UN POETA AL CINEMA

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Quando nel 1925 il (non ancora) poeta parmigiano Attilio Bertolucci vide Aurora di Murnau ne rimase profondamente colpito. La scoperta del cinema attraverso alcune delle sue opere e dei suoi autori supremi (Chaplin, Dreyer, Stroheim, Hawks, Murnau) avvenne quand’era giovanissimo e non solo segnò l’inizio di un’attività, quella di critico cinematografico, portata avanti con costanza, come una malattia, e che arriverà a contagiare anche il primogenito Bernardo, ma influenzerà anche la sua opera poetica, dove lo scorrere di volti e luoghi nel tempo e l’improvviso apparire di figure epifaniche ha una chiara matrice cinematografica. Collaboratore della Gazzetta di Parma prima, e poi, trasferitosi a Roma, del Giovedì, il settimanale diretto da Giancarlo Vigorelli, Bertolucci si fece assiduo spettatore e cronista. È del 2009 il volume Riflessi da un paradiso. Scritti sul cinema di Gabriella Palli Baroni, che raccogliendo le recensioni apparse dal 1945 al ’53, fa luce su un’attività editoriale fino a quel momento considerata marginale nella vita dell’artista. Assente nel massiccio corpo di articoli cinematografici raccolti dalla studiosa, e qui oggi proposta in veste inedita, è una recensione apparsa all’inizio del 1952 sul Giovedì. Oggetto dello sguardo cinefilo di Bertolucci è un film diretto da René Clément, Jeux Interdits, tratto da un romanzo di François Boyer e vincitore della XVII Mostra del Cinema di Venezia. A essere rappresentato è “un paese delle meraviglie” al contrario, l’avventura di due bambini che usciti dalla strada maestra della storia s’isolano in un universo tutto loro, dove la libertà sfuma in follia e ci si diverte a giocare “giochi proibiti”.
Quale sia la responsabilità del mondo adulto, impegnato in una guerra che fa da sfondo come una cattiva maestra, è l’interrogativo che si rivolge il “cronista”. Con una lingua appassionata e rigorosa allo stesso tempo, Bertolucci si sofferma sugli eventi, sul senso e il valore della favola, senza dimenticare la grammatica del film di cui parla.
Marta Dosi
 
 
UN POETA AL CINEMA
Una favola, Giuochi proibiti, un’amara favola dei tempi non lontani ma remotissimi che c’era la guerra, e la legge un bambino più grande, facciamo otto anni, a una bambina di cinque. I due, che sono bellini, puliti e ravviati, e indossano freschi abiti di gusto inglese, secondo il giudizioso snobismo delle madri, si inoltrano per un’incantevole parco naturale, si seggono su un vecchio tronco difeso dall’acqua (anche questa lettura, un «gioco proibito?»); ed ecco che dalle parole della finzione la favola si svolge davanti ai loro, e nostri, occhi. È tutto il film, sino alla sequenza finale, che ci restituisce i due bambini, lei presa dallo spavento del racconto, lui preoccupato di consolarla.
Cosa vorrà dire che gli interpreti della «cornice», della «lezione d’amore infantile in un parco» sono gli stessi della storia? Appena un inganno prospettico che assolve al suo intento spaziale, o qualcosa di più sottile e voluto? O forse appena un piccolo trucco per svelenire il film, per renderlo accettabile alle (ritenute) pallide platee?
Era il 1940, verso la dolce svolta dell’anno che la primavera cede all’estate, e succedevano strane cose, ad esempio che una famiglia parigina, padre madre e figlioletta unica, si trovasse d’improvviso ingolfata in una colonna di profughi; che aeroplani segnati da una croce nera fischiando vi si abbattessero sopra, lasciando una bambina orfana; che essa, stringendo al petto il cagnolino morto, lasciasse i genitori distesi a capo di un ponte e si dirigesse fuori della strada, verso i campi e i loro strani abitatori, i contadini.
Questo pezzo di cronaca è di una grande bellezza, nella sua rapidità, nel suo fatale, insensato movimento e silente, quasi misterioso concludersi. Uscita dunque dalla strada maestra, e insieme dalla guerra e dalla famiglia, la piccola incontra il ragazzino un po’ selvaggio ma caro che la introdurrà in quell’universo a parte che è la Francia rurale e nell’avventura dei «giochi proibiti». I giochi, anche i più semplici, sono sempre un’avventura per i bambini, ma qui, dal seppellimento del piccolo cane, nasce e si ingrandisce un gioco a tema unico con variazioni infinite, il cimitero degli animali, che non sapremmo più chiamare avventura, ma piuttosto mania, ossessione.
Mentre intorno i grandi si amano, si azzuffano, muoiono, dando orribile spettacolo, i piccoli si isolano, accaniti a scavare fosse e piantare croci: a corto di bestiole morte naturalmente, se ne procurano uccidendole, a corto di croci vanno a prendersele dove sono, in chiesa o al camposanto. In questo gioco la femmina è, come vuole la tradizione, ispiratrice, il maschio esecutore intrepido, del male. Ma il male dov’è, ci dice il film, qui nella libertà, o non piuttosto nell’ipocrito ordine dei grandi? Che si vendicano della muta rivolta distaccando i compagni, ponendo fine ai loro giochi empi e candidi. Alla favola, tenuta su una lunga, acuta, straziante nota di simpatia umana, dei bambini arcanamente riuniti dalla sciagura e separati ottusamente dalla società, contrasta il pesante vivere e morire dei contadini, gente di una rusticità buia, senza speranza. Nel rapporto fra i due mondi, vagheggiato l’uno, descritto impietosamente l’altro, sta la forza e la debolezza di questo film ammirevole, imbarazzante. Il ricorso agli abissi della follia, del delitto, dell’inversione, ai limiti estremi e celesti dell’infanzia, è moneta corrente nella cultura di evasione in cui siamo coinvolti, ma qui, nel linguaggio diretto delle immagini, prende un’evidenza, una possibilità di persuasione da lasciarci sbigottiti.
Non si dice che il cinema debba restare in perpetuo stato di minorità, che non possa venire impegnato in quella lotta contro l’ipocrisia che dà nobiltà a tanta letteratura, anche ingrata, della nostra epoca. Ma veramente, inoltratasi di alcune centinaia di metri fuori d’una strada del reale, che gli stukas in picchiata datano con crudele esattezza, la piccola protagonista entra in una sorta di «paese delle meraviglie» alla rovescia, d’una brutalità eccessiva. Nessuno pretendeva una egloga pastorale, ma in certi punti la quasi medievale rozzezza scade in grottesco. Siamo d’accordo: tutti ci consoliamo del presente storcendo il collo all’indietro, verso il paradiso perduto, anche se non verde, degli amori e dei giochi infantili. Una maggiore comprensione per la triste condizione dei grandi, però, avrebbe giovato alla verità umana del racconto. Come in altri film francesi di questi anni, da Clouzot in giù, una certa compiacenza per l’orrore è il carattere dominante, la singolarità e il limite. Il primo realismo cinematografico francese, nato dalla deviazione in senso drammatico dell’idillio comico, fra Chaplin e Utrillo, di Clair, quella scuola che ci diede i Banditi della Casbah, le Albe tragiche e I porti delle nebbie, sfuma ormai, vicino alle ultime cose, in una sorta d’amabile Arcadia.
Nella sua sconsolata, ben contemporanea «assurdità», Giuochi proibiti è uno dei film più significativi di questi anni. In esso, infatti, il dato letterario non resta tale, ma diventa cinema e del più autentico, capace di scorci di un’efficacia che il testo d’origine, siamo certi, non aveva. Nella nostra memoria c’è ormai un posto per la fillette spaurita che abbiamo conosciuto sul ponte bianco, nella luce del bombardamento, che abbiamo seguito nella sua straordinaria vacanza, lasciata sola al limitare di un’esistenza difficile.