Una biografia critica di Simon Gaon di Marcello Chinca Hosch

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La storia artistica di Simon Gaon (classe 1943) si snoda in cinquant’anni di attività ininterrotta nel mondo dell’arte, con personali a New York, Washington, Chicago, Berlino, Amburgo, Bruxelles, Amsterdam, Venezia, Roma e Parigi. Il suo nome assunse risonanza sulla East coast, a fine anni ’80 e poi oltreoceano, in Germania, Belgio e Francia, quale co-fondatore dei Street Painters, movimento di New York, tra il Queens, Brooklyn e il Greenwich Village, coi suoi ritratti mesti di derelitti, tossici, lavoratori a pranzo nei fast food, giornalai e spacciatori, nugoli di prostitute, in movimento radicale e certo connotato dai suoi tratti di denuncia sociale e scandalo figurativo. L’indubbio talento di Simon sarà sempre questa costante, una figurazione suggestiva tratta dalla strada, direttamente, sul posto, con spunti mai ordinari, spesso dialogando col soggetto via via ritratto. Il suo modo di operare si distingue per il taglio e l’introspezione dei ritratti, ripresi con una psicologia istintiva che ne sa cogliere sempre il dato fisionomico saliente, nel fantasmagorico spirito con cui sono colti i paesaggi, impasti di pigmenti e colori, manovrati con pennello, spatole e dita delle mani, dove gli aggrumi di colore nelle tele rilevano il primo piano e il movimento degli elementi, opere eseguite senza esitazioni, dove manca persino il disegno e latita una vera riflessione, paesaggi colti in una sorte di invasione cromatica di masse compatte, scene convulse quasi aderenti all’astrattismo, con presenze, fisionomie dietro il proscenio, interlocutori quasi invisibili, testimoni silenti. Tutto qui è trasmesso alla visione degli uomini come uno spazio colmo di vita, uno spazio di umanità rivisitato e giustificato e ciò anche nella perdizione delle strade notturne di New York o Amsterdam o Amburgo. Simon è certamente erede di Arthur Bressler (1927–1975) che fu di Simon maestro e mentore, di Wilhelm Lowith, è debitore della lezione dei Fauve, di Derain, De Vlaminck, così come grande influenza ebbero sulla sua pittura il lascito di Soutine, Kokoschka, Turner, e naturalmente quello immenso di Van Gogh. C’è in Goan una certa affinità con l’espressionismo tedesco (ad esempio Kirchner e Nolde) ma anche con gli Abstracts (Jasper Jones, De Kooning), per lo stesso senso di emergenza e allarme nella tela, lo spessore della vernice, il movimento di i colori che turbinano su e giù, imponendo uno spazio dinamico che circonda tutto ciò che respira. Ciò che emerge è un senso precario di una possibile armonia reale e confortante. Tuttavia, la minaccia persiste in modo oscuro. Vengono proposte le ferrovie di New York o le metropolitane o le Alpi austriache, immagini di gatti, cani, donne in abiti dritti, ritratti e autoritratti, soprattutto in senso figurato. Ogni figura si presenta come una forma che appare solo in modo transitorio, pronta ad andare oltre. È evanescente come vapore sotto il sole, debole e destinato a invecchiare sempre più. A volte sembra vergognarsi o solo confuso dalle leggi segrete del desiderio, il desiderio che guida e influenza ogni forma di società o comunicazione. Gaon esprime uno stile pittorico certo materico, segnato più dal temperamento che da un’analisi estetica preliminare, le pennellate confluiscono assieme l’immediatezza dell’espressione pittorica e una caratura fortemente iconoclasta del tema affrontato, non c’è spazio per un rimescolamento edulcorato della verità. È come se Simon nell’atto del dipingere si sottraesse a qualsiasi esitazione, abolendo il disegno preliminare, avviandosi così verso una sorte di pittura d’ispirazione eseguita di getto, ispirazione che sorprende disorienta come un responso cifrato, mai diretto l’oracolo, il cui risultato si coglie però vivido, sorgente in profondità come prodotto inconscio, per una ragione: il rappresentabile per Simon è sempre questione cruciale, ogni angolo della Terra, ogni volto, ogni sembiante, che sia umano o animale, ha per lui la medesima importanza nel logos imperscrutabile del divino, ognuno la sua funzione nel Creato, ogni forma vivente, assorbita che sia dentro il dramma del vivere, s’impone al dunque punto di congiunzione alla Creazione, sutura della sua incompiutezza, simbolo di fragilità. Si nota questo anche questo: da una parte l’inquietudine dello scardinamento che è il vivere dentro un Mondo privo di fede ideologie, allo stesso tempo: una volontà irriducibile e coriacea che prolifera il suo detto, che mai demorde, che davvero, incredibilmente, contro ogni pronostico, può governare le cose. Aspetti che fanno assimilare Simon Gaon alla grande corrente del sogno americano, da Walt Whitman ed Hermann Melville, Thoreau, onore che fa di Simon uno dei protagonisti della pittura americana del XX secolo.

A critical biography of Simon Gaon  

The artistic history of Simon Gaon (born in 1943) unfolds in fifty years of uninterrupted activity in the world of art, with solo shows in New York, Washington, Chicago, Berlin, Hamburg, Brussels, Amsterdam, Rome, Venice and Paris His name took on resonance on the East coast, in the late 80s, and then overseas, Germany, Belgium and France, for he was co-founder of the Street Painters, a New York movement, between Queens, Brooklyn and Greenwich Village, with its portraits of derelict, toxic, working class eating in fast food, newsagents and drug dealers, swarms of prostitutes, a radical movement certainly characterized by its features of social denunciation and figurative scandal. Simon’s undoubted talent will always be this constant, a suggestive figuration always taken from the street, directly, on the spot, with never ordinary ideas, often dialoguing with the subject gradually portrayed. His art mood is signed for the cutting and introspection of the portraits, taken with an instinctive psychology that always knows how to grasp the salient fisionomic data, for the phantasmagoric spirit with which landscapes are captured, mixtures of pigments and colors, monovrates with brush, spatulas and fingers of the hands, where the clusters of color in the canvases reveal the foreground and the movement of the elements, executed without hesitation, where even the drawing is missing and a true reflection is always missing, landscapes captured in a sort of chromatic invasion of compact masses, convulsive scenes almost adhering to abstractionism, with presences, physiomomies behind the stage, almost invisible interlocutor, silent witnesses. Everything here is transmitted to the vision as a space full of life, a space of humanity revisited and justified and this also in the perdition of the night streets of New York or Amsterdam or Hamburg. Simon is certainly heir to Arthur Bressler (1927–1975) who was Simon’s teacher and mentor, then Wilhelm Lowith, influenced certainly by the Fauve lesson, Derain, De Vlaminck, as well as great influence on his painting was the legacy of Soutine, Kokoschka, Turner, and of course of Van Gogh. There is in Goan a certain affinity with German Expressionism (e.g. Kirchner and Nolde) but also with the Abstracts (Jasper Jones, De Kooning), for the same sense of emergency and alarm in the canvas, the thickness of the paint, the movement of the colours that whirl up and down, imposing a space that surrounds all that breathes. What emerges is a precarious sense of a possible real and comforting harmony. Still, the menace persists in an obscure way New York railroads, or subways, or the Austrian Alps, images of cats, dogs, women in straight dresses, portraits and self-portraits, especially in the figurative sense, are fiercy proposed. Every figure presents itself as a form that appears in only a transitory way, ready to go beyond. It is evanescent like vapour under the sun, weak and destined to grow older and older. It sometimes appears ashamed or only confused by the secret laws of desire, the desire that drives us and influences every form of society or communication. Gaon expresses a certain material pictorial style, marked more by temperament than by a preliminary aesthetic analysis, the brush strokes merge together the immediacy of the pictorial expression and of a strongly iconoclastic caliber of the theme addressed, there is no room for a sweetened mixing of the truth. It is as if Simon in the act of painting escaped any hesitation, abolishing the preliminary drawing, thus moving towards a fate of inspirational painting executed immediately, inspired which surprises with bewilderment like an encrypted response, never directed by the oracle, the result of which, however, is perceived vividly, springing deep as an unconscious product, and this for a reason: the representable for Simon is always a crucial question, every corner of the Earth, every face, every semblant, whether human or animal, has the same importance for him in the inscrutable logos of the divine, each lead its function in the Creation, every living form, absorbed within the drama of living, imposes itself at the point of conjunction to the Creation, suture of its incompleteness, symbol of fragility. This is also noted: on the one hand, uneasiness of the unhinging which is living in a world devoid of faith ideologies, at the same time an irreducible and leathery will that proliferates its saying, which never gives up, which really, incredibly, against all odds , can govern things. Aspects that make Simon Gaon assimilate to the great current of the American dream, by Walt Whitman and Hermann Melville, Thoreau, an honor that makes Simon one of the protagonists of American painting of the twentieth century.

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L’Arte è diventata un affare molto riduttivo che conta sempre meno rispetto ai sentimenti dei vecchi maestri e ancora meno rispetto a ciò che sentiva Van Gogh, alle idee e agli elementi che compongono un dipinto. Dalla mia parte cerco di riportare l’arte al punto in cui aveva una profondità e un senso emozionale che non sia solamente operazione grafica o arte concettuale. Quando visito i musei e ammiro oltre 6000 anni di storia registrata mi confermo che l’arte ha sempre a che vedere con i sentimenti umani. A quei tempi il dipingere era fatto di composizione, disegno, colore, concetti, e movimento ecc. I Punjabi presero uno di questi elementi e crearono l’arte. Non mi rattristo per lo stato dell’arte per me stesso, quando visito il museo, e guardo ai grandi artisti della storia che unirono tutti questi elementi. Il sentimento rimane chiaramente l’elemento più importante: ciò che era valido per Rembrandt e per Tiziano.

Declaration of Simon today

Art has become very reductive meaning less and less of the feeling of the old masters and less of the feeling of Vincent van Gogh and more about the ideas and elements that make up a painting. I’m trying to do my part to bring painting back to the point where it has some depth and emotional meaning not just graphic art and concepts. When I go to museum’s and look at 6000 years of recorded history record his artistry always with Humann feeling. In the old days painting was composed of composition, design, color, concepts, emotion and gesture, movement etc. Punjabi take one of these things and that becomes the art. I cannot except it because for me when I go to museum’s and look at the great artist of history they combine all these things together. Feeling of corse remains the most important thing and that is with Rembrandt was all about and also Tiziano.

Autore/Author: Marcello Chinca Hosch

Traduzione/Translation: Marcello Chinca Hosch