quando sentì il pu (così si legge anche nel testo di Stevenson, Prayers written at Vailima: “After all work and meals were finished, the ‘pu,’ or war conch, was sounded from the back veranda and the front, so that it might be heard by all” NdC) una war conch (cioè, una conchiglia) usata per chiamare a raccolta la servitù, credendo che fosse incappato in una trappola. Il re, Laupepa, in simili circostanze dimostrò una presenza di spirito superiore. Guardò semplicemente negli occhi mio marito con un sorrisetto indagatore.
Sia nel pubblico che nel privato mio marito faceva tutto quanto era in suo potere per ottenere una riconciliazione con Mataafa, che teneva nella più alta considerazione e considerava un uomo amabile, malgrado avesse rotto con Laupepa, il quale aveva cominciato ad essere un mero pupazzo nelle mani di qualche bianco. Una tale riconciliazione era desiderata da entrambi affinché portasse pace nel paese. Purtroppo questa condotta avrebbe causato perdite finanziarie a molte persone che avevano messo in vendita certi beni, tenuti nascosti alla vendita pubblica da una banda di ambiziosi funzionari. Tutta la cricca considerava la presenza di mio marito una minaccia ai loro propositi. Così iniziarono un regolare sistema di persecuzione contro di lui. Alcuni manovali confessarono di essersi messi a spiare i movimenti di Tusitala. Gli vennero fatte recapitare aperte minacce di rimpatrio . Tempo dopo, il capitano di una nave passeggeri  mi disse vi sarebbe stata la possibilità di attirare a bordo mio marito e rimpatriarlo. “Non oso chiederlo”, disse il capitano, “anche se vorrei farlo. Come potrei giustificare un’azione come questa alla capitaneria di porto delle colonie inglesi? Mi farebbero a pezzi se lo trovassero a bordo.” Seguirono degli inutili tentativi di indurre i guerrieri di Laupepa ad attaccare Vailima. Una parte dei sostenitori di Mataafa era stata sconfitta, mio marito sarebbe stato deriso per il fallimento dei suoi piani. Le insinuazioni e le velate calunnie rivolte a Tusitala erano apparse solo sui giornali locali. Una volta un editto emesso da Sir John Thurston, Alto Commissario Britannico alle Fiji, fu rivolto direttamente contro mio marito che però venne ritirato subito dopo da un cablogramma, appena raggiunta Dowing Street.
Un lato del carattere di mio marito era quasi sconosciuto; la professione di letterato era stata per lui una seconda scelta, la sua salute cagionevole, che lo aveva minato fin dalla prima infanzia, gliela fece preferire, impossibile pensare a una carriera militare. La sua libreria era piena di libri di tattica militare, fortificazioni e altro, e di ognuno di questi sapeva tutto. Si poteva immaginare come fosse irritante sedersi a scrivere libri sulla sua veranda, conscio delle sciocche manovre delle opposte fazioni, e sapendo come sarebbe stato facile cambiare l’ago della bilancia. C’erano occasioni in cui era quasi tentato di mettersi con Mataafa, così come era stato accusato di fare. Ma prevaleva il buon senso e tornava alla sua penna e al suo inchiosto nella bottiglia. Una delle persecuzioni più meschine era un ordine restrittivo per l’acquisto di armi da fuoco. La sola ragione per cui desiderava il possesso di qualche fucile era perché viveva circondato da tre miglia e mezzo di arbusti, su uno storico campo di battaglia tra due forze opposte. In ogni momento la nostra porta poteva essere abbattuta da uno scoppio improvviso. Non ci impauriva né una fazione né l’altra, solo una cosa: nelle Samoa non vi erano prigionieri. Anche se un prigioniero era ferito veniva istantaneamente decapitato e la testa portata al cospetto del vincitore come segno del suo valore Tusitala sapeva che i feriti, sia da una parte sia dall’altra avrebbero chiesto la sua protezione. Ma sarebbe stato un aiuto inutile senza le armi. Chiese comunque il permesso di importare mezza dozzina di fucili. Questa richiesta venne rifiutata con insolenza. Non molto dopo mio figlio venne a sapere della sua richiesta e spinse le autorità riluttanti, allora in forze, a rilasciare il permesso a importare le armi che successivamente mettemmo nello studio. I cambi al governo erano a dir poco sconcertanti. Una volta saliva un uomo, poi subito dopo ne saliva un altro. Ricordo quando due consoli presero la guida alternandosi continuamente. Ma durante questo periodo così dispersivo c’era una persona che meritava tutta la nostra ammirazione, il Capo della Giustizia americana, Henry C. Ide. Oltre al Giudice Ide, vi erano pochi altri ufficiali che non avevano smesso di essere amici leali di mio marito. C’era Basett Haggard, il Commissario delle Terre inglesi, fratello del più celebre romanziere (Sir Henry Rider Haggard, 22 giugno 1856 – 14 maggio 1925), e il Console Generale americano, James H. Mulligan, che con charme e arguzia, intrattenendosi in amichevoli conversazioni, rendeva piacevoli le ore trascorse nella noia.
Il lavoro di mio marito subiva continue interruzioni. Appena passeggiava nella veranda di fronte al suo studio, dettando sia St. Yves o Hermiston a mia figlia (Isobel, detta ‘Belle’, sorella di Lloyd: l’autore dettò ai figliastri gli ultimi due libri, Lloyd continuò l’arte del patrigno come narratore, i due fratelli scrissero insieme Memoires of Vailima nel 1902), gli si avvicinava un allampanato capo villaggio chiedendogli la verità su questo o quel tala (diceria) riguardante la guerra, mendicando qualche ‘parola di saggezza’; o riceveva un messaggio pieno di insulti da parte di qualche ufficiale europeo. Un ragazzo venuto da una Missione comparve con notizie di feriti all’ospedale, una volta ci fu una festa di guerrieri con imbarazzanti doni  – uno di questi era un grosso toro bianco – che avevano intenzione di fermarsi per una chiacchierata e per un ‘ava (in polinesiano significa, alcool, quindi, una bevuta) sparando un saluto d’addio che mise in pericolo non solo il nostro bestiame ma anche loro stessi. Parte di St. Yves, infatti, fu scritto a suon di cannonate. Avremmo pouto vedere il fumo e sentire il frastuono delle pistole sopra le colline, come le navi da guerra attaccate a Luatuanu’u. Giungevano solo lamenti dal popolo indigeno, la maggior parte dei quali aveva amici e parenti al fronte. Questa situazione era veramente dura per gli amanuensi, che senza scoraggiarsi mantennero con coraggio il loro lavoro, fermandosi solo a causa di una detonazione particolarmente potente. Avevamo un inusuale numero di spaventose tempeste in quella stagione, ingigantite dai bombardamenti. Si concentrarono improvvisamente sopra di noi scatenando il finimondo. Credo che mia figlia non si sia mai spaventata come quella volta e malgrado tutto continuò indisturbata a scrivere sotto dettatura. Mio marito volle esprimerle il suo coraggio e la sua ammirazione con una dedica a St Yves. Ricordo cosa le disse: “Sarrebbe la cosa migliore del libro, mia cara.”
Dopo la sconfitta e la deportazione di Mataafa, il quale doveva rispondere della sue azioni al governo centrale, mio marito si era parzialmente ritirato dalla partecipazione nella politica delle Samoa. Assistito da Mr H. J. Moors di Apia, avrebbe fatto tutto ciò era in suo potere per migliorare le sventurate condizioni dei prigionieri confinati a Mulinuu, spedendo cibo e medicine e cercando di ottenere per loro la liberazione. Molte fatiche della mente e del corpo erano state superate e la sua salute migliorava sensibilmente. Era insolito per lui spendere un’intera giornata in sella, spesso fradicio fino all’osso a causa delle raffiche di pioggia tropicali, con solo una galletta in tasca. Tossi ed emorragie tornarono dal passato. Nessuno, che non sia stato disteso in un letto, anno dopo anno, potrebbe capire che cosa significava questo per lui. Era come rinascere a una vita che aveva già vissuto. Dal passato tornarono gli anni faticosi trascorsi con coraggio e pazienza immobilizzato in un letto. Nel maggio del 1892 (aveva solo quarantadue anni), scrisse al suo amico Sidney Colvin: “Ho vissuto quarant’anni e ho resistito per altri due, ho avuto tempo per vivere senza disonore. Se solo fossi sicuro di una morte violenta, che strepitoso finale sarebbe! Vorrei poter morire nelle mie scarpe, non avere della terra come copriletto sopra di me. Morire annegato o ucciso o cadendo da cavallo – ah, morire stroncato da un colpo, piuttosto che rivivere ancora quella lenta dissoluzione.”
F.V. de G.S.