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Stevo Grabovac anteprima. Dopo la festa

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Un autobus carico di bambini rom in viaggio verso l’Unione Europea, dissolti nel nulla nell’estate del 1992. Un padre e un figlio che si passano, come un testimone, un archivio di dolore e di memoria. Un crimine rimosso, che per trent’anni nessuno ha voluto vedere. Con Dopo la festa (Marsilio 2025, pp. 384, € 20,00, traduzione di Marija BradasMarijana Puljić) Premio NIN 2024, Stevo Grabovac compone uno dei romanzi più potenti e necessari degli ultimi anni, un’opera che scuote come un ritorno di fiamma nel cuore ancora tremante della ex Jugoslavia.

In Dopo la festa la scrittura di Stevo Grabovac sembra avanzare come una corrente torbida: trattenuta, scabra, eppure attraversata da una vibrazione costante. È una prosa che non cerca l’effetto, ma la verità che si nasconde nelle pieghe del silenzio. Ogni frase appare limata fino all’osso, ridotta al necessario, come se il linguaggio potesse solo sfiorare un dolore che non vuole essere nominato troppo a lungo. Grabovac costruisce così un romanzo in frammenti, un mosaico irregolare che imita fedelmente il funzionamento della memoria traumatica: ellissi, lacune, deviazioni improvvise, discontinuità temporali. Non c’è linearità possibile quando ciò che si racconta è stato consegnato per trent’anni all’oblio. Grabovac non alza la voce; preferisce un tono contenuto, quasi sommesso, che tuttavia lascia trasparire la tensione interiore del narratore, sospeso tra risentimento e responsabilità. È una voce che si muove dentro un labirinto di ricordi, sempre sul punto di spezzarsi.

Lo stile, vario ma coerente, alterna passaggi secchi a momenti di lirismo cupo. A tratti si avverte un ritmo che ricorda le ballate oscure di Mark Lanegan – citato nel romanzo non a caso –: un battito lento, pesante, in cui ogni parola sembra uscire da una stanza dove la luce fatica a entrare. Come la Sava che scorre torbida lungo le rive in cui la vicenda affonda, anche la prosa di Grabovac procede per onde e contro-onde, senza mai trovare una quiete definitiva.

In questo equilibrio fragile l’autore rivela la sua forza: una scrittura che non spettacolarizza l’orrore, ma lo contiene, lo custodisce nella sua opacità. È un atto di fedeltà alla verità, e insieme un gesto di resistenza. Perché opporsi all’oblio, a volte, significa soprattutto trovare le parole giuste per non lasciarlo vincere.

Nancy Citro

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Sprofondato in una sorta di dormiveglia, osservavo i paesaggi che ci scivolavano accanto. La pianura veniva sostituita dalle colline, i campanili delle chiese dai minareti delle moschee, le case rade diventavano più fitte, accalcate le une sulle altre, solo le stazioni di servizio e i centri commerciali lungo la strada rimanevano sempre uguali. La Bosnia ha qualcosa di incredibilmente affascinante, pensavo: le ombre lontane delle foreste lungo i pendii, le rocce che svettano da migliaia di anni, i ruscelli impetuosi, gli enormi pini con i tronchi spessi, e quelle piccole casupole misteriose con i cortili e certe vite di cui non so proprio nulla. Mi ritrovo a pensare a tutti gli eserciti che sono passati, assordanti, da quelle parti, a come le cinghie dei carri armati abbiano morso l’asfalto, mi chiedo se la gente che abita quelle case si sia mai nascosta in quelle foreste lontane o sia scappata sui carri. Forse lì non è stato sparato nemmeno un colpo, ma poi vedo delle rovine solitarie, fantasmi che emergono dai boschetti incolti, dimenticate e brutte, in attesa che il tempo le consumi del tutto, in attesa che gli anni le sciolgano come ghiaccio. Ci sono anche altri tipi di rovine, quelle abbandonate, quelle che marciscono da sole, senza colpi o granate, senza un folle piromane assetato di fiamme, quelle che semplicemente sono state lasciate lì a deperire perché non c’è più alcuna speranza, quelle che sono diventate solo ricordi, e nei ricordi sono ancora belle e delicate come un tempo, negli anni prima della fine.

L’ultima volta che sono stato a Sarajevo fu durante una gita scolastica, uno dei pochi viaggi della mia vita. Accalcati sull’autobus, con panini al salame e bottigliette di succo d’arancia, urlavamo chiamandoci a vicenda, mentre le insegnanti, ormai un po’ nervose, cercavano di calmarci.

Ricordo con chiarezza quella grande città nella vallata, bagnata dalla luce del sole del mattino – non so come sono riuscito a conservare quell’immagine, forse era uno dei punti di sosta dove ci eravamo fermati, e da lì si propagava quel panorama, uno di quelli che rimangono impressi per tutta la vita. E il tram, era la prima volta che lo vedevo dal vivo, era passato accanto al nostro autobus in una strada di Sarajevo, portando i suoi passeggeri a destinazione. Questi erano i miei unici ricordi della città, o almeno quanto ero riuscito a mettere a fuoco nello stato di semidormiveglia in cui mi trovavo. Tempo dopo, avrei sentito parlare di Sarajevo come della “città sotto assedio”, e avrei sentito raccontare dei quattro lunghi anni di bombardamenti dalle colline circostanti, come pure storie che dicevano che non era vero, perché se per quattro anni avessero bombardato la città, non ne sarebbe rimasta nemmeno una pietra. Questo lo raccontava l’altra parte.

Manov mi raccomandava di stare attento e, per quanto dicesse di non dubitare di me, mi diceva che avrei dovuto tenere a freno la lingua, che avrei dovuto stare attento a non aprire bocca a sproposito, perché avremmo trascorso i prossimi giorni con persone che, almeno in parte, erano state prigioniere dell’Esercito della Repubblica Srpska. Più parlava più pensavo che io con quella faccenda non avevo niente da spartire, che ognuna di quelle persone avrebbe capito che ero troppo giovane per aver preso parte alla guerra. Ma non potevo fare altro che annuire a tutto quello che mi veniva detto.

Siamo arrivati molto prima di quanto mi aspettassi. Ho rivisto di nuovo, per un attimo, una delle immagini della mia memoria: una città in una vallata, avvolta dalla nebbiolina di una giornata primaverile, un po’ nuvolosa, un po’ soleggiata. Ci siamo fermati in un grande parcheggio davanti all’albergo, io e Manov abbiamo tirato fuori le nostre cose dal bagagliaio e l’autista ci ha salutati augurandoci buona fortuna, come se stessimo andando a un incontro di pugilato e non a un corso di formazione.

Il giorno in cui ho parlato per la prima volta con Manov, appena rientrato in casa ho pensato che avrei potuto scrivere un romanzo su mio padre, mi era sembrata una buona idea. Quel pomeriggio nella mia stanza d’albergo, ho tirato fuori un taccuino con il logo di un’azienda ormai fallita sulla copertina e ho provato a scrivere quello che sapevo di lui, quello che restava ancora nei miei ricordi.

Ricordo un uomo dai capelli grigi, estremamente magro. Il volto era segnato da rughe profonde, le guance erano incavate, sembravano due solchi intorno ai quali erano cresciute delle linee rigide, anche la fronte era rugosa e dava l’impressione che fosse sempre accigliato. E in effetti, se ci rifletto bene, non credo di averlo mai visto ridere, come se un sorriso su un volto del genere apparisse innaturale. Aveva cinquant’anni più di me, una differenza d’età che contiene un’intera vita. E di quella vita io non sapevo nulla, perché mentre si svolgeva non esistevo ancora. Sì, mio padre mi raccontava spesso delle storie, ma già da molto piccolo pensavo che fossero troppo fantasiose per essere vere.

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