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Tra realtà e invenzione: come raccontare Grazia Deledda oggi

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Prefazione dell’autore 

Il testo nasce da una lettura affettuosa e profonda dell’opera e della vita di Deledda.

L’obiettivo è restituire la sua voce in un mondo che l’ha dimenticata troppo in fretta.

Grazia, quella di Nuoro” – racconto corale

La signora Nannina, vicina di casa a Nuoro

 “Io la vedevo, sapete? Passava ogni giorno col suo quadernetto sotto il braccio, la testa bassa, come se dovesse nascondersi dai sassi. Non era una che rideva molto, Grazia. Ma la sentivi… come una musica bassa. Quando poi cominciarono a dire che scriveva, che mandava racconti alle riviste di moda… mah. A noi donne ci dicevano di fare la calza, non di scrivere romanzi. Però lei non s’è fermata mai.”

Il professor Ganga, il suo primo maestro

 Aveva tredici anni. Ricordo ancora i suoi occhi, scuri e fissi, come se leggessero dentro i muri. Capì prima di me dove sarebbe arrivata. Io le davo Leopardi e lei mi riportava fogli pieni di racconti. Diceva che sentiva le voci dentro le pietre. Era seria, meticolosa. Mai una frivolezza, mai un capriccio. La scrittura era già tutto.”

Palmiro Madesani, marito

 Quando l’ho conosciuta a Cagliari, in quei pochi giorni, capii che c’era una calma nel suo modo di stare al mondo che poteva contenere tutto: la gioia, la rabbia, persino il dolore. Non ho mai avuto dubbi. Mi chiamarono ‘l’uomo della Deledda’, e ne andavo fiero. Sì, lasciai il mio impiego. Ma sapete cosa trovai? Una donna che lavorava come un contabile. Ore e ore sul tavolo, coi fogli sparsi, e quella concentrazione… Dio mio. Era una scrittrice, sì. Ma era anche una forza. Una montagna.”

Una cugina gelosa, anonima

 “Se lo dico mi chiamano invidiosa, ma tant’è. Grazia era brava, sì. Ma anche furba. Sapeva cosa voleva, e se lo prendeva. Noi altre stavamo zitte, lei scriveva. Ci fece sembrare tutte ignoranti, noi di Nuoro. ‘La donna che scrive’, dicevano. Ma a noi chi ci ascoltava? Nessuno. Eppure siamo cresciute nella stessa casa, con lo stesso pane.”

La domestica romana

 “Scriveva sempre. E piano, senza battere i tasti forte. Le sembrava di far rumore al pensiero. Una volta le dissi: ‘Signora Grazia, ma perché non scrive di Roma, che è così bella?’. E lei mi rispose: ‘Perché io Roma la abito. Ma la Sardegna la sogno.’

Poi, una mattina, la vidi piangere sopra un foglio. Mi disse che aveva ucciso una donna in un racconto. E che le era sembrata sua madre.”

Il libraio romano, dove si riforniva

 “Vedevo arrivare questa signora distinta, con l’aria un po’ assorta. Mi chiedeva sempre di tenerle da parte i libri russi. Tolstoj, Turgenev, Dostoevskij. Diceva che le servivano per capire la profondità. ‘Scrivono come se avessero un altare nel cuore’, mi disse una volta. E io pensai che lei, invece, scriveva come se avesse un pozzo’.

Voce Narrante (postuma): Grazia Deledda

“Scrivevo per non morire. Per non piegarmi. Perché ogni donna che nasce in un’isola, lontana da tutto, sente che il suo mondo non basta. Ma se lo racconti, allora si apre. E diventa di tutti “

Una donna del popolo, incontrata a Roma

“‘Deledda?’, chiesi quando me la presentarono. ‘Quella di Canne al vento?’ Non ci potevo credere. Era piccola, modesta. Sembrava una suora. Ma quando parlava di Sardegna, pareva che le montagne scendessero in salotto. Non ho mai letto nessuno che capisse così bene la vergogna, la colpa, la bellezza nascosta dei poveri.”

Luigi Pirandello

Ah, Grazia. La chiamavano ‘la contadina che scriveva’. Sciocchezze. Era una regina, piuttosto. Una regina silenziosa. Io la osservavo da lontano, in quelle rare occasioni mondane — sempre un po’ a disagio, con gli occhi bassi ma la mente altrove. 

 “Non mi fraintendere. La stimavo, eh. Ma quella scrittura così… così piana, così pura, non mi dava pace. Io mi contorcevo tra maschere e identità, e lei parlava di poveri, di vergogna, di vecchie zie.

Quando lessi Canne al vento, mi fermai. Non c’era un colpo di scena. Non c’era teatro. Eppure… era perfetto.

Le donne che si consumano nel silenzio, il servo che ha più dignità del padrone… tutte cose che avrei voluto scrivere io.Quando le diedero il Nobel, pensai: finalmente una giusta. Il mio teatro era fumo, il suo mondo era carne. Le invidiavo la coerenza, la purezza. E le montagne dentro.

Poi scrissi Il marito. Una piccola vendetta. Una risposta amara a quel mondo di donne forti e silenziose che lei sapeva raccontare.”

Una donna anziana di Nuoro 

Noi le storie le dicevamo piano, la sera. Intorno al fuoco, coi rosari in mano. E lei, da ragazza, stava in un angolo, zitta. Ma ascoltava. Le fiabe, le disgrazie, i sogni, le preghiere.

Poi un giorno aprii un libro e trovai una nostra storia. C’era una donna che lavava in riva al fiume, col grembiule nero, e un uomo che si vergognava del suo amore per lei.

Era un racconto breve, due pagine. Ma io ci vidi tutta Nuoro.”

Parte IICanne al vento”

Il figlio, Franz

Non ci faceva mai mancare nulla, ma non era una madre come le altre. Era… distante, a volte. Ma quando entrava nella stanza, portava una calma che metteva a tacere tutto. Sapevamo che stava scrivendo. E non si doveva disturbare. Mai. Solo quando finiva, ci raccontava le storie che aveva inventato. E allora era come se il mondo intero entrasse nella nostra cucina.

>“Quando scrisse Canne al vento, non parlava. Spariva per ore. Usciva la mattina e tornava col crepuscolo, con la penna ancora in mano.

La prima volta che lo lessi, avevo quindici anni. Mi colpì Efix, il servo. Ma più di lui, le zie. Quelle donne che non piangevano mai. Una delle tre, Ruth, le somigliava.

Era Grazia, quella che restava in piedi mentre tutto cadeva.”

Il libraio romano

Lo portò in stampa quasi senza rileggere. Canne al vento lo conosceva a memoria. Quando glielo chiesi, mi disse: ‘È il mio romanzo più vero. L’ho scritto da dentro’.

Disse anche una frase che non dimentico: ‘Noi donne siamo come le canne. Ci pieghiamo, ma non ci spezziamo’.

Volevo appenderla in libreria. Ma lei non voleva proclami. Diceva che le parole forti dovevano stare nei libri, non sui muri.”

Giovanni Verga (immaginario)

Ah, Deledda. Non l’ho mai conosciuta davvero, ma quando mi lessero Canne al vento dissi: ‘Questa sa cos’è il destino’.

Aveva preso il mio mondo – contadino, duro, ineluttabile – e ci aveva messo dentro la fede, il perdono.

Io scrivevo la rassegnazione. Lei scriveva la salvezza.”

Una giovane scrittrice (di oggi)

L’ho letta tardi. Pensavo fosse roba da scuola. E invece… in Canne al vento c’è la mia bisnonna. Le sue mani rovinate, la sua testardaggine, la sua solitudine.

Grazia non ha mai urlato. Ma ci ha lasciato una voce che ci riconosce tutte, anche cent’anni dopo.”

 I racconti

Luigi Capuana

“Una piccola donna, ma con una penna che spaccava le anime. Quando lessi La via del male, mi colpì la verità dei sentimenti. Non c’era retorica, non c’era manierismo. Solo dolore, e speranza. Scrissi la prefazione con rispetto. Aveva un modo tutto suo di stare nelle parole, come se le avesse sempre conosciute.”

Se n’intendeva, eccome. Aveva un talento per il racconto breve che pochi uomini possedevano.

Ma la cosa incredibile era il tono: narrava come se ti confidasse un segreto, come se ti parlasse dalla finestra della cucina.

Ti dava una storia e una morale, ma senza mai fartela pesare.”

Una vecchia lettrice sarda

 “Li compravo di nascosto. I racconti di Grazia. Quelli sulle donne lasciate, sulle madri sole, sulle vedove che non si rassegnano.

Le protagoniste erano come noi, ma nei libri… sembravano più forti. Leggendole, mi pareva di respirare meglio.”

La stessa Grazia (in una lettera mai spedita)

Scrivo racconti per fissare i dettagli che non entrano nei romanzi. La voce della vicina, la morte di un agnello, il sogno ricorrente di una sposa abbandonata.

Ogni volta che scrivo di una donna sola, la scrivo per tutte.

I racconti sono confessioni, ma anche risarcimenti. Perché noi non dimentichiamo. E se la vita ci scorda, scriviamo noi la memoria.”

 Parte III:Il Nobel”

 Stoccolma, 1927

 “Piccina, con un enorme mazzo di fiori fra le mani, Grazia Deledda non pare a suo agio in mezzo ai tanti signori azzimati e alle dame ingioiellate che la circondano in un ambiente lussuoso…”

Così comincia l’immagine. È Stoccolma. È il 10 dicembre del 1927.

Una donna arrivata dal cuore dell’isola sarda, che ha imparato a scrivere da sola, è lì per ritirare il Premio Nobel per la Letteratura.

Grazia non sorride molto. Tiene la voce ferma. Parla in italiano.

Ma ciò che dice, resta:

Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta da gente savia ma anche da violenti e artisti primitivi…”

Un giorno di dicembre del 1927, freddo e ovattato a Stoccolma, diventa il cuore del nostro mosaico. Ascoltiamo le voci che ronzavano intorno a lei — nei salotti, nei giornali, nei teatri, perfino nei pensieri inconfessati di altri scrittori. E in mezzo a tutto questo, Grazia resta silenziosa, contenuta, con quell’umiltà densa che somiglia alla dignità.

Un accademico svedese

Quando è salita sul palco, ci parve una ragazza, nonostante i suoi cinquantasei anni. Parlava piano, in italiano, ma con una voce piena di sicurezza. Non cercava l’applauso, cercava il senso. Quando disse che aveva ascoltato la voce delle foglie… be’, fu poesia vera, anche per noi che capivamo solo la traduzione.”

Il cronista del Corriere della Sera

Fu uno strano vederla, così piccina, circondata da uomini in frac e dame imbellettate, lei che pareva uscita da un romanzo russo e non da un salotto italiano.

Stringeva il mazzo di fiori come una scolaretta premiata, ma quando parlò — in italiano, senza badare a convenevoli — la sala tacque.

Disse: ‘Sono nata in Sardegna’. E lì dentro si capì che il Nobel non era a lei, ma a una voce. A un’isola. A un mondo intero dimenticato.”

Una nobildonna svedese, spettatrice

 “Non capivo le sue parole, ma il tono sì. Era il tono delle madri che hanno perso qualcosa. O di chi ha scavato molto, senza mai vantarsene.

Aveva un portamento umile, ma non dimesso. E quando finì di parlare, non fu un applauso: fu un inchino.”

Pirandello, in una lettera non spedita a un amico (immaginata)

 “Dunque, l’hanno data a lei. Grazia. La sarda silenziosa.

Non mi sorprende. Il mondo ha bisogno di racconti semplici per lavarsi la coscienza.

Io metto l’uomo davanti allo specchio e lo faccio a pezzi. Lei lo mette in cucina e lo consola.

Ma, diamine, scrive bene. Maledettamente bene.

Quando ha detto che aveva ‘ascoltato la voce delle foglie’… be’, ho capito che quel Nobel me lo sarei dovuto sudare ancora a lungo.

E che, forse, non mi bastava.”

Una giornalista francese

Una donna! Una italiana! Una provinciale! Era come se l’Accademia volesse fare ammenda di anni di esclusioni.

Ma poi leggi Canne al vento e capisci: non era una concessione. Era una giustizia.

In lei non c’è ideologia, non c’è posa. Solo letteratura. E la letteratura vera, come l’amore, si riconosce dalla voce.”

L’inserviente dell’Hotel Grand di Stoccolma

 “Non era come gli altri. Gli altri premiati parlavano forte, ridevano, fumavano nei corridoi.

Lei invece stava seduta accanto alla finestra, con una coperta sulle ginocchia, e guardava fuori.

Una volta mi chiamò e mi disse: ‘Vede quegli alberi? Anche loro sembrano piegati dal vento’.

Non sapevo cosa rispondere. Mi vergognai un po’. Poi mi regalò una spilla. Disse che gliel’avevano data per il Nobel, ma che lei non portava gioielli.

Ancora oggi la tengo in un cassetto. Quando la tocco, mi pare di sentire la voce delle foglie.”

Una voce accademica italiana (secca, burocratica)

Sì, certo, il premio è meritato. Ma diciamoci la verità: la Deledda è scrittrice di un mondo che non c’è più.

La sua è una letteratura arcaica, regionale. Non ha la modernità di Svevo, né la profondità teorica di Pirandello.

È tutto sentimento, tutta malinconia.

Piace all’estero perché è pittoresca. Ma noi? Noi dovremmo puntare su altro.”

Una studentessa svedese (anni dopo)

Stavo preparando la mia tesi su letteratura femminile del Novecento. Mi consigliarono Deledda. Non l’avevo mai sentita.

Iniziò tutto con una frase da Canne al vento:

La vita passa come l’acqua e noi siamo come le canne: si piegano ma non si spezzano.’

Ecco. Quel giorno capii che a volte la vera modernità sta nelle parole più antiche.”

Grazia stessa (diario immaginario)

Hanno applaudito. Mi hanno lodato. Hanno scritto che ero un simbolo.

Ma io penso solo alla mia terra. Ai miei figli. Alle storie che ancora non ho scritto.

Il Nobel non è un traguardo. È una curva in salita.

E io, da lì in poi, ho solo camminato più piano.”

Parte IVLe voci liberate

*15 agosto 1936.

Grazia Deledda è morta. Ma non le sue parole.

I suoi personaggi, finora trattenuti sulla pagina, si alzano in piedi.

Escono dai romanzi, dalle novelle, dalle pieghe di frasi sobrie e cariche di destino.

Parlano. Per la prima volta, senza mediazioni.

Per lei. Di lei. 

EPILOGOL’ultima immagine

*La casa è vuota. Una tenda si muove.

Sul tavolo, una penna. Un foglio. Una finestra aperta.

Il vento sardo arriva anche qui, a Roma.

Efix cammina piano per il corridoio. Le zie Pintor si affacciano al ricordo.

Marta siede accanto al focolare.

Nessuno piange.

Da qualche parte, un romanzo non ancora letto si apre da solo.

Grazia raccontava.

Ora, raccontiamo noi.”*

EFIX *(da Canne al vento)

Madonna santa… se ne andata davvero.

Io, che servivo in silenzio, l’ho capita solo dopo. Lei mi vedeva. Mi sentiva.

Non mi ha mai detto che ero buono. Ma mi ha dato un’anima.

Ora che non c’è, il vento non ha più chi lo racconta.

Ma io resisto. Come le canne.

Perché lei mi ha insegnato che piegarsi non vuol dire spezzarsi.”

DONNA ESTER PINTOR

 “Ci ha raccontate. Noi, chiuse in casa, fiere e spente, dure come le rocce di Nuoro.

E lo ha fatto senza pietà ma con amore.

L’abbiamo disprezzata, lo sai? Lì, tra una messa e una tisana, si diceva: ‘Ha scritto troppo di noi’.

Ma chi altro avrebbe potuto farlo?

Ci ha dato un posto nella letteratura.

E ora che lei tace, noi parliamo.”

LA MADRE DI ANANIA *(da Cenere)

 “La vergogna non fa rumore.

Eppure tu sei riuscita a raccontarla. A darle forma. A darle nome.

Io ero la madre che tutti volevano dimenticare.

Tu mi hai restituito un figlio. E dignità.”

MARTA, la lavandaia (da un racconto minore)

 “Ero un personaggio da due pagine. Forse tre.

Ma bastarono per dire il mio dolore.

Non mi avevi vista in un salotto. Mi avevi vista al fiume, con le mani rotte, la schiena storta e gli occhi fermi.

Da allora, non mi sono più sentita invisibile.”

UNA FIGLIA NON VOLUTA (voce simbolica, presa da tante)

Non avevo un nome. Solo pianto.

Non avevo una madre. Solo silenzio.

Poi tu hai scritto di me.

Non mi hai salvata.

Ma mi hai resa vera.”

LA VECCHIA STREGA DEL PAESE (da “La madre”, da “Il vecchio della montagna”, da ogni villaggio raccontato)

Mi temevano. Dicevano che parlavo con i morti.

Ma tu ascoltavi le mie storie.

Tu sapevi che anche chi puzza di fumo e preghiere ha qualcosa da dire.

Non ci hai fatto sante, né mostri.

Ci hai fatto donne.”

CORO (le voci si uniscono, senza volto)

Siamo le madri, le figlie, le serve, le vedove, le sorelle.

Siamo le zitelle, le povere, le pazze, le umiliate.

Tu ci hai visto.

Tu ci hai capito.

Tu ci hai raccontato senza volerci cambiare.

Ora siamo noi a raccontarti.

Ora che sei silenzio,

noi siamo voce.”

Postfazione dell’autore

 Questo testo nasce dall’urgenza di restituire voce a Grazia Deledda, l’unica donna italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, eppure oggi così poco conosciuta, persino dimenticata.

L’intento non è scrivere una biografia, né un saggio accademico. È raccontarla, e farla raccontare da chi più l’ha conosciuta: i suoi personaggi, i suoi contemporanei, i critici, gli ammiratori e perfino gli invidiosi.

Il racconto mescola fonti storiche reali e interventi di finzione letteraria, in uno stile ispirato ai romanzi corali.

È un atto d’amore verso una scrittrice silenziosa, potente, profonda.

È anche una dichiarazione: la voce delle donne non si spegne. Nemmeno dopo la morte.

La  parte finale è un atto di restituzione.

Grazia Deledda ha raccontato donne che non potevano parlare.

Qui, quelle donne si alzano, si guardano, prendono parola.

Non è solo finzione: è verità poetica.

E una forma profonda di gratitudine.

Questo testo è un esperimento narrativo costruito a partire da fonti reali, ma rielaborato in chiave letteraria e immaginaria. L’intento è quello di avvicinare il lettore alla figura di Grazia Deledda attraverso uno stile narrativo corale, intimo e affettivo, che renda giustizia alla sua complessità umana e artistica.

Ogni personaggio racconta una propria verità su Grazia, permettendo al lettore di costruire un ritratto sfaccettato e contraddittorio, come accade nella vita reale.

Le voci provengono da persone reali, come Luigi Pirandello, ma anche da personaggi di finzione, come Efix o le zie Pintor, per riflettere su quanto le sue creazioni parlino di lei e per lei.

Francesca Mezzadri 

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Fonti e riferimenti utilizzati

Biografia e contesto storico

Grazia Deledda, Cosima, quasi Grazia, postumo, 1937 – Romanzo autobiografico, fondamentale per comprendere il carattere e il percorso umano e intellettuale dell’autrice.

Archivio storico del Premio Nobel (nobelprize.org) – Testi originali del discorso di ringraziamento di Deledda a Stoccolma nel 1927 e motivazioni ufficiali del premio.

Anna Dolfi, Grazia Deledda. La donna, lo stile, il mito (Laterza) – Saggio critico approfondito che esplora la figura di Deledda, anche in chiave femminile e stilistica.

Maria Giacobbe, Grazia Deledda. Una vita per il Nobel (EDES, 2006) – Biografia dettagliata con focus sul contesto sardo e i conflitti culturali affrontati dall’autrice.

Articoli tratti da: Corriere della Sera, La Stampa, L’Unione Sarda – Ritagli e testimonianze relativi al conferimento del Nobel e all’impatto mediatico del premio.

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Opere di Deledda (utilizzate o citate)

Canne al vento (1913)

Cenere (1904)

Elias Portolu (1903)

Racconti brevi presenti nelle raccolte: Il vecchio della montagna, Racconti sardi, Chiaroscuro.

Opere e lettere di Luigi Pirandello:

Il marito (1918) – Racconto lungo, spesso interpretato come riflessione amara e ambigua sul ruolo della donna e sul matrimonio.

Lettere a Marta Abba – Raccolta epistolare che mostra un Pirandello profondamente insicuro, spesso in crisi rispetto alla propria poetica e al mondo letterario.

Maschere nude – Testo teorico fondamentale per comprendere l’estetica pirandelliana e i suoi contrasti interiori con figure come Deledda.

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