Un punto imprecisato di Luigi Di Cicco è un libro uscito per Pièdimosca nel 2025. La scrittura di Luigi Di Cicco dipana racconti come commessure, vie di fuga tra pannelli di esistenza extraquotidiana: «Si tratta di testi autoconclusivi, brevi o iperbrevi, scritti in un arco temporale ampio che va dal 2007 al 2024», una brevità fulminante e densa come un buco nero. Per quanto la levigata scorrevolezza dei testi renda piacevole il vedere le cose trasformarsi, la postnarrazione di Un punto imprecisato ci collega al mondo parallelo che ci ospita e ci alberga. Gli oggetti si inalberano, divengono cose. Cause, stati caotidi. Reali. Persiste, però, un senso di incompiuto, di non finito, che spinge indietro a immaginare un’origine del mondocosa e un dopo che prometta un ulteriore bordo delle dimensioni, così: «il lettore apre il libro e vede un prodotto finito, io vedo un cantiere pieno di gru ancora al lavoro», il desiderante non smette di desiderare e ogni racconto è un racconto piccolo a che stimola il desiderio di oltrepassare. Cosa c’è dopo la fine di un racconto, e prima? Se è vero, per chi sa guardare, che si può essere punti dal fantasma di una tela o dalle forme del mondo, allo stesso modo ci si può sentire spiati dalla scrittura che fuoriesce dal mondo, sta lì il perturbarsi: «La scomodità del quotidiano, dello stare al mondo è presente un po’ ovunque nel libro.» Chi siamo e dove? Quando siamo, soprattutto, quando possiamo davvero essere soggetti umani distinti dalla rete delle collegate cose? «Mi sembra ci sia più interesse a ottenere informazioni che a vietarle»: e la descrittura surreale del paradosso quotidiano ci relega al centro dell’universo simbolico, a desiderare informazioni: cosa fanno le cose quando noi non ci siamo?
Gianluca Garrapa
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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?
Non ho desiderato scrivere il libro, piuttosto ho desiderato scrivere i singoli racconti che lo compongono. Si tratta di testi autoconclusivi, brevi o iperbrevi, scritti in un arco temporale ampio che va dal 2007 al 2024. Ognuno è nato dall’esigenza di fermare su carta un’intuizione, un lampo. Il libro deve la sua genesi, invece, a Carlo Sperduti, dirottatore per pièdimosca edizioni di glossa, collana dedicata alle “prose brevissime, con un’attenzione particolare alla sperimentazione e alla scrittura pura e una vocazione all’eterogeneità”. Devo tantissimo a Carlo e al suo blog letterario, multiperso, scoperto nel lontano gennaio 2022. Il multiperso purtroppo ha da poco smesso di essere attivo, ma è stata una felice esperienza. Mi ha permesso di entrare in contatto con un nutrito manipolo di autori. Con alcuni di loro ho stretto preziose amicizie.
Quando scrivi, godi?
Provo godimento nell’istante in cui prendo l’appunto per trattenere un’intuizione. La cosa si fa presto meno interessante. È inevitabile, sono troppo occupato a calibrare il dispositivo narrativo per godere della scrittura. Parlerei piuttosto di perenne insoddisfazione. Modifico i testi a ogni rilettura. Una frase, una parola, una virgola. Il lettore apre il libro e vede un prodotto finito, io vedo un cantiere pieno di gru ancora al lavoro.
Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?
Riporto un testo breve, Carta da parati. Penso sia abbastanza esemplificativo.
Ho progettato io stesso la carta da parati di casa, poi l’ho fatta produrre da una ditta specializzata. A mo’ di orologio digitale, riporta tutti gli orari della
giornata. Ottantaseimilaquattrocento per l’esattezza, da 00:00:00 a 23:59:59.
Quando un ospite mi domanda l’ora, indico con noncuranza verso un punto imprecisato della parete.
Quattro frasi, quattro virgole, quattro punti, quattro apostrofi, quattro due punti.
Le prime tre frasi esprimono rigore, meticolosità, dedizione. Nell’ultima frase si assiste a un capovolgimento. L’accuratezza muta in approssimazione. La passione in indifferenza, in pigrizia, in noia. “La massima esattezza e l’estrema dissoluzione” – cito Blanchot/Deleuze a sproposito – sono i due poli che caratterizzano questa microstoria.
La presenza di un finale di rottura è una costante dei testi di Un punto imprecisato, il cui titolo è tratto proprio da Carta da parati. “Punto” è un sostantivo ben definito, veloce e perentorio. “Imprecisato” è un aggettivo che accostato al “punto” provoca un rovesciamento. Definizione, velocità e perentorietà svaniscono.
Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?
Un lemure che danza. C’è un racconto, Lemure, in cui il protagonista spiando intuisce di essere spiato. Nell’antica Roma i lemuri erano gli spiriti inquieti dei morti che si manifestavano in terra per tormentare i vivi.
La scomodità del quotidiano, dello stare al mondo è presente un po’ ovunque nel libro. Il giovane Eugenio, nonostante il proprio nome (ευγενης, ben fatto, di buona stirpe), vive un’angoscia derivante da quella che percepisce come “scarsa qualità del proprio patrimonio genetico”. Un uomo, invece, trascorre una notte insonne sebbene abbia acquistato venti “posizioni per dormire”. Le posizioni risultano “tutte scomode”. Sono quelle dell’ultima pagina de Il processo di Kafka: “alla fine lasciarono K. in una posizione che non era neppure la migliore tra quante ne avevano trovate”.
Che rapporto hai con la censura?
Ci si sofferma tanto, giustamente, sulla censura, ma forse troppo poco sul censimento. Mi sembra ci sia più interesse a ottenere informazioni che a vietarle. Ci profilano, ci chiedono quotidianamente “a cosa stai pensando”, ci invitano a esprimere pareri, a fornire dati privati, a caricare immagini e video, a compilare form e questionari di ogni sorta. Quasi tutto è già nelle loro mani: indirizzi, amicizie, abitudini, consumi, idee, gusti, preferenze, orientamenti, spostamenti. Di nuovo Deleuze: “le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono ad esprimersi”.
Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?
Vivo, come molti, districandomi male tra gli ingranaggi della produzione e del consumo. Scrivere è un modo di occupare i rari interstizi.
Bonus track:
«Formenuove, o corpinediti, vengono chiamate le singolari configurazioni che affiorano periodicamente dal nulla».
È un estratto da Nei vetri e ha la forma di una similbottiglia di Klein, di un anello caosmatico di Moebius. Nelle tue desideranze plastiche, seppure in forma di cosa scritta, l’Arte è un’organizzazione del caos a ogni modo (direbbero Deleuze e Guattari). Perché riprende sempre a suo modo la naturalità dell’artistoricità, la naturalezza del frattale. Il corpo della tua scrittura per questo, come un doppiovetro di Artaud, è la frontiera tra l’incomunicabile visualizzabile e il naturale statuto irrappresentabile del trascend-ente Uomo. C’è una ripeter-azione del molteplice. Che rapporti intrattieni con il quotidiano e che vie intraprendi per farlo extraquotidiano in Un punto imprecisato?
Scrivi “l’Arte è un’organizzazione del caos” e non posso non pensare a Zdenêk Košek. Košek pensava di scongiurare il caos dei fenomeni metereologici attraverso le sue annotazioni. Si affacciava alla finestra, scorgeva il tempo, comunicava con gli uccelli. Poi annotava le osservazioni sui suoi taccuini. Scritte, numeri, diagrammi erano il suo modo di dare ordine al mondo. Alla sua figura ho dedicato Traffico. Il protagonista è convinto di governare il traffico cittadino mediante una fibrillante produzione di schizzi. Il giorno in cui ‘rinsavisce’ torna al vecchio impiego in una pasticceria.
«Sento male alle serrande, ai cavi elettrici, ai carrelli della spesa, alle buste d’immondizia, ai tubi delle fognature, alle macchine che passano. All’intera crosta terrestre».
Il s-oggetto che scrive Male alle cose si pone atomo tra le scissure che interconnettono le cose al corpo. Il paradosso di quel che “io so” fenomenologicamente, quello che posso vedere o immaginare hic et nunc, mentre ne scrivo, è una situazionistica di scambio, potlatch tra teatro desiderante e dissocietà filmica. Nella brevità dei tuoi caosmi lobaceschiani il corpo si distorce in copie elettroniche che non sono mute: è la dittatura della luce digitale, che non si spegne mai: Quando apre il cassetto, la trova al suo posto. Accesa. (Luce) Come fa, allora, la scrittura a sperimentare il diverso, a cercare sempre l’Altro? come ci sei riuscito?
La luce sempre accesa ci ricorda che non possiamo sottrarci all’“orchestra spietata” che “produce un frastuono privo di senso”. Le maglie sono sempre più fitte, i tentativi di fuga si fanno sempre più estremi. Le piccole evasioni sono ancora tollerate. Per esempio, possiamo giocare con le parole illudendoci per un attimo di sfuggire al loro comando (adesso, altra piccola evasione, sto evitando di rispondere alla tua domanda). Provare a inventarsi un nuovo tipo di quotidiano è però altra cosa. Il vecchio impiego in pasticceria è lì che ci aspetta.
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Luigi Di Cicco, Un punto imprecisato, pièdimosca edizioni, 2025.