“L’Europa sta immobile in attesa dei barbari. Non ci domandiamo più di quali barbari si tratti. Potremmo forse essere noi?”.
È in libreria Madri e figli di Theodor Kallifatides (Voland, 2026, pp. 192, € 18, traduzione di Carmen Giorgetti Cima) non è un libro sulle madri.
Kallifatides non racconta l’infanzia, la famiglia, la nostalgia. Fa un’operazione più rischiosa: scrive mentre la madre è ancora viva, sapendo che leggerà. E questo trasforma la pagina in uno spazio di tensione morale. Ogni frase è una trattativa, ogni ricordo un confine, ogni metafora un tradimento.
Il punto di partenza è già devastante: l’idea infantile che il figlio debba morire prima della madre, perché “l’albero sopravvive al suo frutto”. Da lì il libro si muove come una lunga telefonata del sabato mattina tra Atene e Stoccolma, con il caffè troppo zuccherato, le rime improvvisate, e quella domanda mai pronunciata che pesa più di tutte: “quanto mi sono allontanato dalle sue gonne?”.
È la biografia di una donna che diventa geografia morale del Novecento.
E poi nasce lo scrittore, non per vocazione, ma per necessità: “Mio padre mi ha reso un essere umano, ma è mia madre ad avermi reso uno scrittore.” Qui Kallifatides dice una cosa che molti scrittori temono: la scrittura non nasce dal talento, ma dal bisogno di rimettere a posto il mondo.
C’è una malinconia asciutta, nordica, che rende ancora più feroci certe frasi. Quando parla di Medea, del mito, del passato come unica cosa che possediamo davvero, Kallifatides colpisce al centro, perché senza memoria restano solo i cliché. E un mondo troppo veloce che cresce solo in apparenza: “Gli operai diventavano ingegneri, gli infermieri medici, i portieri capiufficio statali o comunali, i figli dei contadini politici e così via. Era un bene, ma non è comunque una parte dei problemi della Svezia? Se i capiufficio a volte agiscono come fossero portieri e i politici tornano facilmente a comportarsi da contadini?”.
Madri e figli è anche un processo pubblico allo scrittore come figura morale. “Si può essere scrittori senza tradire qualcuno o qualcosa?” Si può amare senza mentire o raccontare senza ferire?
La risposta di Kallifatides non è consolatoria: no, non si può. Ma si può farlo con pudore, ironia, autocontrollo e gratitudine.
Madri e figli è un libro che non cerca lettori giovani ma figli adulti che hanno capito che la madre non è solo una persona, ma un tempo, una lingua e una latitudine del mondo. E quando se ne va, non muore solo lei ma un’intera nazione. Un’ode alla Patria e alla Madre.
Carlo Tortarolo
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IL PUNTO DI PARTENZA
Da bambino credevo che sarei morto prima di mia madre, secondo il principio per cui l’albero sopravvive al suo frutto. 
Col tempo ho capito il giusto o perlomeno naturale ordine delle cose, dopodiché ho dovuto confrontarmi con un nuovo problema: come potevo causarle un dolore così grande come la mia morte? Questa consapevolezza mi ha obbligato a comportarmi con prudenza e moderazione fin da piccolo. I miei giochi non erano mai spericolati e mi mantenevo per lo più nelle sue vicinanze, cosa che a volte ancora mi ricorda quando le telefono al sabato.
Lei abita ad Atene. Io a Stoccolma, da quarantadue anni. Le nostre sono conversazioni dal carattere quasi rituale. Devo chiamarla preferibilmente la mattina, quando si è appena alzata e se ne sta lì seduta con in grembo la sua tazza di caffè. È così che la tiene, appoggiata sulla pancia. Assaggia il caffè a piccoli sorsi titubanti, nel timore che non sia abbastanza dolce. Tre cucchiai di zucchero sono il minimo sindacale.
“Ciao mamma, sono io” le dico quando solleva la cornetta.
Se è di buonumore risponde in rima. Se non è di buonumore, lo diventa.
Buongiorno figliolo in terra distante
che chiama costante
per render felice
l’attempata genitrice.
Si potrebbe pensare che la rima sia ogni volta la stessa, ma non è così. A novantadue anni suonati è ancora capace di giocare con le parole. Poi, inevitabilmente, arriva:
“Tu che non ti allontanavi di un passo dalle mie gonne sei andato a finire così lontano.”
Non è un’accusa, piuttosto un interrogativo per il quale non trova nessuna risposta sensata. È una risposta che nemmeno io possiedo. Ho lasciato il mio paese, è vero, ma in realtà cos’era che volevo lasciarmi alle spalle?
Ormai non ne parliamo più. È così e basta. Mia madre l’ha sempre saputo. Che tutto è così e basta. Non fa parte del suo carattere, ma è il suo carattere, questo atteggiamento stoico che ha ereditato, il dono di lasciare che le piccole gioie sconfiggano i grandi dolori. La tazza di caffè calda appoggiata sulla pancia è una bomba atomica di allegria, soprattutto se ci sono dentro quattro cucchiai di zucchero.
Per cui, dato che entrambi sappiamo che è così e basta, parliamo d’altro.
Quest’anno io ho compiuto sessantotto anni, e mia madre novantadue.
“Non sono stata io la causa principale della Prima guerra mondiale, ma sono nata lo stesso anno in cui è scoppiata” dice talvolta con l’autoironia giocosa che le ha sempre impedito di lasciarsi travolgere dai sentimenti.
Ormai siamo vecchi tutti e due e il tempo comincia a stringere, se davvero voglio fare ciò che da tempo desidero fare: scrivere di lei.
Non volevo scrivere di lei finché era in vita. Adesso però mi sembra di non avere altra scelta. La morte si avvicina per entrambi. E non si sa chi dei due morirà per primo.
Devo scrivere di lei e tenere conto del fatto che lei lo leggerà.
Probabilmente sarà un libro del tutto diverso da come me l’ero immaginato. In questo preciso momento non so che genere di libro sarà.
Quando morì mio padre scrissi un libro su di lui. E quando qualche anno più tardi i suoi resti furono riesumati perché non c’era spazio a sufficienza nel cimitero, scrissi ancora una volta di lui.
Fu difficile, ma non così difficile. Papà era morto. La sua vita si era conclusa. Il libro su di lui era già scritto, per così dire. Ma la mamma è viva.
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© della presente edizione
Voland SRL Roma 2025