Partiamo da un presupposto fondamentale:
è ormai riconosciuto da tempo il fatto che Trent Reznor sia non soltanto uno dei più grandi compositori e produttori discografici degli ultimi 30 anni (e oltre, per chi scrive), ma anche un autentico genio impossibilitato per la sua stessa, a dir poco inquieta, indole a crogiolarsi in un’aura di rilassata gloria o in comode formule espressive. Da sempre la sua vicenda, tanto umana quanto artistica, si è delineata come una continua sfida contro la tranquillità e le convezioni, spingendolo più volte a danzare incurante sul ciglio di un burrone esistenziale e, aspetto molto più interessante per chi lo ama, a cimentarsi senza risparmio in imprese a sette note pieni di rischi e di una eterogeneità a volte niente meno che spiazzante. Con il risultato, praticamente sempre costante a partire dal seminale The Downward Spiral dei Nine Inch Nails in poi, di aver saputo variare ed evolvere il suo linguaggio e le sue “visioni” musicali a livelli talmente alti e particolari da lasciare stupefatti. Tra gli approdi più significativi della sua instancabile ricerca, quelli raggiunti attraverso la creazione delle sue originalissime colonne sonore costituiscono forse uno degli aspetti meno considerati e studiati dagli esperti del settore. Per porre rimedio a questa mancanza, perlomeno qui da noi in Italia, è da poco uscito nelle librerie questo interessante “Il suono delle immagini” di Umberto Mentana (Tsunami, Le Tormente, pp 225, € 22), dedicato alla sua a dir poco proficua partnership con Atticus Ross, prezioso collaboratore del Nostro nei Nine Inch Nails e soprattutto nella realizzazione di colonne sonore per il cinema e per le serie TV che hanno fatto (e continuano a fare) epoca, assicurando al duo non soltanto una ricchissima serie di premi, ma soprattutto facendogli riconoscere, come era giusto che fosse, la messa a punto di un vero e proprio marchio di fabbrica che rende i loro lavori un punto di riferimento imprescindibile per chi opera nel settore.
In questa lunga e dettagliata panoramica, trovano un ricco spazio interpretativo non soltanto celebrati capolavori come The Social Network e Soul, che nel 2011 e nel 2021 portarono la coppia alla doppia vittoria di categoria tanto negli Oscar quanto nei Golden Globe, ma anche tutto il resto della loro brillante produzione, fino ad arrivare al recente After the Hunt di Luca Guadagnino del 2025.
Grande merito di Mentana in queste pagine è quello di aver analizzato ogni volta non tanto la genesi del singolo progetto, quanto in primis la capacità da parte di Reznor e di Atticus di partire dalle direttive dei vari registi con i quali hanno a che fare (siano essi stati dei “mostri” come Fincher e Mendes o no) per creare in ogni circostanza un percorso ad hoc in cui la musica non intrattiene con le immagini un semplice rapporto di ancillarità o, peggio, di mera giustapposizione, ma è in grado di partecipare a pieno titolo, se non proprio di definire, i paradigmi linguistici di un film o di una serie tv, risultando dunque decisiva nella strutturazione del flusso visivo e nella definizione dei personaggi. E, altra pregevole caratteristica di questo volume, è quella di spiegarci il modus operandi risultando intellegibile anche ad un profano completo dell’argomento, che, magari, di fronte alla prospettiva di una dettagliata descrizione tecnica sul come vengano usati dei synth o delle chitarre o sul come venga tirato fuori il rumore giusto per una scena potrebbe ritrovarsi disorientato, se non proprio impaurito. Niente di tutto questo, invece. Riusciamo agevolmente a capire tutto quello di cui l’autore ci sta parlando e ad entrare con decisione nell’universo creativo di questa fenomenale pariglia di demiurghi, scoprendo cosa li ha indotti a scegliere un certo tipo di arrangiamento o tema e quale tipo di associazioni li ha spinti a propendere per una determinata soluzione stilistica piuttosto che un’altra. Insomma, si arriva alla fine di questo viaggio con la consapevolezza di aver imparato cose nuove non solo sull’universo creativo di Reznor e Atticus -che pure sarebbe un risultato niente male, data la loro assoluta caratura – ma di aver portato a casa delle nozioni di musica, di cinema e di estetica cinematografica che non capita tutti i giorni di poter apprendere.
Un risultato non da poco, decisamente.
Domenico Paris