“Niente cresce al chiaro di luna” di Torborg Nedreaas (La Tartaruga, 2025 pp. 272 € 18.00), nella traduzione dal norvegese di Andrea Romanzi, esce il 21 novembre nelle librerie. Il libro si apre con una prospettiva cinematografica e irreale sull’occasione di un incontro casuale, discreto e coinvolgente, in una stazione ferroviaria, tra un uomo e una donna. L’evento fortuito è la lucida intuizione da cui parte l’urgenza emotiva della donna di comunicare la storia della sua vita e la generosa partecipazione dell’uomo di dare ascolto alla sua memoria, assecondando una confessione erratica e priva di meta, il confine randagio di prestare attenzione e accoglienza a un’anima ignota. Torborg Nedreaas fonde una vicenda dura, cupa e straziante con la magia immacolata e misteriosa della notte, dove ogni rivelazione è motivo di ispirazione e magia nello specchio introspettivo tra esseri sconosciuti, strada incognita da attraversare senza compromessi, sorprendente e avvincente cammino verso il mondo interiore. Allestisce un affascinante monologo femminile in cui il carattere universale delle confidenze rafforza il senso profondo dell’intimità e del clamore delle passioni, mette in scena la severità e l’inclemenza della sofferenza, denuncia temi come l’asprezza dell’infanzia a contatto con la povertà, rivendicandone il faticoso riscatto, svela il percorso suggestivo e istintivo del disincanto amoroso, la battaglia esistenziale e morale per la sopravvivenza oltre l’imposizione di una società autoritaria, vincolata all’obbligo delle convenzioni e delle ipocrisie. L’universo che cattura Torborg Nedreaas è crudele e malvagio, attesta una dimostrazione efficace e influente sulle tante difficoltà della vita delle donne nel ventesimo secolo. La scrittrice scandisce il ritmo narrativo della storia nel chiarore di una fragilità che declina il tempo della vita tra nostalgia e dolore, richiama la complicità del lettore nell’esortazione a condividere la storia e i suoi traumatici rimandi.
Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1947, incarna la profetica risonanza di una sensibilità incisiva, alimentata tra l’oscurità della desolazione e la luce della consolazione. La scrittura di Torborg Nedreaas registra una voce lungimirante nella letteratura che imprime in modo toccante la destinazione della condizione femminile, oltre lo sdegno e lo squilibrio dei ruoli sociali, economici e culturali, gli ostacoli persistenti per la piena emancipazione, le opportunità educative di conquista e di diritto per l’autonomia sulla propria vita, sulla mente e sul corpo. Torborg Nedreaas purifica la sua capacità narrativa con l’intensità malinconica di un riconoscimento etico in cui la riflessione schietta e brutale sul come e perché le donne subiscano ancora ingiustizie è motivo di ammissione del senso di solitudine e di isolamento della donna. Insinua nella conversazione tra i due protagonisti il dettaglio della vita come possibilità di evocare le tormentose modulazioni del cuore, illuminare la scelta personale di abbracciare la superficie di un destino scritto tra le pagine di una storia drammatica ed estrema, simbolo della ribellione e dell’autonomia femminile. “Niente cresce al chiaro di luna” espande la magnetica forza di volontà di un vissuto che comprende il disagio di migliorare le proprie condizioni in un contesto di ignoranza e di sconforto, accettare lo smarrimento per ogni incerta direzione che non può evolvere il suo tragitto sotto il glaciale e imperturbabile bagliore della luna, sognare la radicale urgenza dell’amore e della speranza.
Rita Bompadre
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Sto cercando una persona. Sono ormai tredici giorni che la cerco. Ho attraversato la città in tutte le direzioni. Sono entrato in tutti gli alberghi, rimanevo
seduto nell’atrio a osservare. Ho girato in tram, completamente senza meta e ho atteso con trepidazione di vedere quel cappotto blu stagliarsi tra i passeggeri. Mi sono recato in ogni luogo in cui le persone si spostano e ho studiato i volti, affinché proprio quel
volto apparisse davanti a me, ancora una volta. Ma nulla. È possibile che l’unica cosa che desidero sia vedere quei tratti per un attimo ancora, riconoscerli. Non conosciamo i nostri nomi. Vorrei soltanto guardare ancora una volta dentro questa persona, affondare nella sua anima per un secondo e portarla con me. Guardare negli abissi di un destino umano che una notte mi è stato offerto da due mani tremanti.
Tutto sommato è molto difficile dire che cosa abbia fatto sì che io mi legassi a lei. Presumibilmente i motivi erano diversi: il mio umore, il tempo, il vuoto di quel giorno. Non saprei. Ma alcuni giorni sono così, vuoti. Fanno male dentro, ti spingono fuori da te e ti fanno osservare dall’esterno. E io giravo senza meta, non avevo voglia di andare da nessuna parte, tantomeno di rientrare a casa. Era una di quelle sere primaverili con la pioggia leggera, così sottile che si notano soltanto dei piccoli puntini sui marciapiedi, durante un imbrunire azzurro profondo, con l’aria dolce e chiara. Lungo le strade, i lampioni erano appena stati accesi, bionde luci che sbocciavano nel crepuscolo azzurro. C’era odore di una sera di marzo e marciapiedi umido. Entrai nella stazione dei treni. A dire il vero non avevo alcun motivo per entrarvi, ma comprai un giornale all’edicola per dare l’impressione di avere qualcosa da fare.
Fu in quel momento che la vidi. Proprio mentre infilavo il giornale in tasca e mi voltavo per avviarmi, la notai che cercava qualcuno, aspettava qualcuno. Dalle vetrate sul soffitto sopra di noi, filtrava la luce di un imbrunire madreperla, mentre da una lampada una luce chiara le cadeva sulle spalle e sui capelli. Non indossava un copricapo, il volto era in ombra e non riuscivo a vederlo chiaramente.
Nell’atrio della stazione, le voci cantavano come colpi di martello, tutti i suoni tornavano indietro e ci ricadevano intorno, intrappolandoci insieme. Forse è stato
quello il motivo, e poi il suo sguardo che cercava qualcuno. Ebbi la sensazione di essere io la persona che cercava, o una cosa del genere, è difficile dirlo
con certezza, perché lei sembrava del tutto comune, e io non avevo bisogno di una donna, non avevo pensato a nessuna avventura quella notte. Ma qui devo fermarmi per un attimo, perché questo è un ricordo che mi è molto caro. Devo accarezzarlo un po’, e abbracciarlo, anche se può sembrare di poca importanza.
Di fronte a me c’era una giovane donna, sembrava avere diciannove o vent’anni. Una giovane donna che mi era del tutto estranea, di cui non potevo nemmeno vedere il viso. Se ne stava lì con una piccola valigia rossa in mano, e mi dava l’impressione che non sapesse dove andare. Il cappotto era aperto e le fluttuava addosso leggero, teneva una mano nella tasca. La mano che stringeva la valigia era nuda, senza guanto. I capelli lisci, le scarpe basse. Le girai intorno e mi misi dietro di lei, aveva piegato leggermente la testa. Parlai ai suoi capelli, che le ricadevano abbandonati sulle spalle. Non avevo assolutamente una precisa intenzione e non pensai a ciò che dissi, oppure a ciò che le avrei detto.