Una donna attraversa la strada con un cappotto chiaro e un passo deciso, il mento alto, come se stesse sfidando il mondo. Al guinzaglio porta un uomo: Peter Weibel. I passanti la guardano, alcuni incuriositi, altri scuotono la testa e accelerano. È il 1968, Vienna. Quella donna è VALIE EXPORT, e quell’uomo è il suo compagno, teorico e collaboratore, ma in quel momento diventa il simbolo di un rovesciamento radicale dei ruoli: il maschio al guinzaglio, il femminile in comando. La città è il teatro, il mondo è spettatore, e lei è la regista di una delle azioni più scandalose e influenti dell’arte contemporanea.
Nata come Waltraud Lehner a Linz nel 1940, VALIE EXPORT decide presto che il cognome paterno e quello del marito non le bastano. Si costruisce un nuovo nome, come un’arma: “VALIE” richiama la valigia, il viaggio, il movimento, e “EXPORT” come le sigarette Smart: un oggetto di consumo, di libertà, di ribellione. Da quel momento, il corpo diventa medium, identità e messaggio politico. Il corpo stesso è il suo manifesto.
Le sue opere non sono gradevoli. Sono disturbanti, scomode, viscerali. Nel 1968 realizza il Tapp- und Tast-Kino, il cinema da toccare. Una scatola di legno posizionata all’altezza del seno invita i passanti a infilare le mani, a confrontarsi con il corpo femminile come mai prima. Non è voyeurismo: è pedagogia violenta, specchio del proprio ruolo di spettatore maschile. Alcuni toccano, altri scappano, molti restano paralizzati. Nessuno resta indifferente.
Nello stesso anno, durante la celebre performance Aktionshose: Genitalpanik, taglia i jeans all’altezza del pube e irrompe in un
cinema porno armata di fucile da sub. Testa leonina, giubbotto di pelle, sguardo diretto. Invita gli spettatori a fare di lei ciò che vogliono. Gli uomini presenti, terrorizzati, lasciano la sala uno a uno. Il corpo rovescia lo sguardo patriarcale, destabilizza le regole, i confini sociali e domestici. La violenza dello sguardo maschile è restituita, distorta, teatrale.
Ma la provocazione non si limita al corpo nudo. VALIE EXPORT trasforma il quotidiano in performance: cammina per strada con elmi di pelle, guanti metallici, cappucci. Ogni gesto banale diventa teatro, ogni passo un atto di ribellione. Nei suoi autoritratti fotografici, il corpo diventa medium: scritte sul corpo, maschere, oggetti industriali, manipolazioni del corpo maschile. La fotografia non è estetica, è guerra, denuncia, metafora politica.
Negli anni ’70 si sposta nella videoarte, collaborando con Peter Weibel. I video sono esperimenti radicali: il corpo diventa linguaggio, medium, manifesto. Interventi in ascensori, gallerie, vetrine: ogni spazio pubblico è teatro, ogni spettatore potenziale complice involontario.
Un’altra performance memorabile è la piramide di mitra immersa in una piscina di petrolio. L’odore acre penetra le narici e le coscienze, evocando guerre e violenze lontane ma concrete. L’arte qui è esperienza sensoriale totale: olfatto, vista, memoria. Il pubblico non può rimanere neutrale: deve respirare, reagire, riflettere.
VALIE EXPORT non risparmia dettagli grotteschi: in una performance minore, durante una mostra, costringe uomini a indossare maschere con occhi animali, trasformandoli in prede del loro stesso sguardo aggressivo. In un’altra, cammina per le strade di Monaco con un cartello che recita: “Se sei maschio, passa oltre”, sfidando l’ipocrisia e la paura del pubblico maschile.
Le reazioni sono sempre radicali. Critici scandalizzati lasciano gallerie urlando. Passanti confusi si fermano, esitano, ridono nervosamente. Alcuni uomini, spaventati, si nascondono dietro le colonne. VALIE EXPORT ride, sorniona. Sa di avere il potere della provocazione: l’arte non deve piacere, deve disturbare, scuotere, obbligare a pensare.
Negli anni ’80 e ’90 la sua ricerca si fa più politica e concettuale, senza perdere l’irriverenza. Le installazioni spesso combinano odori, luci, oggetti disturbanti. La piscina di petrolio, i mitra, le piramidi di armi: esperienze che colpiscono corpo e mente, e costringono a riflettere su guerra, violenza, oppressione.
La filosofia di VALIE EXPORT è chiara: “Non basta manifestare; bisogna agire concretamente, cambiare leggi, regole e abitudini.”
Ogni gesto, ogni performance, ogni azione è politica, educativa e provocatoria. La sua arte sfida il patriarcato, scuote i confini tra pubblico e privato, mette in discussione ogni regola di decoro e passività.
Oggi, a 86 anni, il suo corpo si è spento, ma l’eredità resta. Strade, cinema, gallerie, piscine di petrolio continuano a parlare del suo gesto di ribellione. Ogni uomo spaventato, ogni spettatore turbato, ogni passante confuso è parte del suo teatro. La sua voce, i suoi corpi performativi, le sue immagini radicali continueranno a disturbare e ispirare.
VALIE EXPORT ha fatto dell’arte uno strumento per rompere catene invisibili, per scuotere coscienze e provocare pensiero. Ha tagliato veli di ipocrisia come una sarta impazzita che destruttura abiti anziché confezionarli. Ha dimostrato che l’arte può essere politica, teatrale, sensoriale, radicale. E che il corpo, anche nudo, può essere la più potente arma di liberazione
Francesca Mezzadri