C’è un taxi, nella notte del 5 gennaio 1942. Dentro, una donna di quarantacinque anni che non respira più. Fuori, Città del Messico che dorme male, con i suoi muri scrostati e le sue rivoluzioni finite archiviate. La versione ufficiale dice infarto. I nemici dicono veleno. Gli amici, quelli veri, rimangono in silenzio. Certe verità non servono a nulla, se non a sporcare la memoria.
Lei si chiamava Assunta Modotti, ma il mondo la conosce come Tina. Friulana di Udine, partita per l’America a diciassette anni con una valigia di cartone e una fame non solo di pane. Attrice a Hollywood, fotografa a Città del Messico, militante ovunque. Aveva occhi che sapevano vedere il mondo per quello che era: contadini, donne, bambini, mani sporche di terra e di sangue. E poi c’era lui.
Vittorio Vidali, triestino di Muggia, cinque nomi e una sola fede: a Mosca, anche quando Mosca non esisteva più. Lo chiamavano Carlos Contreras in Spagna, Comandante Carlos nelle brigate, Enea Sormenti sui passaporti falsi. Era un uomo che non lasciava tracce, se non quando decideva di lasciarne. E con Tina aveva condiviso tutto: il Messico degli anni Venti, la Spagna della guerra civile, il ritorno in Messico nel 1939, sotto falso nome.
Una storia di sguardi
Si erano incontrati quando lei stava ancora cercando di capire come poteva collaborare alla rivoluzione. Con la fotografia? Lui le aveva parlato di Mosca con voce bassa, sguardo fisso, e una mano che già preparava i documenti falsi. Lei lo aveva ascoltato, e per la prima volta nella sua vita aveva smesso di scattare. Da quel momento, la sua arte era diventata invisibile, archiviata nei rapporti riservati del GPU.
Vivevano come si vive in guerra: con valigie sempre pronte, nomi che cambiavano come le stagioni, e una fedeltà che non era mai solo sentimentale. Nel 1930, mentre Tina era in viaggio verso l’Europa, Vittorio si sposò a Mosca con un’altra donna, Paulina Hafkina, usando il nome di Jorge Contreras. Quando Tina lo scoprì, non fece scenate: scrisse una dichiarazione autografa in cui lo definiva “mio marito”. Alla fine la verità era solo una questione di comodità burocratica.
In Spagna, lei diventò “Maria”, lui restò “Carlos”. Combattevano la stessa guerra, ma su fronti diversi: lui comandava, lei assisteva i feriti, i bambini, i profughi. Quando la Repubblica cadde, fuggirono insieme. Ma mentre lui tornò in Messico nel 1939.
La cena dell’ultimo ponte
Città del Messico, 5 gennaio 1942. La guerra è dappertutto, ma in quella casa sembra solo un rumore di fondo, come la radio lasciata accesa in un’altra stanza. A cena c’è l’architetto Hannes Meyer, svizzero, ex direttore del Bauhaus, uomo che ha disegnato edifici in linea con le rivoluzioni: linee pulite, funzioni chiare, niente ornamenti. Intorno a lui, profughi spagnoli con la memoria piena di trincee.
C’è anche lei, Tina Modotti. Qualcuno giura di aver visto pure Vittorio Vidali, il suo compagno, quello con cui divide appartamento e sospetti. O
quantomeno che la serata fosse una sorta di “cena d’addio” tra loro, dato che Vidali aveva ormai una relazione con Isabel Carbajal.
Si mangia, si beve, si parla di architettura, di arte, di come il mondo potrebbe essere meraviglioso se non fosse così mal gestito. Poi, verso mezzanotte, Tina sente che il cuore le ha fatto uno scherzo brutto. Niente drammi, niente urla: solo un malessere improvviso, come se il petto si fosse riempito di piombo.
Le fanno chiamare un taxi. L’indirizzo che viene fornito è quello dell’appartamento in Dr. Balmis 137, che divideva con Vidali. Sale, si siede, chiude gli occhi. Il tassista la guarda, capisce che qualcosa non va, si spaventa più di quanto dovrebbe. Abbandona il veicolo e corre a cercare aiuto. Quando gli amici arrivano, Tina è già morta. Un infarto, forse. Nel referto infatti scriveranno “congestione viscerale generalizzata”, che è come dire: il cuore ha detto basta.
Ma le storie non finiscono qui. Qualcuno comincia a sussurrare che non è stata una morte naturale, che dietro c’è una mano, un ordine, un complotto. Diego Rivera, che di teatralità se ne intende, parla di assassinio. Puntano il dito su Vidali: nessuna prova, solo sospetti. Come sempre . Non verrà fatta l’autopsia, nessuno saprà davvero cosa è successo. Resta solo il taxi, la città, e una donna che ha vissuto come se ogni giorno fosse l’ultimo e poi, forse, lo è stato.
Neruda e l’epitaffio
Quando la notizia della morte di Tina arrivò a Pablo Neruda, il poeta cileno non pianse: si indignò. Qualcuno aveva già cominciato a mormorare che la fotografa “sapeva troppo”, che poteva aver pagato con la vita i segreti di Vidali in Spagna. Neruda rispose con i versi che oggi sono incisi sulla sua tomba al Panteón de Dolores a Città del Messico
“Tina Modotti, hermana, no duermes, no, no duermes:
quizá tu corazón oye crecer la rosa
de ayer, la última rosa de ayer, la nueva rosa.
Descansa dulcemente, hermana.”
«Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi: forse il tuo cuore sente crescere la rosa di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa. Riposa dolcemente, sorella».
Poesia ma anche un modo per chiudere la bocca a chi voleva sporcare quel nome. Neruda sapeva che certe verità non servono a nulla, se non a rovinare la memoria. E Tina, per lui, meritava di essere ricordata come una rivoluzionaria, non come una vittima.
E allora eccoli, i due: lui, il rivoluzionario professionista, lei, la fotografa che ha scelto di non lasciare tracce, se non quelle che il Partito approvava. Una storia d’amore? Forse. Una storia di copertura? Sicuramente. Una storia di potere, di obbedienza, di silenzi? Assolutamente sì.
Tina morì giovane, a 45 anni, in circostanze “sospette”. Vidali visse fino a 83, deputato e senatore in Italia, celebrato come eroe antifascista. Nessuno lo condannò mai per Trotsky, per Tresca, per Nin, per Mella, per Tina. La storia, si sa, è scritta dai vincitori. Ma la fiction, a volte, riesce a dire quello che gli archivi tacciono.
E così, possiamo immaginare Tina che, dall’aldilà, scatta un’ultima foto: Vidali, vecchio, solo, che cerca di lavare via dalle mani il sangue che non si vede. Ma l’acqua è sporca, e il piccone, quello, non si lava mai del tutto.
Francesca Mezzadri
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Fonti: Biba Giacchetti (a cura di), Tina Modotti. Donne, Messico e libertà, 24 ORE Cultura, 2021.![]()
Catalogo di mostra con saggi che ripercorrono la biografia, il contesto messicano e gli ultimi anni di vita, fino alla morte improvvisa nel taxi.