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Valerio Mello. Dissolvenze

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Non avrei dovuto scrivere, mai.

Senza una parola non ci siamo più.

Con una parola non ci sono più.

 La scrittura come violazione di equilibri, come atto che interrompe un silenzio necessario. Momenti in cui la pagina bianca smette di essere una promessa e diventa un precipizio perché non riesce a colmare la distanza tra sé e il mondo, tra il dolore e la sua espressione. Valerio Mello si muove tra il visibile e l’invisibile, venando d’inquietudine la parola scritta: la sua è un’ode a tutto ciò che sfugge, a ciò che sta nell’ombra, ai fantasmi della mente che emergono con l’andamento sinuoso del corpo della poesia. Talvolta la parola si “tende” come le corde vibranti di un violino che risponde al suono di un tempo sospeso, in un continuo gioco di dissolvenze. Il titolo della silloge è emblematico: il poeta oscilla sul crepaccio di un’identica fede visionaria e realistica , transita nel flusso di aspirazioni utopiche, di un immaginario possibile, di contraddizioni quotidiane. La superficie della pagina diventa luogo di mediazione tra i prelievi visibili dalla realtà e la selezione della memoria. I suoi universi stratificano, viaggiano per vocazione tra più dimensioni per poi dissolversi in un battito incredulo, nella leggerezza di un fiore, in celle d’aria annegate nel cielo. Microscarti di realtà (un velo di luce, la venatura del legno, una strada diafana, una piega sotto il manto del viottolo, un’insegna luminosa, un insetto sopra i tetti spioventi) vengono filtrati da un immaginario illuminato dalla coscienza del limite, quando il filo che tiene unite le cose “avverte la cucitura” proprio nell’istante in cui deve unire due parti distinte, l’attimo in cui lo strumento di unione si rende conto della propria separatezza rispetto a ciò che tenta di tenere insieme : […] L’indescrivibile filo avverte la cucitura, nel tratto che unisce due pezzi ritrova la sua eterna inconsistenza. (pag. 48). Attimi di estrema concretezza si alternano ad aperture liriche, quasi mistiche o si addentrano nei labirinti della memoria e del dolore attraversato per trovare una verità residua.

Definito nella Prefazione di Maurizio Cucchi un autore che persuade in virtù della sua particolare e internamente cangiante fisionomia espressiva, Mello si inserisce nel panorama della poesia contemporanea con una voce colta e strutturata che ha assorbito vari innesti classici e avverte la necessità di una ricerca linguistica di impegno profondo. Il suo ricorso al mondo classico non è semplice esercizio erudito ma una precisa strategia reattiva: i classici diventano il filtro attraverso il quale elaborare criticamente quell’ insoddisfazione per il pensiero filosofico e scientifico attuale. In questa prospettiva, il suo dialogo con quel mondo non è una fuga nostalgica ma uno strumento speculativo necessario per indagare le aporie della modernità e restituire profondità al dibattito culturale attuale.

In Hypsas , raccolta del 2024, il cui titolo richiamava la divinità del fiume omonimo nella Sicilia occidentale, l’odierno Belice, la poesia assumeva i contorni di un viaggio labirintico, onirico, tra versi ora musicalmente scanditi, ora presi in un soffocamento dei sensi per la ricchezza evocativa, ora immersi nell’accenno sfocato dei richiami al sesto libro dell’Eneide virgiliana, tra i campi distesi intorno allo Stige, dove Enea deve affrontare i fantasmi del suo passato. I richiami ai modelli e personaggi epico-classici e filosofici ritornano anche in quest’ultima raccolta poetica: Achille e Tiresia, Eraclito, Epicuro , Giordano Bruno e persino Cebete e Simmia, compagni di dialogo di Socrate nel Fedone di Platone , dialogano con il poeta in contesti di pensieri e discorsi:

A voi, cari Cebete e Simmia, dico che ovunque il nostro sole è fuoco ed acqua, che noi entriamo nel giorno come entriamo nel corpo, che il cammino durerà dall’origine fino all’origine senza squarci di tempo e sarà luogo e sguardo intorno agli dèi [,..]e l’anima libera e pura tornerà indietro ,indietro, fino al pensiero (pag. 58). Nel Fedone , Socrate discuteva con i suoi amici dell’immortalità dell’anima e della natura dell’aldilà nelle ore che precedettero la sua morte, cercando di convincere i due scettici compagni con l’esposizione di diverse prove, tra cui la teoria dei contrari, la reminiscenza (conoscere è ricordare) e l’affinità dell’anima con le Idee eterne. Qui Mello trasforma la metafisica di Platone in un’immagine poetica del viaggio circolare dello spirito togliendo il peso del “carcere” platonico (sōma sēma) per restituirci una visione di armonia cosmica.

In “Aizruc incontra Epicuro,” (pag. 44) la figura di Aizruc è ispirata alla scrittrice, poetessa e giornalista italiana Curzia Ferrari, di cui Mello è stato uno dei più attenti lettori e di cui condivide quella discesa negli abissi dove la scrittura smette di essere traccia per farsi organismo. (in https://www.edizioniares.it/studicattolici/il-ricordo-dello-scrittore-valerio-mello/)

È evidente questa comune idea della poesia come destino e condanna , un “corpo a corpo” con il sacro e con il nulla, con l’idea che il poeta deve abitare la propria ferita per poter parlare e accettare la propria decomposizione e vicinanza alla morte per rigenerare la parola: […] Il poeta è un esssere maledetto/ha bisogno dell’abisso per vivere /E una volta dentro l’abisso comincia a parlare con se stesso /Affamato non trova pace /Diviene verme di tomba /Vaso per un dio respinto. (pag 45) Il “parlare con se stesso” nel buio dell’abisso richiama la solitudine ontologica che la Ferrari , individuava nei grandi poeti russi (che ha tradotto e studiato a fondo, come l’Achmatova o Pasternak): una parola che nasce dalla fame di assoluto e che non trova pace nella realtà materiale.

Giordano Bruno, nel paragrafo De analogia spirituum del De magia naturali, parla degli “spiriti di terra e di acqua”, che “possono mostrarsi a piacimento” . La citazione è riportata in Affondamenti e rinvenimenti (pag 26) , dove si ricorda l’imponente galeone da guerra svedese Vasa, simbolo di potere regale affondato nel 1628 (per eccesso di peso e instabilità) e che fu recuperato quasi intatto nel 1961 grazie ad una complessa operazione ingegneristica. Il poeta richiama quell’ effetto di magia che fa riemergere la verità sommersa. Il fango del mar Baltico ne ha preservato il legno dalla decomposizione mantenendo intatto il relitto (oggi al museo di Stoccolma) : […] dai fondali uscì il gelido Vasa, più forte della vertigine, si trovò a metà strada fra il tempo e la sua pausa formidabile (pag 26) . Il Vasa non è più solo un relitto ma si trasforma in ua sorta di entità bruniana che ha sconfitto l’abisso e il vuoto della dimenticanza ; è l’istante sospeso nella storia che fluisce : la sua riapparizione funziona da macchina del tempo.

Interessante è la varietà delle soluzioni formali nella poesia di Mello. Nelle sue raccolte si osserva il passaggio da versi più musicalmente scanditi ad una densità magmatica che si avvicina alla prosa, pur mantenendo una visionarietà controllata. Questo permette alla parola di farsi materia, diventando essa stessa “ossificata” o “struttura”. L’eclettismo formale della sua produzione trova il suo fulcro in una ricerca lessicale meticolosa, guidata da un labor limae che non è solo correzione estetica, ma scavo ontologico. La sua cifra stilistica si distingue per la capacità di innestare termini di natura materica e tecnico-scientifica entro architetture metriche e sintattiche che dialogano costantemente con la tradizione lirica del Novecento. Questa varietà di soluzioni espressive risponde ad una precisa istanza gnoseologica: la necessità di un ‘ ‘indagine fonetica non fine a se stessa, bensì processo di distillazione volto a intercettare quel limite- soglia in cui il significante si spoglia della sua pura fisicità acustica per trasmutarsi in pensiero. La parola, dunque, agisce come uno strumento di svelamento, dove il rigore del termine tecnico serve ad ancorare l’astrazione metafisica alla realtà sensibile.

Non mancano, nei vari movimenti, spunti evanescenti che a volte ci sfiorano come un frullìo impalpabile di ali: il riposo della foglia, un velo di luce, un odore di piante notturne. Sensazioni esplorate con parole sottoposte prima allo scavo, poi all’espansione. Così il passato, l’accaduto, si ricompone e si riconquista per legge di poesia. Talvolta ci si imbatte, durante la lettura, in un’ improvvisa oscurità dei luoghi che si configura come azione, processo, conseguenza inevitabile, fuga dal labirinto del mondo alla ricerca di un altrove, scoperto prima sui libri, poi nella progressiva sperimentazione di una parola che sappia impossessarsene con un atto di scrittura tenacemente analitica ed esigente, per nulla confidenziale, che si attesta via via su una matericità ponderata:

Sappiamo del febbrile delirio

che annuncia visioni e sigilli sulla pelle

di noi quell’inguaribile consunzione

che cattura fiori secchi dentro ampolle

-così poco

Potremmo essere dei pesci abissali,

spenti alla maniera dei fantasmi che si aggirano

con piccole lanterne

-irrisolti nel passato, vedi:

chi siamo

nelle placente inospitali

che spolpano rifiuti catacombali

entro occhi di gemme,

e cercare quella lieve sostanza

o quel tremulo bagliore,

l’ossessione di distinguerci nel buio.

È in questi versi (pag.15) che la poetica di Valerio Mello si delinea meglio come un’indagine sulla persistenza dell’essere entro un orizzonte di dissoluzione, una condizione umana segnata da un’irrisolutezza cronica. Il “sigillo della scrittura sulla pelle” funge da marchio indelebile di un’esistenza. Lo spostamento del baricentro lirico verso il basso è incarnato dalla metafora dei “pesci abissali”. L’essere umano abita un’oscurità primordiale dove la luce è assente; qui, le “piccole lanterne” della ragione, della memoria o dell’atto poetico non sono strumenti di dominio, ma fragili presidi di orientamento per creature che fluttuano tra un’età primigenia e un futuro incerto. La nascita è già compromessa dal presagio della fine e la vita non sboccia come promessa, ma emerge come sostanza inospitale. L’imperativo etico e drammatico del poeta è il “distinguersi nel buio”, atto di resistenza estrema volto a salvaguardare un’identità, per quanto esile, contro l’assimilazione dell’oscurità circostante.

Mello utilizza un linguaggio che mescola il lessico scientifico (inospitale, placente, pelle, occhi di gemme) con una tensione onirica nel descrivere la condizione umana vista con il carattere di un’irrisolutezza cronica: siamo fantasmi che portano lanterne, creature ancestrali e future al tempo stesso, condannate a cercare un senso in un mondo in cui l’uomo ha perso il ruolo di protagonista della storia. Chi scrive accettando il rischio della “caduta” cerca di produrre una scrittura che sia complessità e ricerca senza adeguarsi alle richieste del mercato. La forza della scrittura di Mello è proprio questa : attestarsi su un pensiero nomade , in continuo mutamento, sull’orlo del baratro.

Rossella Nicolò 

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Dissolvenze

La Collana

a cura di Maurizio Cucchi

Ed .Stampa 2009

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