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Susana Carmona anteprima. Nella mente di una mamma

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Nel 2017, come una crepa luminosa aperta nella roccia compatta del sapere scientifico, Nature Neuroscience ha rivelato ciò che per secoli era rimasto sepolto: la gravidanza non attraversa soltanto il corpo della donna, ma ne rifonda l’architettura più intima, il cervello. Tra le firme di quello studio c’era Susana Carmona, neuroscienziata e autrice di questo libro, che ha scelto di ascoltare la voce silenziosa della maternità là dove la scienza aveva posato raramente lo sguardo.

Il suo libro Nella mente di una mamma (Mondadori 2026, pp. 228, € 20,00) si offre come una lanterna accesa dentro questa trasformazione. Carmona intreccia numeri e sinapsi, ormoni e immagini cerebrali, con la materia viva dell’esperienza, perché la maternità non è un dato astratto, ma una soglia che si attraversa con tutto il corpo e tutta la mente. I cambiamenti neurali che descrive sono come correnti sotterranee: alcune si placano, altre continuano a scavare, modificando per sempre il paesaggio interiore della donna. La memoria si riorganizza come un archivio che impara nuove priorità, l’empatia si espande come un campo che accoglie, la percezione del mondo si sposta, trovando nuovi centri di gravità.

In questo viaggio risuona la domanda evocata da Phil Camino: quante lune occorrono perché una donna si senta madre? Forse la maternità non conosce orologi né calendari. È una gestazione dell’identità, una matrescenza fatta di fratture e ricomposizioni, di perdite necessarie e di rinascite lente. Diventare madre significa, allora, abitare un tempo diverso, in cui il sé si smembra per poter contenere l’altro. Come un pianeta che, per accogliere una nuova orbita, deve ridisegnare la propria forza di attrazione.

Carmona non si sottrae alle ombre che abitano questo paesaggio. La depressione post partum appare come una zona d’eclissi, un buio che non va negato né romanticizzato. Nominarlo, studiarlo, prevenirlo diventa un atto di responsabilità collettiva. Qui la scienza smette di essere osservazione distante e si fa cura, argine, possibilità di salvezza.

In un mondo che ha a lungo raccontato la gravidanza come un evento che riguarda soprattutto il feto, Nella mente di una mamma restituisce alla maternità il suo peso specifico, la sua forza originaria. Essere madri non è solo dare la vita: è lasciarsi trasformare da essa. È accettare che il cervello, come la terra dopo un sisma, non torni mai com’era prima, ma diventi altro. Più fragile forse, ma anche più vasto. Questo libro ci ricorda che la maternità è uno degli atti più radicali dell’esperienza umana: una rivoluzione silenziosa che incide nella carne, nella mente e nel modo stesso di stare al mondo.

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Nancy Citro

Il tempo, quell’asse invisibile su cui costruiamo il racconto della nostra vita, la cui metrica è così sottile e continua da renderci quasi inconsapevoli del suo scorrere, con la maternità si spezza, si struttura: c’è un prima e c’è un dopo. Diventare madre ti trasforma. Cambia la tua identità, la percezione che hai di te stessa. Ricalibra credenze, valori, preferenze e obiettivi esistenziali: tutto ciò su cui hai costruito la tua definizione di te. La maternità ha il potere di scuotere dalle fondamenta ciò che sei e di farti diventare una persona nuova, una persona diversa.

A diciott’anni, quando con le mie amiche fantasticavo sul nostro futuro di madri, la variabile «cambiamento d’identità» non rientrava affatto nell’equazione. Eppure, col tempo, ho assistito alla metamorfosi che vivevano le donne intorno a me nel momento in cui avevano un figlio. Ricordo che questo cambiamento mi lasciava perplessa e mi suscitava, lo ammetto, un certo disagio, quasi un senso di rifiuto.

«Perché non si può restare le stesse?» Capivo perfettamente che gli aspetti pratici della cura di un neonato comportavano degli aggiustamenti nel quotidiano, ma non riuscivo a spiegarmi perché diventare madre modificasse gusti, passioni o priorità. Non solo non comprendevo quella trasformazione, ma non avevo neppure una parola per nominarla.

All’inizio, quella metamorfosi non rientrava nel film che mi proiettavo nella testa quando mi perdevo a immaginare come sarebbe stato diventare madre. Ma col passare del tempo, mentre le persone a me più vicine attraversavano l’esperienza della maternità, ho iniziato a capire che era qualcosa che non capitava solo ad alcune. In un modo o nell’altro, riguardava tutte, e io non avrei fatto eccezione. Così è nata in me una forte curiosità verso quel processo che allora non sapevo ancora nominare. Ho preso l’abitudine di chiedere alle amiche madri se si sentissero cambiate dopo la maternità, e ogni volta mi colpiva il sollievo che provavano nel rispondere, nel trovare uno spazio per raccontarsi, come se all’improvviso potessero liberarsi di un segreto. Di un aspetto tabù della maternità che, fino ad allora, avevano tenuto per sé.

Quando sono rimasta incinta, ho provato un senso di vertigine all’idea di diventare una persona diversa da quella che ero. Mi spaventava l’idea di non tornare più me stessa. Ora mi fa sorridere il fatto che la mia mente abbia usato un’espressione tanto drammatica quanto assurda: «Non tornare più me stessa». Davo per scontato che esistesse un me stessa a cui fare ritorno dopo essere diventata madre: come se si potesse tornare a un sé stessi dopo l’adolescenza, come se fosse normale chiedere a un sedicenne di avere gli stessi gusti e le stesse priorità che aveva a otto anni.

Ho scoperto di essere incinta nel novembre del 2014, circa due anni prima che «Nature Neuroscience» pubblicasse il nostro studio, il primo a indagare gli effetti a lungo termine della gravidanza sul cervello umano. Anche se i risultati non erano ancora usciti, io sapevo già cosa stava accadendo. Avevamo analizzato i dati, e sapevo che la gravidanza lascia un’impronta profonda nel cervello. Dal punto di vista scientifico ero affascinata dai risultati, di cui vi parlerò più avanti. Dal punto di vista personale, però, ciò che osservavo in me stessa mi suscitava sentimenti ambivalenti. Da un lato, mi sentivo sopraffatta dal cambiamento imminente che incombeva su di me. Dall’altro, mi rassicurava sapere che esisteva una spiegazione scientifica a quella verità non detta che tutte le madri «custodivano». E che, per inciso, ha un nome: si chiama matrescenza.

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