Un simpatizzante nazi difeso a qualche costo

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Può uno scrittore liberal americano prendere le difese di un “simpatizzante nazista”, conscio di avere tutto da perdere e nulla da guadagnare da tale decisamente impopolare operazione? Ebbene, ciò può succedere se il difensore è Kurt Vonnegut, e la pietra dello scandalo Louis-Ferdinand Céline.
E questo accade, precisamente, nella prefazione curata da Vonnegut per un’edizione americana in paperback dei tre romanzi della Trilogia del Nord di Céline, editi nel 1975-1976. Vonnegut riesce nelle poche pagine di questo suo scritto a toccare tutti i temi e gli aspetti fondamentali della vita e dell’opera di Céline: la rivoluzione della scrittura operata già attraverso il Viaggio al termine della notte, dove superò il linguaggio forbito e rigido – e fuori della vita – della scuola degli scrittori francesi di fine ‘800 impiegando piuttosto “il linguaggio più esauriente dei furbi e tormentati delinquentelli”, rivoluzione poi portata a definitivo compimento attraverso i suoi ultimi romanzi, da Pantomima per un’altra volta alla Trilogia; il rifiuto di Céline ai compromessi con i salotti borghesi e le camarille letterarie; il suo essere testimone diretto e forse il migliore narratore del “totale collasso della civiltà Occidentale in due guerre mondiali”; in ultimo, il rifiuto, pagato a carissimo prezzo, di Céline di mascherare la realtà della nostra umana esperienza, narrandola invece per quella che è, ad ogni costo, proprio come fece quell’Ignaz Semmelweis, il debellatore della febbre puerperale che regnava negli ospedali di Vienna a metà 1800 − la morte proprio laddove dovrebbe nascere la vita −,  al quale lo studente di medicina Louis-Ferdinand Auguste Destouches dedicò la sua tesi di laurea; quel Dottor Semmelweis morto non già tra gli allori di una meritata fama di salvatore di vite, ma solo e pazzo, deriso dai suoi indegni colleghi. Proprio come il proscritto Céline a Meudon, rimasto fedele a entrambi: a Semmelweis e a quel giovane studente bretone di nome Destouches.

Andrea Lombardi
Un simpatizzante nazi difeso a qualche costo
di Kurt Vonnegut
Giungiamo ora al caso di uno scrittore che non solo talvolta pensò disgustosamente, ma che in certe occasioni agì secondo quegli stessi pensieri ripugnanti, e che, come molte persone mi hanno ribadito in maniera molto chiara, non potrà mai essere perdonato. Le persone trovano sovente illeggibili le sue opere, non per ciò che gli è capitato di dire in una data pagina, ma a causa di cose imperdonabili da lui dette o scritte altrove.
Lui stesso disse abbastanza spesso, in una maniera o nell’altra, come uomo anziano universalmente disprezzato e come criminale di guerra, di non avere nulla di cui scusarsi, e che il perdono sarebbe stato l’ennesimo insulto da parte degli stupidi.
Io non gli sarei piaciuto. I fatti ci dicono che non era profondamente innamorato di un qualsiasi essere umano. Amava il suo gatto, che portava perennemente qua e là come un bambino.
Si considerava quantomeno pari a qualunque scrittore vivente. Mi si dice che una volta disse del premio Nobel: “Ogni culo di vaselina in Europa ne ha uno. Dov’è il mio?”.
Eppure, compulsivamente, senza nulla da guadagnarci, e sapendo che numerose persone saranno portate a pensare che io condivida molte delle sue opinioni più vili, io continuo a dire che ci sono delle cose buone in quest’uomo. E il mio nome è vieppiù strettamente legato al suo nelle edizioni economiche Penguin dei suoi ultimi tre libri, Da un castello all’altro, Nord e Rigodon. Il mio nome è su di ogni copertina: “Con una nuova introduzione”, dice, “di Kurt Vonnegut, Jr.”
Quell’introduzione ai tre paperback suona così:
Non sapeva proprio come comportarsi in società, e con questo intendo che avendo molti privilegi formativi, arrivando a essere un medico, e avendo viaggiato in lungo e in largo in Europa e Africa e Nord America − non scrisse una sola frase che facesse intuire a persone similmente privilegiate che fosse una specie di gentiluomo.
Sembrava che non comprendesse che le pudicizie e le sensibilità aristocratiche, innate o apprese, concorrono a formare molto dello splendore della letteratura. Nella mia opinione, egli scoprì un più alto e più terribile ordine di verità letteraria ignorando il vocabolario ingessato delle gentildonne e dei gentiluomini e usando, invece, il linguaggio più esauriente dei furbi e tormentati delinquentelli.
Ogni scrittore è in debito con lui, e così chiunque altro interessato a discutere le vite nel loro complesso. Nell’essere così maleducato, dimostrò che forse metà di tutta l’esperienza, la metà animale, è stata nascosta dalle buone maniere. Nessuno scrittore o oratore onesto vorrà più essere forbito.
Céline è stato lodato per il suo stile. Lui stesso si prese gioco dell’espediente tipografico, ripetuto all’infinito, che rendeva ogni pagine da lui scritta come facilmente riconoscibile come sua: “Me e i miei tre puntini… il mio presunto stile originale!… tutti i veri scrittori ti diranno cosa pensarne!…”
Gli unici scrittori che ammirino questo stile abbastanza da imitarlo sono, per quanto ne so, articolisti di gossip. Gli piace come si presenta. Apprezzano il senso di urgenza che impartisce, volente o nolente, a qualunque brano giornalistico.
Con ben poco aiuto dalla sua eccentrica punteggiatura, Céline, secondo la mia opinione, diede nei suoi romanzi la miglior narrazione storica del totale collasso della civiltà Occidentale in due guerre mondiali, come la videro donne e uomini comuni e terribilmente vulnerabili. Questa storia dovrebbe essere letta nell’ordine in cui è stata scritta, poiché ogni volume rimanda consapevolmente a quelli precedenti.
E la camera di risonanza per quest’intricato sistema di echi attraverso il tempo è il primo romanzo di Céline, Viaggio al termine della notte, pubblicato nel 1932, quando l’autore era trentottenne. È importante che il lettore di un qualunque libro di Céline sia conscio di ciò che Céline sapeva sin troppo bene, che la sua carriera letteraria iniziò con un capolavoro.
I lettori, inoltre, potrebbero trovare la loro esperienza raddolcita e più intensa se considerassero che l’autore era un dottore che scelse di curare dei pazienti per lo più poveri. Per lui era comune il non essere pagato per nulla. Il suo vero nome, a proposito, era Louis-Ferdinand Auguste Destouches.
Magari non provava simpatia per i poveri e gli inermi, ma quel che è certo è che donò loro la maggior parte del suo tempo e della sua meraviglia. E non li insultò con l’idea che la morte, o anche l’uccidere, fosse in un certo qual modo nobilitante per chiunque.
Per inciso, lui e Ernest Hemingway morirono lo stesso giorno, il 1° luglio 1961. Entrambi erano eroi della prima guerra mondiale. Entrambi meritavano dei premi Nobel − Céline anche solo per il suo primo libro. Céline non lo ottenne, e Hemingway sì. Hemingway si uccise, e Céline morì di cause naturali.
Tutto quello che rimane sono i loro libri.
E il lento sbiadire dell’infamia di Céline.
Dopo anni di generoso e spesso brillante servizio alla letteratura e alla medicina, si rivelò come un feroce antisemita e un simpatizzante dei nazisti. Questo accadde alla fine degli anni ’30. […]
Le sue parole destano disprezzo di chiunque abbia sofferto a causa dell’antisemitismo. E così, sicuramente, l’amnistia e il proscioglimento che egli ricevette dal governo francese nel 1951. Prima di questo era stato punito con pesanti sanzioni pecuniarie e l’incarcerazione e l’esilio. […]
Poiché lui è stato punito dalla legge ed è morto, e che l’incubo nazista è adesso così lontano nel tempo, potrebbe essere infine possibile percepire una perversa sorta d’onore nel suo rifiutarsi di parlare di rimorso o di giustificarsi in qualsivoglia maniera. Altri collaboratori dei nazisti, dei quali ve ne furono decine di migliaia in Francia e milioni in tutta Europa, sono pieni di storie di come furono costretti a comportarsi male, e di arditi atti di resistenza e sabotaggio che commisero, a rischio delle loro vite.
Céline trovava questo tipo di mentire ridicolo in maniera oscena.
Mi viene un terribile mal di testa ogni volta che cerco di scrivere su Céline. Ce l’ho ora. Non ho mai mal di testa in nessun altro momento. […]
Céline sostenne di tanto in tanto di aver subito la trapanazione del cranio nella prima guerra mondiale, come conseguenza di una ferita alla testa.
In realtà, secondo la sua affascinante biografa Erika Ostrovsky (Voyeur Voyant, Random House, 1971), fu ferito alla spalla destra. E, nel suo ultimo romanzo, Rigodon, racconta di essere stato colpito in testa da un mattone durante un bombardamento aereo a Hannover. Così, si potrebbe affermare che egli trovava necessario giustificare in tal modo una mente ritenuta singolare da tante persone.
Egli stesso doveva occasionalmente essersi proprio nauseato della sua mente, e provo a ipotizzare quale fosse il suo difetto principale. Penso che mancasse dell’apparato attutente che la maggior parte di noi ha, e che ci protegge dall’essere travolti dall’assurdità della vita per come realmente è.
Così forse lo stile di Céline non è così arbitrario come pensavo fosse. Poteva essere inevitabile, se la sua mente era così indifesa. Per lui poteva non esserci nulla da fare, come se si trovasse sotto uno sbarramento d’artiglieria, se non inveire e inveire e inveire.
E le sue opere non possono essere chiamate un trionfo dell’immaginazione umana. Quasi tutto quello su cui inveiva stava realmente accadendo.
Nel momento in cui scrivo, l’autunno del 1974, è diventato evidente anche alla gente comune, con i loro apparati attutenti perfettamente funzionanti, che la vita è, in effetti, così pericolosa e implacabile e irrazionale come Céline ha affermato che fosse. […]
C’è almeno un importante documento di Céline che non è disponibile in inglese. E sarebbe pedante da parte mia ricordare che non fu scritto da Céline ma dal dott. Destouches. È la tesi di laurea di Destouches, “La vita e l’opera di Ignaz Philipp Semmelweis”, per la quale ricevette una medaglia di bronzo nel 1924. Fu scritta in un’epoca quando le tesi di medicina potevano essere ancora belle letterariamente, poiché l’ignoranza sulle malattie e il corpo umano richiedeva ancora alla medicina di essere un’arte.
E il giovane Destouches, in uno spirito da culto degli eroi, narrò della futile e scientificamente fondata battaglia combattuta da un medico ungherese di nome Semmelweis (1818-1865) per prevenire il diffondersi della febbre puerperale nelle corsie ospedaliere di maternità viennesi. Le vittime erano povera gente, poiché le persone con delle abitazioni decenti preferivano di gran lunga partorire in casa.
Il tasso di mortalità in alcune corsie era sbalorditivo − 25 percento o più. Semmelweis desunse che le madri venivano uccise dagli studenti di medicina, che spesso visitavano i reparti subito dopo aver sezionato cadaveri pieni di malattie. Riuscì a provarlo ottenendo che gli studenti si lavassero le mani con acqua e sapone prima di toccare una donna in travaglio. Il tasso di mortalità cadde.
La gelosia e l’ignoranza dei colleghi di Semmelweis, tuttavia, causarono il suo licenziamento, e il tasso di mortalità crebbe di nuovo.
La lezione imparata da Destouches da questa storia vera, secondo me, se non l’avesse già appresa da un’infanzia di stenti e un periodo nell’esercito, è che la vanità e non la saggezza reggono il mondo.
Kurt Vonnegut, A Nazi sympathizer defended at some cost, 1974.
Traduzione di Andrea Lombardi e Raffaello Bisso