In Un’altra Terra Deborah Tomkins racconta la storia di Magnus di Arden, nato su un pianeta che sta lentamente diventando inabitabile e spinto a cercare altrove una possibilità di salvezza. Il viaggio verso un nuovo mondo, però, non si traduce in una rinascita: l’esperienza dell’esilio, del ritorno e della perdita mette in discussione l’idea stessa di progresso e di colonizzazione.
Il romanzo procede per frammenti, seguendo il corpo e i pensieri del protagonista, e intreccia temi come la crisi climatica, la migrazione e il rapporto tra verità e protezione.
In occasione dell’uscita italiana del libro, abbiamo dialogato con l’autrice per esplorare le scelte narrative, etiche e politiche che animano Un’altra Terra, e per capire cosa significhi oggi immaginare nuovi mondi senza smettere di fare i conti con questo.
Stefano Bonazzi
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Se dovessimo elencare i temi principali su cui ruota Un’altra Terra verrebbe da tirare in ballo il concetto di ecologia come etica, non come ideologia, la colonizzazione, il trauma dell’esilio, il corpo come misura del politico, la menzogna “a fin di bene” e, la casa come relazione, non come luogo, si ritrova?
Una storia spesso riflette in certa misura le preoccupazioni del suo autore. Le mie includono il cambiamento climatico e il nostro rapporto con il mondo naturale, con la Natura; e il modo in cui scegliamo di trattare il mondo naturale e i suoi abitanti, compresi tutti gli animali, gli uccelli, le creature del mare, gli insetti e le piante, e come di conseguenza trattiamo gli altri esseri umani. Quindi questa etica è alla base di tutto quello che scrivo – si tratta di temi molto importanti per me. Trovi le stesse preoccupazioni nel mio romanzo The Wider Path, che pure racconta una storia molto diversa.
Quindi per me il concetto di ecologia si basa in gran parte su questa posizione etica, e spero che si veda quanto la mia filosofia etica influenza le mie opinioni su colonizzazione, trauma dell’esilio e bugie “a fin di bene”, in particolare quelle che provengono dalle persone al potere, come abbiamo visto nel corso della storia.
Non ho mai riflettuto molto sul corpo come misura del politico, ma se penso che nel corso della storia c’è chi ha messo a rischio la propria vita, ed è stato disposto a sacrificarsi per preservare la libertà… in questo senso il corpo diventa un luogo politico, o un simbolo politico.
La casa riguarda sempre le relazioni, credo. Oltre alle relazioni familiari e alle amicizie che abbiamo con le persone che vivono nella nostra casa, molti di noi hanno dei luoghi speciali. Potremmo dire che abbiamo una relazione con quei luoghi, e più giovani siamo quando ne facciamo esperienza, più forte è l’idea di casa. Come molti, ricordo i campi e gli alberi della mia infanzia. Mi parlavano. Purtroppo alcuni di quei luoghi non esistono più se non nei ricordi.
Il povero Magnus viene catapultato in un mondo che non solo gli è profondamente sconosciuto e che lo delude sotto molti aspetti, ma con cui gli risulta impossibile instaurare una relazione profonda, per quanto ci provi. Non è “casa”.
Conosco parecchi rifugiati e richiedenti asilo a Bristol, la mia città natale. Sono consapevole che per alcune di queste persone, Bristol non potrà mai essere
casa. Se il regime nei loro paesi cambierà, allora potranno tornare “a casa”.
Magnus non è un eroe classico: quanto era importante per lei raccontare un protagonista fragile, persino fallibile?
Povero Magnus! Mi dispiace tanto per lui. Il mio editore britannico, Neil Griffiths della Weatherglass Books, ha osservato che Magnus è solo “un tizio come tanti”, non un supereroe che ha tutte le risposte e può salvare il mondo. Ne abbiamo parlato a lungo.
Penso che il fatto che Magnus sia così normale, soverchiato da una situazione più grande di lui, fallibile e fragile perché non ha risposte e viene costantemente sfruttato, significa che è proprio come tutti noi quando ci ritroviamo improvvisamente soverchiati e in situazioni che ci sono inedite.
Mi sono chiesta costantemente cosa avrei fatto in quella data situazione, e cosa avrebbe fatto Magnus, perché non capisce cosa lo motiva (e quanti di noi lo capiscono davvero di se stessi?) e sbaglia, commette errori, fraintende.
Non volevo scrivere un libro su un eroe, per cui era importante per me rendere Magnus il più normale possibile. È un uomo comune, per quanto intelligente; come lo siamo tutti, in fin dei conti.
Il corpo (vomito, dolore, nausea…) è costantemente al centro della narrazione: questa scelta può essere intesa come una risposta alla fantascienza “disincarnata”?
Mi piace che quello che scrivo sia il più possibile radicato nella realtà, anche se ovviamente questo è, sotto molti aspetti, un racconto fantastico!
L’idea che ci fossero due pianeti ai lati opposti del sole fu ventilata per la prima volta nel quinto secolo avanti Cristo dal filosofo e astronomo pitagorico Filone (e purtroppo non corrisponde al vero!) e ho giocato un po’ con la fisica e gli universi alternativi, ma ho deliberatamente scelto di rendere entrambi i mondi molto “fisici”, il più possibile: e questo include il corpo, i corpi.
Ho la sensazione che le storie prive di un fondamento “fisico” suggeriscano al lettore che non è necessario prenderle sul serio. Per me è importante creare qualcosa che susciti in chi legge una reazione viscerale alla storia, e usare il corpo di Magnus era il modo più immediato di farlo.
Un po’ come l’horror, anche la fantascienza più colta è sempre stata utilizzata come uno strumento per lanciare un messaggio, oltre a raccontare una storia. Quanto c’è di politico e quanto di ecologico nella scelta di “non colonizzare”?
Be’, prima di tutto sono una narratrice, e non mi definirei particolarmente “politica” – almeno non nel senso della politica di partito. La mia preoccupazione principale è questa: cosa stiamo facendo al pianeta, alla Madre Terra – l’unica casa che abbiamo mai conosciuto, l’unico pianeta in grado di sostenere la vita complessa? Sono più di cinquant’anni che cerchiamo vita su altri pianeti, e non è stato ancora scoperto nulla, nemmeno microbi.
Ma le mie preoccupazioni ecologiche mi portano ad assumere una posizione politica – con la “p” minuscola – in cui critico le convenzioni sociali e politiche che ci hanno portato a un cambiamento climatico incontrollabile, alla deforestazione, allo scioglimento dei ghiacci, all’estinzione delle specie, alla destabilizzazione degli ecosistemi e, naturalmente, a enormi sofferenze umane.
Per me, ecologia e politica sono intrecciate. Parto dal mio amore per questo bellissimo pianeta, insieme al mio senso di giustizia, che non mi ha mai abbandonato – proprio come i bambini piccoli che si preoccupano che le cose siano giuste o ingiuste. Non è giusto che alcune nazioni potenti possano colonizzare altre nazioni o parti del mondo, prendere ciò che è più prezioso, distruggere l’ambiente e lasciare la popolazione locale in condizioni di terribile povertà, avendo mandato in frantumi la loro cultura e la loro capacità di provvedere a se stessi. È una forma di bullismo.
Negli studi di storia ricordiamo i grandi imperi europei che hanno colonizzato gran parte del mondo nel corso di diversi secoli, ma questo fenomeno continua ancora oggi, talvolta con la forza, ma anche in termini economici e commerciali. Non sono solo le grandi nazioni a colonizzare, ma anche le grandi multinazionali.
Si dice che la storia sia scritta dai vincitori. Ma ci sono altre storie altrettanto valide e che meritano di essere ricordate, quelle dei popoli conquistati. Molto è andato perduto: conoscenza, cultura, terra, dignità, lingue e altro ancora.
Nelle isole britanniche, gallesi, scozzesi e irlandesi erano puniti dagli inglesi per avere parlato la propria lingua nelle loro città e nei loro villaggi. Si tratta sempre di una politica deliberata da parte dei più potenti, volta a sterminare la lingua e, di conseguenza, la cultura e il senso di agentività e autodeterminazione.
Per questo credo che, per me, ecologia e politica siano così intrecciate da non poter essere separate.
Il romanzo adotta uno stile frammentario, fatto di capitoli brevi, salti temporali e cambi di focalizzazione, con una lingua spesso essenziale e corporea. Quanto questa scelta stilistica è nata da un’esigenza tematica e quanto invece da una precisa volontà formale di allontanarsi dalla fantascienza più tradizionale?
Un’altra terra, all’inizio, non era che un esperimento di stile, niente affatto intenzionale.
Da diversi anni sto sperimentando con la “flash fiction” (nota anche come short-short fiction, micro-fiction e con molti altri nomi). Wikipedia ha una voce molto utile al riguardo. Di solito, ogni estate, partecipo al Flash Fiction Festival di Bristol, dove ho imparato molto su questo tipo di scrittura e ho anche imparato il concetto di novella-in-flash: una novella composta da molti racconti molto brevi che illuminano la storia nel suo complesso e la fanno progredire in qualche modo. Questi piccoli racconti possono essere scritti in ogni tipo di stile: come liste della spesa, storie raccontate al contrario, ricette, eccetera…
Quindi, quando mi è venuta in mente la primissima storia (che si trova a metà libro, in cui Magnus, l’astronauta, tiene delle cose nelle tasche come un ragazzino) sono rimasta affascinata da questa immagine e mi sono chiesta cosa avrei potuto farne. Nel corso di circa cinque anni ho scritto altre storie su Magnus e, molto gradualmente, è nato il libro finito. Non avevo un piano preciso fino a quando la forma della storia e i suoi temi hanno cominciato a delinearsi. A quel punto la scrittura si è fatta più intenzionale, perché volevo continuare a lavorare su questo stile e sulla storia che stavo raccontando.
Devo aggiungere che sinceramente pensavo che il libro fosse impossibile da pubblicare a causa della sua strana struttura! Ma per fortuna, c’è chi non è stato d’accordo!
Non so se farò qualcosa di simile in futuro. Lo stile frammentato sembra adattarsi bene alla storia di Magnus, soprattutto perché copre un arco temporale di circa quarant’anni. Quando si ha a che fare con un arco temporale così lungo, non dover seguire uno stile narrativo più tradizionale è un vantaggio. Un altro vantaggio di questo approccio è che chi scrive può sperimentare stili diversi (se una storia non funziona come lista della spesa può funzionare come ricetta, per esempio) e si può scrivere in qualsiasi ordine, poi decidere in quale ordine disporre le storie, e scartare quelle che non sono più adatte. Ho stampato tutte le storie e ho passato un bel po’ di tempo con loro, dopo averle sparse sul pavimento, a cercare di capire l’ordine in cui dovevano essere disposte.
L’intenzione iniziale era comunque di avere una storia in quattro parti, e questa cosa non è mai cambiata.
Scrivere questo romanzo è stato un atto di speranza o di lutto?
È una domanda molto interessante. Credo di dover rispondere: entrambe le cose.
Piango tutto quello che abbiamo perso e stiamo perdendo, e tutte le cose che i nostri figli e nipoti non conosceranno mai… un clima stabile, una fauna selvatica abbondante, alcune specie che si stanno estinguendo, un mondo non inquinato dalle microplastiche.
Ma credo anche che un’altra strada sia possibile, che niente sia inevitabile quando si tratta delle scelte che compiamo in quanto esseri umani. Possiamo sempre compiere scelte migliori. La cosa più difficile sta nel persuadere le persone che amano denaro e potere più di qualsiasi altra cosa – a tutti gli effetti le persone che governano il mondo – a compiere scelte migliori. È questa la tragedia: con la loro ricchezza e le loro risorse si potrebbe fare molto di buono.
Diversi sondaggi dimostrano che circa l’80% della popolazione è preoccupata per il cambiamento climatico e le minacce alla natura. Non vedo questa preoccupazione tra i ricchi e i potenti, se non come modo per guadagnare ancora di più. Ma noi tutti possiamo ancora fare la differenza. Possiamo agire sulla spinta della speranza.
Se Un’altra Terra fosse letto come un avvertimento, quale sarebbe il messaggio più urgente?
Amate la natura. Amate la Terra. Se non amiamo ciò che abbiamo, se non lo apprezziamo, non lo rispettiamo e non lo nutriamo, finiremo per non avere più nulla. E nessuno di noi, nel profondo, lo vuole.
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Deborah Tomkins Autrice inglese di narrativa speculativa, Deborah Tomkins è stata anche co-vincitrice del Virginia Prize for Fiction, grazie al suo romanzo The Wilder Path (2025). Prima di dedicarsi alla narrativa ha conseguito una laurea con lode in Linguistica e Francese e ha lavorato come autrice di dizionari. Nel 2017 ha fondato la rete di scrittura Bristol Climate Writers.
Un’altra Terra
Deborah Tomkins
Zona 42
16,90 euro — 220 pagine