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Su “Dell’indifferenza in materia di società” di Manlio Sgalambro

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Se di «stato» o di «nazione» si ha più o meno un’idea — spesso vaga e bislacca —, di una società si può dire tutto e niente. Una banda di canaglie o un cenacolo di sapienti sono la stessa cosa se li si identifica con una società. Infatti che una società come quelle nelle quali viviamo contempli di tutto, dal notabile al ruffiano, dal rentier al clochard, dovrebbe immediatamente insinuare in noi preoccupanti sospetti.

L’idea di società è altrettanto volgare quanto quella di umanità. Con questo voglio dire che se vi sono gli uomini non è detto che vi debba essere un’umanità e che a questa io debba ossequio e rispetto. Esattamente come per Antistene l’esistenza concreta di un «cavallo» non testimoniava anche quella della «cavallinità» che Platone voleva imporre a tutti i costi. Inoltre, chi è ancora abbagliato dall’idea di società come di un’alcova calda e rassicurante o come l’ubertoso seno materno, spreca il suo tempo e vive di illusioni, quelle che già un tempo il dottor Freud si mise d’impegno a demolire, una per una, con Il disagio della civiltà (Das Unbehagen in der Kultur, 1930).

Diciamola tutta, nelle società di oggi non vige più quel contratto che animò Rousseau fino al punto da fargli scrivere che «[…] è necessario per lo Stato che tu muoia» se il Principe te lo comanda. Oggi l’aspetto della sicurezza individuale nelle grandi società è di gran lunga una chimera. Insomma, vi si muore e basta, senza che nessuno lo comandi e spesso nell’indifferenza generale. E questo, peraltro, attiene all’ingiustizia su cui si fonda una società. Sì, la società è ingiusta. Che uno crepi nel suo letto e un altro per strada sono quisquilie, cose di poco conto, ingiustizie — così le abbiamo chiamate — che descrivono bene il profilo di una società, il suo principium individuationis.

Non vi è dubbio che nella sua mente albergasse il concetto di pòlis, eppure la definizione di zòon politikòn che Aristotele affibbiò all’uomo già lasciava intravedere quello che questa miserabile creatura sarebbe diventata, ossia la personcina educata e sorvegliata dalla quale ci si aspetta soltanto che lavori sodo, paghi le tasse e vada in chiesa la domenica. Intanto, del popolo bestemmiatore, facinoroso e sovversivo che era capace di issare barricate, mozzare teste e assaltare fortezze, si sono perse le tracce.

Far parte di una società, esserne una delle sue cellule, può generare una certa insofferenza o addirittura un sentimento di indignazione. Ma ciò accade soltanto in quegli uomini il cui pensiero è guidato dal lume della ragione o da un certo esprit de finesse. Negli altri, invece, — una consistente maggioranza — vivere a un metro dal rumoroso vicino, respirare l’alito del collega d’ufficio, stare gomito a gomito con il viaggiatore che siede accanto nella metro, sono la caparra versata per una quiete squalificata e mediocre, il prezzo minimo da pagare per non essere lasciati da soli con sé stessi. La società, infatti, non rassicura né protegge dall’altro, protegge, invece, dall’individuo che potremmo diventare in assenza dell’altro. Essa, dopotutto, funziona come un blando anestetico. Non impedisce il dolore, ma ne abbassa semplicemente la percezione. Allora, mi sovviene di aver letto in Jünger questo passo emblematico e subito dopo di avergli dato ragione: «Assistiamo a una gara di spiriti che discutono animatamente se sia più opportuno fuggire, nascondersi o ricorrere al suicidio» (E. Jünger, Il trattato del Ribelle).

Ebbene, pare che non ci sia altra forma o modo possibile di vivere se non in una società. Emarginarsi, darsi alla macchia, nascondersi negli anfratti di un promontorio non rendono possibile alcunché se non una vita stricto sensu, come quella di una pianta o di un insetto. È questa, dopotutto, la magra consolazione. Il punto è che si appartiene a una società più di quanto essa appartenga al nostro modo di pensare. Tuttavia occorre ammettere che perfino la fuga del Ribelle jüngeriano «che passa ai boschi» non rimuove né cancella l’esistenza della società. La sua è soltanto la libertà di dire no e di sottrarsi alla prevaricazione delle leggi, ma la società è sempre là come la ruggine sulle ringhiere o la muffa sulle pareti umide.

Il sentimento che si addice alla società è quello della rassegnazione. «Faccia di me quello che vuole, si prenda pure tutto il mio tempo, ogni mia forza», dice il rassegnato della società, «ma il mio disprezzo per questa accolita di folli rimane immutato». Non più suddito, non ancora uomo libero, costui, il rassegnato della società, sopravvive come contribuente e debitore permanente di un ordine che non ha scelto e che nondimeno sostiene con fanatismo o zelo religioso. Non gli rimane, dunque, che difendersi come può: un libro, una passeggiata, prendersi cura dei maiali come faceva Pirrone di Elide, oppure seguire il consiglio di Voltaire: «Il faut cultiver notre jardin» (Voltaire, Candide, ou l’Optimisme).

Nei confronti della società, il filosofo Manlio Sgalambro compie invece un gesto infinitamente più crudele, le sottrae perfino la dignità dell’avversione. Egli non la odia ma la considera irrilevante tanto da professare nei suoi confronti una decisa indifferenza.

Lungo le pagine del suo fulminante saggio intitolato, appunto, Dell’indifferenza in materia di società, la società perde progressivamente statuto ontologico. Non è più fondamento dell’uomo, non ne costituisce più il compimento storico e non realizza più alcuna razionalità superiore. Per il filosofo siciliano la società è soltanto una configurazione accidentale prodotta dalla necessità dei viventi di amministrare la propria insufficienza o di delegare la propria esistenza alla politica.

A ben vedere, l’indifferenza di Sgalambro per la società è indirizzata soprattutto a ogni forma di aggregazione politica e di chi ne rappresenta le istanze. Non è un caso, infatti, che la figura che spicca fin dalle prime pagine del suo breve saggio sia quella del politico. Su di lui Sgalambro versa gran parte del suo corrosivo livore espresso con queste parole: «[…] l’idea che qualcuno si ‘occupi’ di me (costui dovrebbe essere infatti l’‘uomo politico’) non finisce mai di sorprendermi. Che io debba essere governato, ecco dov’è lo scandalo. L’avversità del mio spirito a questa idea è totale»; oppure: «La politica è la tutela dei minorati. L’idea dunque che ‘io’ possa essere governato mi dà un senso di offesa infinita. […] Insomma, se ci fosse una gerarchia l’uomo politico occuperebbe l’ultimo posto».

Per Sgalambro l’uomo politico rappresenta il peggio di una società, ne incarna i vizi, le mediocrità, i difetti, ed è per questo che «A compensare il potere che gli diamo, sulla testa del politico incombe il nostro disprezzo, come se questo dovesse pareggiare i conti».

L’indifferenza diventa allora l’ultimo spazio di libertà possibile, ma non libertà politica, quanto, invece, libertà negativa, ossia la facoltà di non attribuire importanza a ciò che pretende di averne assolutamente. Tuttavia, anche il concetto di libertà viene qui capovolto in favore di quello di verità. La libertà, in particolare la libertà di pensiero, è il miraggio della politica, la sua fatamorgana. La filosofia, infatti, si è sempre ben guardata dal considerarla predominante rispetto alla vertigine delle evidenze o alla brutale violenza della verità. «Il concetto di libertà di pensiero è una astuzia con cui la politica aggira il concetto di verità», scrive Sgalambro. «Il potere politico garantisce quindi la libertà di pensare: ma di pensare cosa? Senza il concetto di verità il pensiero non ha più alcun significato. È questo pensiero senza significato che il potere politico assicura e garantisce».

C’è salvezza a tutto questo? Forse sì, risponde il filosofo, ma soltanto a patto di diventare stupidi, poiché se si volesse trarre delle conseguenze da tutto ciò che si sa e si apprende in materia di società, ogni società crollerebbe o sarebbe distrutta. Ma la stupidità blocca ogni capacità di ragionamento, di conseguenzialità logica, di ravvedimento e, così, salva. Perciò: «L’indebolimento dell’intelligenza non indica dunque che la civiltà è sopraffatta dalla crisi, ma piuttosto che non ne è ancora invasa del tutto o che comunque vi resiste con forza. Chi vuole salvare questa civiltà deve dapprima diventare stupido, e poi se ne parla. […] più aumenta la socialità, più aumenta la stupidità». Ma io, afferma ancora il filosofo mentre conficca l’ultimo chiodo alla bara: «abbandono il sociale al suo destino» e «considero ‘uomo’, nella accezione più confacente all’idea che ne ho, l’uomo emancipato dalla società e dagli altri».

C’est tout!

Vincenzo Liguori 

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Manlio Sgalambro, Dell’indifferenza in materia di società, Adelphi, Milano 1994, pp. 90 — EAN: 9788845910807

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