VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 13

Home / Inediti / VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 13

L’azzurro di aprile

Forse un giorno perdonerò quegli anni. Gli anni in cui la giovinezza è stata tradita da una volontà di salvezza. Oh. No. Non tradita. Edificata. E dunque non occorrerebbe perdonare. Accettare, direi. Offrire, in un passaggio spirituale successivo.

Non conosco la ragione di un tale assillo. Vorrei procedere per ordine.

La ragione potrei conoscerla, ma non è utile al momento tirarla a riva. Sottrarla alle profondità, in cui dimora. Devo lasciarla lì. La verità non deve essere offerta come un fatto facile, una vicenda di pacata consuetudine.

Le ragazze non conoscevano altro che la vanità ripiegata su sé stessa. Io non conoscevo che le ragazze, la vanità ripiegata su sé stessa, l’attesa, nella forma ingannevole della primizia.

E invece la verità dimorava già in profonde acque bluette. Le acque del lungomare.

Trascorrevo un tempo larghissimo affacciata sulla rupe, ispirata dalla contemplazione priva di suggestioni. Uno sguardo nudo, franco, incapace di controllare un gesto di sapienza, un pensiero, qualcosa tuttavia che potesse aiutarmi. La mia difficoltà era vivere, vivere sul bordo, senza precipitare. Ed è comunque un’ovvietà, un manifesto reclamato pleonasticamente, scritto, ribadito, ha scanzonato persino la tempra intimidatrice. Stai attenta, mi ripeteva sovente il mondo. Il mondo era un imprecisato conclave di giusti. Nel compiacimento, vivevo, nel compiacimento o nella certezza di essere colei che era riuscita male. Colei. Una. Una che scriveva sopra o sotto il rigo, in diagonale.

Ce n’è voluta per raddrizzarmi, mi dicono.

Un fianco scivolava verso le rocce, sotto, sovrastate da volute bianche e spumose, molto simili alle spire celesti. Tutta la città sembrava ragguagliarsi nel lungomare sopra cui le piccole finestre si allineavano guardinghe nell’identica prospettiva, l’azzurro balzava da un canto all’altro.

Era l’azzurro di aprile, l’azzurro capace della primavera nella sontuosa ouverture.

La giovinezza. Monica aveva comprato un guardaroba intero, solo per il mese di aprile. A maggio avrebbe rovesciato gli armadi, buttato tutto, ché c’era l’amico della madre a pensarci, compravano nelle boutique più esclusive della città. Non c’era dozzinalità negli abiti di Monica. Nemmeno nel suo viso. Era maldestra, talvolta, ma come me, aristocratica o snob o soltanto stronza.

Le ragazze sono spesso molto cattive.

Sedute sotto l’arco della piazza, alle due del pomeriggio, cercavamo la luce oltre il profilo dei palazzi.

Rifletto. Cercare la luce, come la verità, negli imi bluette, dove dimora un presagio testardo, la possibilità, un tempo che si volge verso un altro luogo. Nell’altro luogo pensavamo abitasse la ragionevolezza che avremmo vestito, più o meno, partecipi, un giorno. Un tempo.

E dietro i profili dei palazzi, si concentravano macchie di giallo, riverbero dai brevi colli di Sommacco. Fiori giallognoli e bianchi gettati in anonime chiazze nel limite dell’urbanità. Nel frastuono, si faceva largo un desiderio senza nome. Propendeva al silenzio, a verità sottaciute, al bluette delle acque nel lungomare, acque che sfidavano un blu immaginifico, un blu persiano nell’imprendibile tavolozza: indaco e ombre arabe, sfumature di alcune spezie marocchine. Vengo da questa confusione.

Provengo, insediata, impalata a dir bene. Impalata in un paesaggio dove la bellezza ti picchia sul capo, come il sole a mezzogiorno. Nella città dove il sole a mezzogiorno diventa nero per quanto è ostinato.

Alle due del pomeriggio, la piazza ha il suo mercato. Si vende per i tossici. Brown sugar. Anfetamine. Trip. Le ragazze si passano la canna di mano in mano. Pensiamo al vestito che indosseremo la sera. Andremo in giro. Rimedieremo qualcosa, qualcuno che ci faccia bere, riusciremo a trovarlo. Forse rimedieremo altro, sigarette, l’ingresso pagato per la discoteca con il privé e le bottiglie di Moët & Chandon sul tavolino.

Da quale solitudine arrivino le altre moltiplicate? Lo leggete da soli. La solitudine perfezionata non nell’abito dimesso della ragionevolezza, mai orlato, intessuto. Piuttosto lacerato. La solitudine nutrita dal mormorio ronzante di vespe aizzate da nuvole cangianti di corolle franate su prati estesi di un verde scoppiato, in rivisitazioni mature, inespresse. Mai, dico, mai mai replicate.

Nel sogno improbo, ho ripassato moltiplicate solitudini da allora. Il sogno improbo era declinare in volo, giù, verso la sconfitta, il naturale azzeramento, ogni errore, artefice di voragini, di nullità distese negli anni.

Negli anni. Ripeterlo, è il castigo.

La piazza, alle due del pomeriggio. È aprile. Stringo alla vita i pantaloncini di jeans, sopra calze nere e spesse. Uso stivali con la punta. I miei capelli sono forti, ricci. Lunghi.

Ho questa immagine di me, la vedo nello specchio. Lei non ride.

Non sorride.

Lei apre un cassetto della madia che ha davanti, estrae le forbici. Taglia i suoi capelli, forti, lunghi. Diventano un assurdo caschetto.

Così lei non sorride. Non si riconosce.

Trucca gli occhi, usa impasti scuri. Rossetti neri. Distende sulla pelle una cera bianchissima.

È un mascherone.

Così si riconosce.

La piazza alle due del pomeriggio ha i suoi dimoranti.

Il mio destino è il destino che contiene le lacrime del mondo, o basterebbero soltanto quelle di Mariannina Coffa. La conoscete? Mariannina Coffa.

Il mio è il destino di Mariannina.

Scrivo e riscrivo, come lamentazioni.

Non riempiono pagine, svuotano ceste, ceste di grazia, la grazia rovesciata sul mondo. La grazia.

Nella cesta dimorano lamentazioni, o gemme, chicchi di grano, corolle esplose.

La grazia è nella cesta, rovesciata sul mondo.

Non presidia, l’assedio.

L’assedio è l’assenza.

L’assenza è l’amore.

È una preghiera?

A tratti mi convinco di un nuovo destino.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini

Leggi anche il capitolo 12