“Chiudo il libro e mi dispongo ad accettare tutto quello che capita. Osservo la tristezza come si osserva un temporale dalla finestra del piano di sopra. Vorrei solo che passasse”.
In questa breve citazione, tra l’altro riportata anche in quarta di copertina, potremmo dire che riposa molta dell’essenza di questo delicatissimo “L’impero di nessuno” di Stuart Murdoch (Jimenez Edizioni, 2025, pp. 390, € 19), un romanzo di autofiction nel quale l’autore, cantante e leader dei Belle and Sebastian, affida al protagonista Stephen il compito non facile di far luce sul periodo immediatamente precedente alla formazione (nel 1996) della celebre band di indie pop scozzese. Per quanto non sia data a sapere l’esatta corrispondenza tra le vicende narrate in queste pagine e quello che effettivamente fu il fatto biografico, è indubitabile che il cantante-chitarrista di Clarkston ci stia parlando di sé: è lui, infatti, l’indefesso consumatore di tascabili classici e moderni che trascorre molte ore insonni e inquiete immerso nella lettura; è lui l’appassionato ascoltatore di musica ed ex disc jockey e roadie di tante band che batte le strade di Glasgow guidato dal suo demone (buono) a sette note; ed è soprattutto lui il ragazzo affetto dall’encefalomielite mialgica che si trova spesso a camminare a centimetri dal baratro ed è costretto ogni volta a trovare un nuovo modo di sopravvivere ed andare avanti fin dall’incipit della storia che ci racconta.
È proprio intorno alla spossante, non di rado commovente lotta contro questa malattia cronica (che si caratterizza per un profondo e debilitante affaticamento psicofisico cui non pone rimedio né il riposo, né l’attività fisica o mentale) che l’opera prende forma, visto che la sua capacità invalidante precipita il povero Stephen in una quotidianità affatto diversa da quella iperdinamica e spensierata dei suoi coetanei. Tuttavia, a fronte delle continue limitazioni d’azione e dei drammatici sprofondi emotivi ai quali lo condanna, nondimeno gli dà la possibilità di sperimentare contesti di aggregazione giovanile e vie di fuga da certo conformismo che lo rendono immediatamente simpatico a chi segue la sua “traccia d’inchiostro”. Merito anche delle scelte stilistiche di Murdoch, il quale, lungi dall’aggravare la drammaticità di certi resoconti con una lingua pesante o con grevi fughe liriche, punta sempre sulla semplicità dell’esecuzione narrativa. I suoi periodi, mai troppo lunghi e mai barocchi (merito anche della bella, agile traduzione di Carlo Bordone), si distendono davanti ai noi con una aggraziata semplicità, utile a far comprendere con chiarezza ai fortunati profani il calvario del malato di encefalomielite mialgica (che, ricordiamolo, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso -quelli, appunto, in cui è ambientato il romanzo- non prevedeva ancora delle cure farmacologiche e non molto centrate). Inoltre, ed è questo un pregio ancor più significativo, ricalcano con naturalezza una colloquialità che mette a proprio agio: è un ragazzo quello che sta parlando e lo sono anche tutti quelli che, a vario titolo, interagiscono con lui. E nonostante tale peculiarità sia l’indubbio risultato di una padronanza del mezzo espressivo non banale (come il suo Stephen, anche Murdoch è un grande lettore, è stato già ricordato, e ci sono anche le liriche delle sue molte canzoni di successo a testimoniare la sua abilità), non si avverte mai nemmeno una punta di artificiosità “tecnica”. Tutto scorre e con dolcezza porta con sé il desiderio di scoprire se questo malinconico antieroe ce la farà a superare le sue impasse e a trovare un posto nel mondo.
Beh, questo però tocca a voi scoprirlo.
Godetevi “L’impero di nessuno”!
Domenico Paris