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Un giorno di festa. Intervista a Matteo Tasca

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Un giorno di festa è un libro di Matteo Tasca edito nel 2024 da Industria&Letteratura, nella collana Obtorto Collo diretta da Riccardo Frolloni.

Un giorno di festa raccoglie versi e prosa, e li sistema in un percorso suddiviso in tre sezioni: Piccolo Bestiario Domestico, Paesaggi, Un giorno di festa. La scrittura rabdomante di Tasca parte e resta sospesa come una nebbia su un paesaggio fisico e accompagna la voce che scrive alla ricerca del senso, del significato, del suono. Una scrittura che ha desiderato il desiderio dell’altro e lo ha anche sabotato: «sicuramente ho desiderato scrivere la maggior parte dei testi che ci sono finiti dentro, e ho anche desiderato sabotare la prima versione, tutta in versi, che era uscita fuori.» Nel libro si sente e si vede la distanza che Tasca pone nei suoi confronti e nei riguardi anche della sua stessa azione scrittoria: «i momenti più belli sono quelli in cui hai perso tutto il potere su quello che succede.» Sia come sia, è l’occhio che definisce il passaggio e il paesaggio è fissato nell’immateria dello sguardo. Uno sguardo che non esalta il riflesso del proprio volto, semmai del paesaggio intornointerno, perché è un mettere sulla scena della pagina un continuo ostacolarsi, ciò che rende creazione il proprio remarsi contro: «a volte bisogna andare un po’ contro sé stessi.» Per cui anche il porsi ostacoli e la stessa censura opera come stimolante della creazione: «Non avere interdetti diminuirebbe di molto la creatività.» Per Tasca scrivere è «una cosa di cui ogni tanto sento il bisogno, come dover fare la cacca», la pagina non è che l’aspetto cartaceo del proprio aspetto somatico, un nuovo modo di procedere del desiderio che pur essendo altrui, resta proprio e contraddittorio, giocosa panoplia prosetica…

Gianluca Garrapa

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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

Penso che l’esistenza di questo libro incrocia il mio desiderio con quello di altri – o meglio, col loro affetto nei miei confronti. L’ho messo su perché dei miei carissimi amici mi chiedevano di farlo da un po’, mi dicevano «prova, vedi che succede se metti tutti i testi insieme». Ci ho provato ed è stato fico, la cosa che è uscita fuori somigliava ad un libro, mi piaceva e col tempo mi ci sono anche affezionato. All’inizio avevo raccolto solo testi in versi e questo creava un effetto fastidioso per me, non mi ci trovavo tanto, l’impianto mi sembrava troppo pulito e rotondo, e quindi ho sentito il bisogno di sporcare il disegno. Mi sento una persona storta, e volevo che anche il mio libro fosse un po’ storto e difforme al suo interno, volevo che mi rappresentasse. Per questo ho aggiunto le prose (che sono paginette di diario) e i sogni. Queste per me non sono ‘letteratura’, sono scritture private che ho pensato di inserire perché spezzassero la cadenza ordinata dei versi e aggiungessero piani di lettura. Secondo me sono testi complessivamente brutti, ma che nel libro per come mi si stava definendo nella testa ci stavano bene. Comunque, nel complesso, non penso di aver mai desiderato scrivere il libro. Sicuramente ho desiderato scrivere la maggior parte dei testi che ci sono finiti dentro, e ho anche desiderato sabotare la prima versione, tutta in versi, che era uscita fuori.

Quando scrivi, godi?

Non sempre, ma quando non godo so che è un brutto segnale, che sto giocando male. Nel libro questa cosa penso si intraveda negli scarti stilistici tra le parti: iniziavo a scrivere in un modo, trovavo un equilibrio, l’equilibrio diventava ripetizione, mi stufavo e provavo a cambiare, perché non era più divertente. Tendenzialmente, godo quando inizio a scrivere una cosa senza sapere bene dove andrò a parare, e alla fine arrivo in un punto che mi sembra giusto. Il godimento viene se chiudo gli occhi e quando li riapro sono in un luogo diverso, diciamo nella stanza accanto a quella dove mi trovavo all’inizio, e non so come ci sono finito. Se sono io a condurre le danze non fa più ridere. Non avere il controllo su quello che si sta facendo è molto difficile, e quindi accetto che ci siano dei momenti in cui uno si diverte un po’ meno, ma comunque scrive qualcosa che aveva voglia di scrivere. Però diciamo che i momenti più belli sono quelli in cui hai perso tutto il potere su quello che succede.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

[…] E tu che i ricordi

non li amavi… c’è un popolo là in fondo.

E una voce che singhiozza in un pozzo,

prende spesso fiato, parla raramente.

Sono i versi finali di Paesaggio I. Sono stati importanti perché hanno segnato un po’ una svolta nel mio modo di scrivere, come recuperare un punto di vista dall’interno, più personale, accettando tutto quello che c’è dentro e che non ho scelto, che in molti casi non avrei voluto, ma che comunque mi appartiene. Mi sembra che da questo testo in poi il libro faccia uno scatto, qualcosa di profondo cambi. È stato molto bello scriverlo, ed anche facile in realtà. È stato difficile inserirlo nella raccolta perché secondo me è una poesia brutta, e perché le cose che scrivo mi imbarazzano abbastanza. Però a volte bisogna andare un po’ contro sé stessi.

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Non ne ho bene idea, forse una serie di brevi video, 40-50 secondi l’uno, tipo delle videoinstallazioni. Mi piace fare ogni tanto questo tipo di video e secondo me c’è un qualche rapporto con le cose che scrivo.

Che rapporto hai con la censura?

Penso quello di tutti: mi piace perché può essere aggirata. Ovviamente penso a forme di censura interna, non esterna (che non esiste per la poesia visto che non ha peso). Penso che la censura interna sia un personaggio importante all’interno di questa buffa vicenda che è la scrittura, perché ti impedisce di dire direttamente quello che vorresti dire, e quindi ti costringe a trovare delle nuove soluzioni creative per arrivare comunque a un certo contenuto. Non avere interdetti diminuirebbe di molto la creatività. Se si potesse semplicemente possedere la madre nessuno avrebbe sentito il bisogno di parlare di donne-angelo.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Nessuna delle due cose, è semplicemente una cosa di cui ogni tanto sento il bisogno, come dover fare la cacca: ogni tanto ti viene lo stimolo, la fai e poi torni alle tue cose più libero e leggero. D’altronde, sia come mestiere che come mezzo di contestazione dello status quo la poesia mi sembra offrire risorse piuttosto misere.

Bonus track

I paesaggi sposano uomo, natura, oggetti e disegni interiori. ‘Tu’ è spesso l’ambiente intorno, e la bellezza è riuscire a trascrivere quel che lega il tutto alla parte. Una visione pacificante del conflitto e del dramma tra l’effimero che siamo e il meno effimero che ci circonda. Intrattieni un dialogo con il territorio e la voce che scrive si trasforma in sguardo e lasci il tuo io-corpo per mettere in musica la visione: è così che scrivi il corpo-mondo?

Nella mia percezione i paesaggi sono molto poco corporali. Teoricamente c’è un’esteriorità, che costituisce un innesco, qualcosa che fa scattare il processo, ma il risultato finale credo non sia né solo corpo né solo mente, né solo mondo né solo io. È una contraddizione che Gogol’ esprime molto bene nel passo che ho messo in epigrafe dei paesaggi («La gente si immagina che l’intelletto umano si trovi nella testa; niente affatto: l’intelletto lo porta il vento che arriva dal Mar Caspio»), e che credo Hegel chiamerebbe spirito, anche se a me questa parola non piace e mi fa paura. Questo è il punto da cui sono scritti tutti i paesaggi: una cosa esterna, che diventa una sensazione, che diventa sapere su me stesso, che diventa una qualche forma di conoscenza del mondo, e quindi viene restituita all’esterno. Alla fine questa cosa di chi è? Mia o del mondo? Della mente o del corpo? Boh. Mi sembra solo che alla fine del processo dire «io» o dire «mondo», dire «corpo» o dire «mente» non abbia più senso. Non so se ho risposto alla domanda, ma quando mi chiedi «è così che scrivi il corpo-mondo?» non capisco bene che significa corpo-mondo.

Per soddisfare un vostro capriccio

sono diventato una sedia,

un martello per battere il muro:

un oggetto qualunque, e sto bene con voi: come cambia il tuo fare poesia se ti metti dal punto di vista di un oggetto, non dell’altro, ma di un oggetto? Quando il tempo si fa inorganico, lento, magari forse sparisce. Cosa diventa la tua scrittura poetica se il punto di vista è quello di un oggetto?

Quando diventi un oggetto ti liberi dal peso di essere un soggetto, ti puoi godere la scena senza avere responsabilità, senza dover partecipare. Ovviamente perdi anche tutta la libertà, ma spesso è bello non essere liberi, non devi pensare a niente, stai solo lì a vedere che succede, cosa fanno gli altri tra loro e cosa se ne fanno di te. È un altro modo (non migliore né peggiore di altri: solo diverso) per essere in contatto con sé stessi e con gli altri. Anche essere usati è una forma di relazione, e vedere come gli altri si relazionano con gli oggetti ti dice molto di loro: se sono rispettosi, insaziabili, manipolatori, affamati, cinici. Credo che mettersi dal punto di vista di un oggetto non renda la scrittura ‘oggettiva’, ma dia accesso ad alcune zone dell’immaginario che il soggetto non può vedere, perché ha molte più cautele, e suscita molte più cautele negli altri con cui si relaziona. Quando uno assume la posizione di oggetto (o quando riduce gli altri a oggetti) si abbassano delle difese e diventa possibile vedere meglio il godimento, in che direzione scorre e come funziona, portando un po’ di luce in questo lato buio dello stare al mondo.

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Matteo Tasca, Un giorno di festa, Industria&Letteratura edizioni, collana Obtorto Collo diretta da Riccardo Frolloni, 2024.

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