The Free – Intervista a Willy Vlautin

Home / L'intervista / The Free – Intervista a Willy Vlautin

In occasione dell’uscita di The Free (Jimenez Edizioni, 2019, € 18, pag. 256), abbiamo avuto l’occasione di incontrare Willy Vlautin, che, dopo una manciata di libri, è già – e giustamente- considerato uno dei più grandi scrittori americani viventi, grazie alla sua innata capacità di raccontare l’everyday life degli starti sociali più deboli della società americana con una forza di caratterizzazione e una fermezza di intenti che hanno, né più né meno, del prodigioso.

Questo è il fedele resoconto della nostra chiacchierata durante un piovoso pomeriggio novembrino, ad eccezione del piacevole scambio di impressioni musicali (Vlautin è, come se non bastassero le abilità letterarie, anche lo stimatissimo songwriter, chitarrista e cantante dei The Delines e, prima ancora, dell’alt country rock band Richmond Fontaine) che, prima durante e dopo l’intervista, l’ha caratterizzata.

Di seguito l’intervista.

 

Willy Vlautin

L’esercito di “punitori” che dà il titolo al romanzo e perseguita il protagonista Leroy e la sua fidanzata Jeannette cosa vuole simboleggiare e perché ha questo nome?

Penso che negli Stati Uniti si faccia da sempre un gran parlare della libertà, di cui noi americani ci sentiamo un po’ i depositari/difensori per eccellenza. Peccato, però, che molto spesso da noi vengano attaccate senza pietà le persone che pensano o quelle che sono fragili o, ancora, quelle che si mostrano indecise. Cioè, per dirla in due parole, siamo noi stessi i primi ad attentare alla libertà che tanto vorremmo difendere! Ecco, il gruppo di invasati che perseguita i due ragazzi di cui parlo nel libro vuole chiamare in causa proprio quella parte degli Stati Uniti che avalla prese di posizione censorie e di presunta superiorità di questo tipo.

Ti paragonano spesso a Steinbeck e a Carver per la tua capacità di saper creare un’epica del quotidiano vissuto dai più deboli. Lo trovi un paragone calzante?

Lo considero prima di tutto un grande onore. Sono cresciuto leggendo i loro libri e per me sono entrambi due autentici eroi, perché hanno parlato come pochi di coloro che vivono ai margini. Se mi sento vicino a loro? Sì, nella misura in cui, come loro, mi sforzo di parlare di coloro che sono relegati nell’ombra. Quando ero un bambino e scrivevo le mie prime storie, i miei protagonisti erano panettieri, fornai o segretarie (come mia madre). Ecco, sono queste le cose di cui voglio scrivere. E anche dei miei amici o di me stesso. Mi piace molto l’idea che nei miei libri gli attori principali possano essere persone di questo tipo. Vere.

 

Esistono diverse connessioni tra i personaggi dei tuoi libri e quelli delle tue canzoni. Si può dire che esista un solo universo narrativo di Vlautin o gli approcci e gli intenti espressivi rimangono in qualche modo separati?

Ho sempre pensato che canzoni e romanzi vivessero in appartamenti dello stesso palazzo, per così dire. Qualche volta, le prime nascono come colonne sonore dei secondi. Che differenze riscontro nello scrivere entrambi? Beh, le canzoni sono più facili, in un certo senso. Per i romanzi, talvolta, sei costretto a scavare dentro di te tutto il giorno prima di buttar giù qualcosa di buono. Inoltre, io credo che si possa sapere in qualche modo da dove vengono le parole ma non da dove vengono le melodie. Forse dalle tante canzoni che ascoltiamo durante la nostra vita? Mistero… Ha ragione quel detto: “Quando trovi una canzone è come quando incontri qualcuno per strada, lo abbracci e gli chiedi di non andare via”. Io la vedo proprio così.

 

Sempre rimanendo in tema: è venuta prima la musica o la scrittura? Ci racconti come sono cominciare queste tue due avventure?

Per prima è venuta la musica. Mio fratello, che era un songwriter, vedendomi sempre depresso mi disse che io, proprio perché mi sentivo spesso così giù, dovevo assolutamente suonare e comporre e così, da quando avevo 11 anni, ho deciso di dargli retta. Per quanto riguarda la scrittura, ho sempre amato i romanzi, ma non pensavo di saperli scrivere. Poi a 18 anni o giù di lì, lessi per la prima volta Carver (sempre lui!) e mi “disse” che forse potevo provarci anche io. Lui scriveva di falliti ed io ero un fallito. Mi ha dato il permesso di scrivere la mia storia. Ed io cominciato a farlo.

 

Leggendo il tuo romanzo, ho avuto la percezione che tutti i tuoi personaggi principali siano in qualche modo dei beautiful losers. Nonostante siano spesso sconfitti dalla vita e vivano delle tragedie personali pesanti come macigni, non hanno voglia di lasciarsi andare. Perché? Vuole essere un messaggio di speranza o ti limiti a registrare il loro reale così come ti appare?

Entrambe le cose. Ogni persona che incontro, con la quale parlo, ha, anche quando è nascosto, un grosso peso sulle spalle. “Sii gentile con tutti, perché ognuno sta combattendo una grande battaglia”, mi pare un atteggiamento corretto quando devi avere a che fare con la gente. Ecco, io scrivo tenendo sempre presente questo atteggiamento. The Free è stato scritto per raccontare degli infermieri, è un romanzo sulla gente che si prende cura dell’altra gente.

 

Quando i fratelli Polsky hanno girato The Motel Life dal tuo omonimo romanzo, cosa hai provato? Soprattutto quando hai scoperto che nel cast ci sarebbe stato un mito della musica come Kris Kristofferson?

Beh, è stata davvero una gran cosa! Hanno realizzato il film nella città dove sono nato e cresciuto, Portland, girando nei posti che avevo descritto nel libro e che conosco come le mie tasche. E poi… Vogliamo parlare della fortuna di aver potuto incontrare un mito come Kris, che, oltre ad essere un mio eroe, ha interpretato anche il mio personaggio preferito del libro? Tra l’altro penso che la pellicola non sarà magari un capolavoro indimenticabile, ma non è niente male.

 

L’efficacia dei tuoi dialoghi, nella sua assoluta naturalezza e credibilità, a volte è disarmante. In che modo li sviluppi, sono frutto di un paziente lavoro di levigatura o sei portato naturalmente a scriverli? Quale importanza hanno o dovrebbero avere, secondo te, nell’economia di un libro? E, infine, credi che saresti così bravo a scriverli anche per il cinema?

Fin da ragazzino ho sempre pensato che i dialoghi fossero la parte più interessante dei romanzi. Certe volte, addirittura, saltavo un tot di pagine per arrivarci quando nella lettura mancavano da troppo tempo! Io credo che per tirarne fuori di efficaci sia necessario fare molta revisione e, dunque, lavorarci tantissimo anche quando uno sente di essere naturalmente portato a scriverli. È un trucco dello scrittore vecchio come l’arte di scrivere. I miei dialoghi al cinema? Mhm, meglio di no, non sono un tipo che ha voglia di star sempre lì a discutere con sette o otto persone diverse su quello che va bene o quello che non va bene. Con il rischio, visto che in quell’ambiente c’è gente che, per importanza e soldi, conta molto più di te, di non averla mai vinta. Però se un giorno dovessi ubriacarmi così tanto e mi trovassi particolarmente a corto di soldi, chissà…

 

Sempre guardando al cinema: stupisce molto anche la tua capacità di intrecciare i diversi piani narrativi dei tre protagonisti principali in un fluido armonico di parole. Credi possa dipendere da un’influenza esercitata, anche inconsciamente, dalla “scrittura da film” o dobbiamo considerarlo come un risultato prettamente narrativo?

Beh, direi entrambi le cose. Mi sento influenzato dalle storie raccontate sul grande schermo, anche perché i film, quando ero ragazzo, erano spesso i miei migliori amici. In un certo senso quando scrivo mi sento come se si stesse svolgendo un film nella mia testa. Libri, film, musica: tutti mi hanno in qualche modo influenzato in questo lavoro di intersezione che trovi nei miei romanzi.

 

In Io sarò qualcuno parli di un ragazzo che abbandona le sue certezze per provare a sfondare nel mondo del pugilato. Questo sport è solo un pretesto per sviluppare il tuo discorso in quell’opera o ne hai una conoscenza più approfondita?

Sono cresciuto nella stagione in cui la boxe ha raggiunto il suo apice di popolarità in televisione. La scintilla tra me e la noble art è scoccata definitivamente dopo il mondiale dei welter tra Milton McCrory e Colin Jones. Lessi praticamente ogni singolo ritaglio di giornale dell’epoca per documentarmi sull’evento, mi abbonai a “The Ring”, la più nota rivista di settore del tempo negli States  e scoprii un mondo, quello del pugilato, appunto, che mi sembrò subito meraviglioso con le sue incredibili storie fatte di ascese repentine e cadute rovinose, scritte da grandi giornalisti. Mi interessano particolarmente le vicende di quei boxeurs nati in contesti di particolare disagio che hanno saputo ribellarsi al loro destino e sono diventati grandi, salvo dopo un po’ ritornare nella polvere per colpa di un loro particolare e inesorabile destino. Ero soltanto un bambino, ma mi sentivo molto coinvolto emotivamente da certi racconti. È per questo motivo che poi in Io sarò qualcuno ho scelto un protagonista che vuole sfondare nel mondo dei guantoni. Ti dico anche chi è il mio favorito di ogni tempo: il messicano Erik “El Terrible” Morales. Le sue battaglie con Manny Pacquiao e Marco Antonio Barrera mi hanno letteralmente stregato! Ne parlo anche nel libro, d’altronde.

 

Tornando a The Free: il sogno di Leroy mi ha fatto pensare a certe pagine “di inseguimento” scritte da Cormack McCarthy ne La strada. È un autore che in qualche modo ti ha ispirato?

Lo amo, anche se non mi ha influenzato. L’idea mi è venuta considerando il grande amore che molti in America sembrano dimostrare nei confronti di certa narrativa distopica. Se ci pensi, quella del sogno di Leroy è una sotto-storia a carattere fantascientifico molto tipica: ci sono lui, la donna che ama, un nemico costituito da un esercito di strani personaggi che vogliono fargli la pelle e una lunga fuga. Mi è sembrata fin da subito un classico dell’immaginario a stelle e strisce.

 

Visto il tuo duplice impegno come scrittore e musicista, ci racconti, se esiste, una giornata tipo di Willy Vlautin?

Molto dipende da come mi sveglio. Se sono in hangover o ho dormito, che so, per terra o, ancora, se mi sento una schifezza in generale, allora puoi star certo che proverò a scrivere una canzone lasciando stare decisamente la narrativa. Se invece mi vedi passare per strada mentre sto facendo jogging, well, allora puoi essere sicuro che sto scrivendo un romanzo!

 

Un’ultima curiosità: Pauline, l’infermiera protagonista di The Free è un personaggio indimenticabile. Quant’è difficile per te che sei un uomo riuscire a penetrare così in profondità nell’universo femminile?

Io sono stato cresciuto dalle donne. Le migliori persone che ho incontrato nella mia vita sono state mia madre, mia nonna e mia zia. Donne vere, come sempre sono vere quelle che cerco di creare sulla carta. Devono essere reali, non patinate come se ne trovano a pacchi in tanti cattivi romanzi che magnificano la ricerca irraggiungibile di certe “strafighe”. Se danno l’impressione di essere come mie sorelle, allora sono okay, altrimenti… Più in generale, direi che il discorso è questo: a me interessa scrivere solo delle storie credibili e, in questo caso specifico, quello che volevo era scriverne una bella a proposito di un’infermiera. Spero di esserci riuscito, saranno i miei lettori a giudicare.