Fauno è il protettore oracolare delle greggi, ma la sua funzione eccede l’ambito pastorale: egli appartiene alla sfera della parola, della voce che sale dal bosco, del responso notturno ricevuto in sogno. Essere della soglia, Fauno è una figura liminare, appartiene al mondo selvatico, ma è già inserito in una genealogia regale; è dio, padre di un re; la sua voce è nume oracolare, ma prepara la sovranità politica. La sua competenza non è solo fecondatrice, è mediatrice. Nelle selve sacre —come nell’antro del Palatino — egli rappresenta il potere arcaico della natura di farsi segno e linguaggio. La sua festa, i Lupercalia, celebrati il 15 febbraio, conserva tratti di un rituale di purificazione e di riattivazione della fecondità collettiva. Il gesto dei Luperci che percorrono la città colpendo simbolicamente con le strisce di pelle caprina non è un semplice rito di fertilità: è la drammatizzazione di un passaggio. Il selvatico entra nello spazio urbano per rigenerarlo. L’ordine della città è temporaneamente sospeso e riplasmato dalla forza primordiale. Fauno è figlio di Pico, re mitico del Lazio, a sua volta figlio di Saturno. In questa linea si intrecciano sovranità arcaica e natura totemica. Pico, trasformato in picchio dalla maga Circe, per aver respinto il suo amore durante una caccia sul Monte Circeo, incarna la figura del re che rifiuta l’eros dissolvente della magia straniera e viene perciò ridotto ad animale. Il picchio, tuttavia, non è degradazione: è emblema sacro, uccello in volo tra cielo e terra. La metamorfosi conserva, in forma trasposta, la funzione regale. Leggetelo nelle “Metamorfosi” di Ovidio (che Iddio lo abbia in gloria. Ovidio, voglio dire). Fauno eredita questa ambivalenza: è insieme furia della selva e anello dinastico. Latino, suo figlio, rappresenta il momento in cui la regalità si stabilizza in forma politica. Sarà Latino ad accogliere Enea e a concedergli in sposa Lavinia, inscrivendo la stirpe troiana nella genealogia latina e predisponendo così l’orizzonte mitico della futura Roma. Qui si legge un’istituzionalizzazione della sovranità: dal dio primordiale al re totemico, dal dio silvestre al sovrano legislatore. Fauno occupa la soglia. Egli è ancora voce del bosco, ma già padre della città.
Quando lessi, a vent’anni, “La religione romana arcaica” di Georges Dumézil (nell’edizione curata da Furio Jesi) non mi colpì l’erudizione, chi se ne frega dell’erudito, ma la comprensione strutturale con cui un rito veniva restituito alla sua necessità. Bologna era, allora, una città meravogliosa; ma la sorpresa era vedere, pre-vedere, che i miti hanno una grammatica.
Februarius da februum si traduce con purgamentum: ciò che purifica. Il verbo februare significa purificare. La lingua conserva una memoria metaforica: februa erano le strisce di pelle caprina utilizzate nel rito del 15 febbraio. La purificazione non era un insegnamento morale, bensì un’operazione materiale.
In quel giorno la comunità romana veniva lustrata dai Luperci.
Si intrecciavano due registri rituali: da un lato la purificazione collettiva, dall’altro la riattivazione della fecondità.
Le capre sacrificate appartenevano al dominio generativo; il cane, anch’esso immolato, rimandava alla sfera purificatrice.
I Luperci, giovani iniziati, correvano indossando pelli animali e brandendo le strisce, fruste caprine, ricavate dalle capre sacrificate colpivano le donne incontrate lungo il percorso: violenza e trasmissione simbolica di potenza vitale. La frusta (februum) era lo strumento di purificazione e di fecondazione insieme. Roma non nasce dalla negazione del selvatico, ma dalla sua integrazione rituale. Quando Friedrich Nietzsche scriverà in Così parlò Zarathustra: «Vai dalle donne? Non dimenticare la frusta!», evocherà, in forma paradossale, un archetipo antico. E Lou von Salomé, ne La materia erotica, ricorderà come l’eros sia materia primordiale, energia da regolare. Il 15 febbraio, la festa dedicata a Fauno Luperco, non era una festa galante, era un rito o meglio una soglia: la comunità si purificava e insieme riattivava nella violenza la propria forza generativa.
Luca Sossella