Veronica Tomassini romanzo in progress. Forever

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FOREVER

Il sole sembrava un sole di aprile. Ed era dicembre. Ero bruna di capelli. I miei capelli erano forti, arruffati, lunghi.

Il sole bianco era la patina sopra il nostro cielo, personale e disperato, di quella disperazione da liceali che pregusta soltanto sfolgoranti amenità e molto presto. Inciampavamo su scarpe da adulte, ed eravamo ragazze. Ragazze – io credo – oggi lo credo – sia necessariamente una condizione dello spirito, in cima alle pretese o nell’ultimo scranno della gerarchia, un po’ come i portoricani per i newyorchesi. Eravamo sempre sopravvissute a qualcosa, alla notte umida e pregna di gas di scarico, fumo acre da uno chilom, la musica era sordida, da atmosfere clandestine e gotiche.

La mattina c’era la piazza. Ed era Natale. La mia attesa non aveva risorse, l’intimità feconda che è capace di orazioni, non teme la supplica, l’abbandono. Sarebbe la vita a concorrere, alla fine, lo farà lei, disporrà le orazioni. Allora ci limitavamo a essere ragazze.

Gli amici erano gli spostati di una periferia. Bevevo un aperitivo amaro alcolico, il sole era la raggiera, il sole, l’amaro alcolico dell’aperitivo bruciava maledettamente. Che ore sono? Chiedevo all’altra, la faccia sconvolta di una come me. Che ore sono?

Il sottile piacere era bruciare maledettamente. Nell’immane simbolismo potremmo infilarci tutto, ogni privazione, didascalica alle sequenze degli avvenimenti futuri. Ripetitivi, noiosi, fino alla svolta fulminante, l’aver inteso che in fondo non era altro quel tempo che la pioggia sopra l’erba la notte, concentrata in certi visi imberbi, il tedio immobile e severo, il ronzio di un’autoradio, lo stolto avanzare di un amico stravolto.  Le luci di un’automobile sbucare da una sera qualsiasi. Era soltanto un tempo, una stagione. Dicembre con un sole di aprile. Indossavo vestiti corti e leggeri, crudelissimi vestiti da pin up. Sentivo spesso un gran freddo addosso. Fumavo pensando tuttavia con eccitazione al cielo gonfio di novità, simile al baluardo verdastro che finiva al mare, una linea di contiguità tra sfumature e prospettive disordinate. La desolazione era il cilicio vestito con virtù. Era l’alibi inoppugnabile per iniziare una carriera: lo svolgimento degli errori. Cominciai a sbagliare, fui io stessa la ragione di molti errori. Issare la bandiera esultante del pronome, solo e sventurato: me e me soltanto.

Eravamo sopravvissute a certe feste alcoliche, dove alla fine era avventuroso persino riconoscersi all’alba. La piazza era la traduzione precisa di un ordine sociale e classista. C’era il bar dei tossici, l’arco dove sostavano i fighetti dei licei, con il loro stile borghese e pretenzioso.

Frequentavo il bar degli eroinomani. Aveva un nome volgare, come slabbrato diseducato, detto alla maniera meridionale. Ma ero una liceale. Sedevo sul gradone di un giardino, con il sole di dicembre che sembrava aprile assiso intorno, nel giro sbagliato, la speranza era di là. Il sole, altrove, altrove era un luogo desiderato. Stringevo le braccia alle ginocchia, le calze erano smagliate. Aspettavo sempre qualcosa. La figlia di nessuno. Dentro la compiaciuta voragine, dilaniata da un esercizio di perfezionamento del risentimento, mi sono formata, nel giogo perfetto dell’imperfezione. Aspettavo qualcosa. Ed era l’amore.

Dibatto ancora, con il patetismo confacente alla bambina, poi la ragazza, poi la donna, interrotta. Forever.

Le altre non erano amiche, erano compagne. Reduci dalla festa alcolica, feste free le chiamavano.

Oggi – e ripeto oggi con una sillabazione tediosa, da vetusta consegnataria di sciocchezze, abbordabili e soprattutto non necessarie.  Oggi sono sicura che abbia perso un mucchio di tempo. Quel tempo ritorna nella scrittura. Non la spada di bellezza fulva, netta, e strumento di rivendicazione, come lo fu per altre, altre scrittrici. Leggo a margine di un testo biografico: sulle donne c’è da congiungere la vita e l’opera.

La vita e l’opera. E non sai mai decidere – mi dico – chi o cosa – abbia perso di più.

Un tale aveva appena finito di radersi. Il barbiere della piazza era una stazione di frontiera. Non era raccomandabile sostarvi. Io lo facevo. Era un modo di procedere contro, non era una strategia vincente. Il tale diede di stomaco. Un liquido bianco. Era la roba che saliva. 

L’eroina.

La piazza era l’eroina.

Io volevo sparire. Non mi odiavo abbastanza per farmi una spada. Ne avevo paura. Ti rompeva le ossa, stavi a rota una settimana.

Ho conosciuto meticolosi terrori, uno dopo l’altro. Questo è inaugurare una carriera, vi dicevo. Sedevo al freddo, con le gambe scoperte e le calze rovinate, sul marciapiedi di un giardino. La fontana non zampillava. I nostri visi erano maschere, ceroni stralunati. La giovinezza non era gagliardia. Vigore. 

Aspettavo in un giorno di sole di dicembre che quella sventura arrecasse qualcosa. Non intercettavo il dettaglio, l’assenza. Ridevamo con le altre. Nella finzione, nella disperazione di non trovarci. 

Era forse cercare una verità, procedere contro, bere Martini alle dieci del mattino, con in testa il suono ferale di una festa alcolica? Non trovarsi era la deduzione di una parziale e inesatta condizione di impoverimento, da cui la necessità di prostrarsi oltre i cancelli, l’intuizione dell’infinito. Ma lo leggo oggi da Cristina Campo. La geografia del passato esaurisce la sua sentenza, senza di me. Mi avverte adesso. E sarà ancora una volta tornare nel tempo fissato e lontano e smarrirsi, da perdere la ragione, chi ero allora? E adesso?

Il tale vomita sull’asfalto. La roba sale, dicono i tossici della piazza. Indossavo abiti neri. Il visino smorzato. Avrei dovuto asciugare ogni infamia, con un panno decoroso, la mia ottusità, l’innocenza interrotta da letture precoci, la presunzione dell’inanità, inconcludenza senza un vezzo aristocratico a depurarla di ibride circostanze; ripulire il pusillanime con indolenza, con raccapriccio, con una pietà difficile da perdonare. Lo farò in seguito. 

Riproducevamo il mondo degli adulti, nella nostra anarchia bisognosa di un fine. La piazza era un luogo cimiteriale. La stazione di confine. 

C’erano alcune canzoni che ascoltavo come una ragazzina sentimentale, lo ero sul serio, bisognosa di un’anarchia senza un fine. La mia esistenza era del tutto irrilevante. La tentazione al pietismo è un fatto congenito. Non mi ha tuttavia riscattato, ancora oggi, l’anarchia senza un fine è la risoluzione blanda all’irresolutezza; non contiene uno slancio in avanti, non ho costruito, mendicando diritti astratti, battendomi il petto nel nome di un sacrificio consumato. Gettare il cuore oltre lo steccato, inutilmente, senza brividi. Senza altro che l’abitudine a punirsi.

Il castigo di essere comunque, esistere, scalpitare, ero la neonata che piangeva di più, una domenica di dicembre, con la neve sui bordi delle strade, in una città del sud. Io sono destinata a sopravvivere.

(continua)

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