Veronica Tomassini inedita. Forever – Capitolo 11

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La sentinella sul bastione

Sei rimasta dentro un destino esitante; il tuo tempo ha il senso di un vocativo; sei nel crocevia buio, ma castissimo, forse è l’eternità.

Sono io. Le braccia tese verso la nube che rovina sulle cose. Le cose hanno uno sguardo.

Il tuo si posa su di esse, vicendevolmente.

Cerchi risposte. Guadagni il silenzio. Il silenzio non ti spiega, ha un suono che non si vuole rivelare.

L’uomo ti ha lasciato dove hai chiesto. Adesso ricorda.

Ricordo.

Scendo dalla macchina. L’uomo ha fretta. Tira su col naso. Si è fatto una pista.

Tu hai rifiutato.

Il suo corpo adulto non ha avuto comprensione della tua tenera vulnerabilità.

Era preda di qualcosa, di una fame immorale, lo guardavi, a tratti un bagliore pareva inforcarlo per restituirti il suo sdegno, il suo piacere, o una segreta sofferenza nell’averti. Tremavi. Poi stringevi le gambe ai suoi fianchi. Era brutale perché era un uomo. Sovrastava un bisogno che non conoscevi ancora, la lungimiranza di certe precocità. Non c’è una condizione migliore per arrendersi guadagnando l’innominabile, del suo stesso piacere, tacevi.

Ero dentro la notte. Era la libertà avventurosa a sedurmi, una libertà scelta quasi con ostilità, posto che avrei dovuto renderne ragione un giorno; riparava nella trascuratezza, in un abbandono che mi rendeva insofferente, selvatica.

Ed era in fondo anch’essa una qualche forma di brama in direzione della felicità. La felicità non è un valore, un parauniverso, non esiste. Purtuttavia era una parola utilizzata spesso negli anni chiamati giovinezza.

Leggevi Marianne Moore.

Era complicato farsi capire, per ciò. Ad ogni modo, ero sotto la sfera bluette della notte verso la fine della quiete brumosa, incocciando una linea sottile in prossimità dell’alba. L’uomo andò via, la sua macchina scura era il simbolo del piacere che portava con sé, sottratto, ricondotto a te. Bruciavi nella sopraggiunta attesa.

La notte di marzo aveva un odore preciso, il germoglio del mandorlo sul palmo della mano. Il suono brulicante del barbagianni sul ramo del salice.

Tacevo. Fissando la quiete brumosa, similmente al picchiettare sul ramo di un barbagianni desto e animoso. Il fumo mi rendeva confusa e assetata. In bocca sentivo ancora il sapore di quell’uomo. Il mio corpo era agitato, la tregua era un inganno.

Rifletto sulla speranza, l’attimo prima che diventi inganno.

La speranza è perseverare. L’inganno è la presunzione di riuscirvi. Perseverare è una faccenda da adepti di un cenobio.

Da militanti della perfezione.

Ti sei incamminata lungo il sentiero nella quiete brumosa. Pensavi a quell’uomo. Le tue gambe bruciavano nell’insolenza. Nella vergogna.

Non indosso le calze, i fari delle automobili sono mesti, mi si lanciano addosso senza convinzione. Volti anonimi. Ordinarietà. Questo è il punto.

Centro il punto. Oggi. Sì, adesso. Adesso nel capovolgimento dei fatti succeduti, l’altare che non raggiungo. Il braccio di mio padre che non sorregge la sposa. La sposa senza l’abito bianco.

La dimestichezza nell’inciampo. Cadere come pratica, esercizio di stile che non cagiona l’umiltà, ma svezza nuove raggianti inquietudini.

Proseguo dentro la strada dritta e sicura. Trovo le altre. Aspettano l’alba affiorare dal tergo delle rocce, in lontananza il maniero. Monica ha gli occhi chiusi, ottenebrati da tutte le stoltezze consumate. Dorme sull’asfalto. La passeggiata di un lungomare. Dorme con le braccia giunte sul petto. La fisso attonita nel suo splendore. Il mio è reso opaco dal ricordo di quell’uomo che vorrei rivedere, perché la finisse di svezzarmi, con il suo modo diseducato. Amerò la sua diseducazione, mi riprometto.

Monica ha un vestito di satin. Le altre dormono sulla passeggiata di un lungomare. L’alba si mostra finalmente e i capelli imbionditi delle ragazze si conformano nell’unica corolla.

I palazzi riverberano nel travertino magmatico, rilucente verso il bluette del mare profondo. Io sono desta. Vigilo dentro qualcosa, nello sguardo delle cose. Guardarle per indovinare la segreta verità, la verità nell’anfratto.

E invece sono passati anni. Hai chiamato gli anni deserti, li hai quindi convocati in una stanza. Il mondo è sempre fuori. Lo stesso. Il mandorlo. Il bocciolo sul palmo. Il brusio sul ramo del salice, la notte.

Così immaginavo la vita presentarsi, nel tempo, migliore di quell’ora, che a volte era severa, tanto da abitarla con impazienza. Sapete, l’impazienza è la febbre della giovinezza. Ed era ancora una volta l’attesa a soccorrermi. L’attesa aveva un suo battito.

Sceglieva la sua irrevocabile cronologia.

Il sole si rinsaldava nelle architetture dei palazzi, dai profili barocchi. Le nervature detenevano le ombre tali da rilanciare la luce sui nostri volti. Il volto innocente di Monica che dorme, stesa sulla pietra bianca di un lungomare. E le altre.

Ero la sentinella, sul bastione. Aspettavo.

La vita. Quell’uomo. L’amore. L’impazienza che ogni inciampo preparava solo per noi.

Noi. Le ragazze.

E tutto era per sempre. E quando ripetevo per sempre, come una giaculatoria, risuonava la speranza, un timbro fulgido, la possibilità, che non avrebbe conosciuto inganno.

Per sempre. Ripetevo. Asciugando gli occhi, bagnati di un pianto testardo. Oggi il pianto ha innalzato vigne orgogliose, dagli acini turgidi e tuonanti il vigore. Per sempre: è l’acino turgido sopravvissuto all’ora severa eppure innocente.

Per sempre. Leggi anche il capitolo 10

(continua)

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