«Non capisci il rischio che correrei, che mia figlia correrebbe, se si venisse a sapere che ho dei parenti nella Corea del Nord. L’università di merda in cui insegno qui ha un programma di scambi con la mia facoltà. Se si spargesse la voce in Giappone, lo si verrebbe a sapere anche negli Stati Uniti.»
Flashlight. Una torcia nella notte di Susan Choi (Mondadori 2026 pp. 540, € 24,00) con traduzione di Stefano Bortolussi.
Il romanzo familiare e audace dal punto di vista geopolitico è ambientato tra una piantagione di fragole nell’Indiana e l’ombra della Corea del Nord. Choi qui affronta il tema delle menzogne del potere, che sostengono gli imperi sacrificando le famiglie al loro altare.
Siamo alla fine degli anni Settanta: la piccola Louisa, di dieci anni, è stata convocata per una visita e non ha alcuna intenzione di collaborare. Aspetta che passi il tempo, eludendo le domande, sviando il discorso; un piccolo nodo di rabbia repressa. «E questa stanza è piena di trucchi per far parlare i bambini, ma tu sei troppo intelligente per cascarci.», la lusinga il dottore. «Sono troppo intelligente per i complimenti. Non mi piacciono», ribatte Louisa seccata.
E ogni tanto compare la grazia: “«Spazzare via la polvere dal cuore» disse come se pronunciasse per la prima volta ad alta voce il nome del suo gesto, forse leggendolo nel fumo che aleggiava sopra la griglia. «È un concetto meraviglioso. Mi riempie di gratitudine. Mi salva quotidianamente la vita.»”
Un romanzo che trasuda umanità sofferta e violata tra geopolitica e famiglie distrutte, dalla durezza della vita alla crudeltà della verità.
Flashlight è un’opera imponente sotto ogni punto di vista, per intenti, portata, linguaggio e spavalderia. Un’opera invadente e violenta che ci fa sentire il rumore della realtà quando trema.
Carlo Tortarolo
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Finalmente va a scuola.

Era molto che aspettava questo momento. Non riesce a ricordare un tempo in cui non lo aspettava, così come non ricorda un tempo in cui non sapeva leggere i caratteri. Quelli che esprimono semplici suoni e quelli che sono intere immagini, idee. La prima volta che ha visto un libro è stata quando è entrato in classe, un luogo che lui vede come suo ma che finora gli era stato assurdamente negato. L’ordine, la disciplina, le strisce cangianti di parole scritte con il gesso al posto dei cartelli stradali sempre uguali che non dicono mai niente di nuovo. I gloriosi canti e le grida, le feroci battaglie nel cortile polveroso contro i manichini fatti con legname di scarto o sacchi di iuta pieni di cartocci di granturco, l’enorme quantità di tempo passato a badare alle verdure dell’orto e imparare a usare i diversi attrezzi, tra cui una vanga alta quasi come lui, o ad aiutare i vecchi del porto a addugliare le cime ruotando vertiginosamente su te stesso perché le tue braccia sono troppo corte per farlo in qualunque altro modo, in altre parole ogni genere di attività al di fuori dei compiti di scuola (ma ci sono anche questi, e sembrano una gran cosa per chi, come lui, non ha mai posseduto una matita, un pennello o una boccetta di inchiostro). Lui ama tutto questo, assumendo la posizione che gli è stata assegnata. È in cima alle gerarchie sociali, quelle degli altri bambini come quelle riconosciute dalla maestra (nelle classi non ci sono più uomini, una delusione che viene presto dimenticata).
Tutto ciò lo associa al suo nuovo nome, un’altra miglioria che lo ha trasformato. Gli piace il modo in cui suona sulla bocca dei suoi nuovi amici, i suoi compagni di scuola, solo alcuni dei quali lo erano già, venendo come lui dal lurido passaggio perennemente ostacolato da carretti e mucchi di rottami e biancheria appesa a ogni possibile sostegno che per anni non capirà che non è nemmeno una strada, così come per anni non capirà che la cavità sbilenca decorata dal bucato di famiglia non è tanto una casa quanto un’abile improvvisazione del padre. L’interno della cavità è un’improvvisazione della madre, compresa la stoffa rigida e incolore dei pantaloni che porta, troppo scadente anche solo per essere tinta. Ma con la scuola tutto questo per forza di cose è cambiato, insieme a molto altro; lui non sa né si domanda come abbia fatto sua madre a ottenere il tessuto colorato per i calzoncini con cui ci va. Le cose che le vede fare, il suo perenne inginocchiarsi davanti a una piccola manciata di verdure, a un pentolino d’acqua o a una grembiulata di panni, fanno così stabilmente parte della sua esperienza che non ne riconosce la produttività, non vede che tutto ciò che entra a contatto con il suo corpo o che viene ingerito è stato in qualche modo creato da lei con poco o niente.
Anche i suoi vecchi amici hanno nomi nuovi, e a lui non viene neanche in mente di chiedersi se ci pensino poiché non lo fa nemmeno lui, limitandosi ad apprezzare quanto gli si addice, specialmente quando gli altri bambini glielo gridano dietro con ammirazione e malcelata invidia, in cerca della sua complicità: Hiroshiiiiii, strillano mentre lui si fa strada tra loro. Il nome con cui sua madre e suo padre lo chiamano non si dispiega in quel modo, non è estendibile, è tronco e tozzo, e malgrado un tempo gli appartenesse in modo così intimo da non notarlo né pensarci (faceva parte del suo corpo, parte di come erano sempre state le cose), ora è stato reciso e sembra che sia sempre stato così, un mozzicone di suono smorzato come un singhiozzo o un rutto soffocato.
«Hiroshiiiiii!» vociano i suoi coetanei, e lui non si volta mai, non sembra mai rallentare, ma senza farsi notare permette a un carretto cigolante di ostacolarlo, ruota su sé stesso come una trottola per occhieggiare le povere bancarelle del mercato, stacca un sassolino che gli si è incastrato nella suola della scarpa. Grazie a queste minuscole concessioni, di cui gli altri non si accorgono mai, si fa raggiungere. Gli altri bambini gli sembrano lenti di comprendonio, ignari di come lui cerchi di aiutarli. L’abilità con cui nasconde questa differenza tra loro è puro istinto. Con lo sviluppo della sua autocoscienza finirà per scemare, ma per ora può ancora camuffarla, e la sua dote nascente assume solo forme desiderabili: è il primo della classe, e le sue qualità incantano tutti e specialmente i più anziani e i più lenti, i quali non sospettano mai che il ladruncolo responsabile degli ammanchi dopo una giornata di mercato già abbastanza negativa sia proprio lui.
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