VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 15

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È la vita chéri

Le ragazze mi osservavano con una curiosità crudele. Timò. Ripetevano anch’esse. Monica mi si fece davanti fissandomi, come per dire: cosa puoi dirci adesso dell’amore o del segreto che dimora in esso? Oppure: perché sei tornata?

Sedevamo sul lungomare. L’aggetto della proda, le onde fremevano verso il maniero lontano e confuso dentro vapori blu persiano.

La banchina bruciava sotto il sole. Con il palmo della mano premevo sul catrame. E tutto intorno era catrame e vento salmastro. Così i brividi mi attraversavano la colonna e le giunture e chiudevo gli occhi verso una nube, intercettando l’ombra del cirro sul resto, il mondo. Il mondo desolato, sopra cui fendevano albori e crepuscoli, avvicendamenti ridondanti e precisi, le vele verso lo sforzo di ire di buriana prossima e insolita sul finire di aprile.

Aprile finiva. Come finisce ogni stagione, un tempo con ghirlande larghe, ma frante, un sentiero, duecentocinquanta ranghi, l’aurora ancestrale che congiunge l’invocazione portante e misteriosa – era Timò? – al tormento che si rivela per un secondo tregua barattabile. Tregua. Perdono.

No no. Era l’amore. Ogni cosa chiamavamo amore o il suo contrario.

Ogni cosa era per sempre.

Forever.

O la morte.

Com’è, Timò, è bello, Timò? Cinguettavano le ragazze, l’incarnato roseo, non pallido e insano, come il mio. I capelli lucenti di primavera balenavano nel colore dell’ambra, una corona omogenea che pareva sovrastarle. Piccole perfide regine, con molte ambizioni da avanzare, una borsa di pelle, i jeans firmati dalla nota stilista londinese.

Erano ambizioni. Minacciavano di trionfare caparbie nei rossetti marroni, neri, ostili alla levità di un tempo concesso, il timer già in affanno. La fottuta giovinezza.

Cherì. Pronunciavo, in una commossa giaculatoria. Chéri. È la vita, chéri.

Come se ne avessi avuto davvero una qualche contezza. La vita, mia cara, mi promisi, questa eterna sconosciuta. Una ragazza di pochi anni, i pochi anni di una ragazza, e il patetico réclame: la vita è un’eterna sconosciuta.

Andava giusto bene per uno spot tanto in voga in anni capitalisti e fasulli. Luccicanti come il mio vestito di lamé da quattro soldi.

Le ragazze adesso fumavano e guardavano il mare e un punto fisso laggiù.

Anche io guardavo il mare e un punto fisso laggiù, chiedendomi con quale facilità avessi potuto dimenticare l’amore muliebre e tossico per il quale avrei dato il mio cuore, trafitto le viscere, e provai a immaginare quanti altri supplizi da dramma russo potevano bastare a circondare il sentimento, rarefatto e sbiadito d’un tratto. O quell’uomo, pensai all’uomo dell’automobile scura, la smorfia nel suo piacere, il mio corpo arreso al suo, scosso dal sussulto.

Non sapevo chi fosse. Ricordavo il fastidio, un fastidio che mi assaliva simile al piacere, superiore al piacere. Graffiava la pelle. Le gambe ardevano, e lo imploravo tuttavia di continuare, mentre bruciavo, bruciavo. E lui era lì, nella penombra, la barba incolta graffiava la mia pelle.

Ecco, è tutto quel che ricordo.

Monica era bellissima. Vestita d’azzurro, un maglione di filo, jeans leggeri, nell’identica tonalità. Non era mai stata a Parigi, nel boulevard di Clichy. Dissi che Timò aveva una soffitta proprio nel boulevard di Clichy, da cui guardavamo la gente antica muoversi verso arrondissement nostalgici, di un altro secolo. E lo raccontavo con un calore in viso sinceramente neonato, forse potrei chiamarla felicità, con coraggio sì, la chiamo felicità. Vedevamo i tram e persino un trio di violini che suonava La Califfa, all’uscita della metro. Sortie. E il trio suonava ed ero incantata.

Il signore che frequentava Monica era un buzzurro. Un cafone insomma. Non era mai andato più lontano del mare di Messina. Oltre la sponda non conosceva luoghi e città amene, per lui, così cafone, lo spaventavano. Le possibilità spaventano l’ignoranza. Una volgarità piuttosto in uso con i signori facoltosi che frequentavamo.

Puttanelle.

Non è vero.

No.

Nemmeno Monica lo era.

La madre invece conosceva Parigi, Parigi dei viaggi organizzati, era partita una volta con il cornuto che la manteneva, un’altra volta con alcune sue colleghe, un viaggio a metà tra lavoro e piacere. Il che poi poteva pure coincidere nella consapevolezza di una natura compromessa, di una prostituta, o cosa?

Donna di costumi ragguardevoli con cornuto al seguito.

Il che poi è come aggiungere: maitresse. Mantenuta.

Megera.

Non era una madre. Non lo era mai stata. Monica la odiava perciò.

E noi? Le altre?

Noi aspettavamo il mondo, ma che fosse una stanza pulita e ordinata, nella nostra schizofrenica innocenza avevamo di queste priorità.

Quando dalle gratelle dei bagni, nella scuola del piccolo Bronx, osservavamo dormienti, schifate, il cortile polveroso, dove si azzuffavano – oggi direi – i perduti della terra, giovanotti prossimi al riformatorio, noi sul serio pensavamo al mondo come a una stanza pulita e ordinata. Ed era una follia.

Quindi frequentavamo uomini adulti. Quindi eravamo un po’ bruciate.

Arse, non più delle mie gambe o della pelle del viso, dopo aver visto lui, dell’automobile scura, nella campagna della notte, con i falchi a borbogliare ipnotici, e le stelle cadute sulla luce della cala, verso la luna. O più in là. Ovunque arrivasse un nuovo traguardo senza un principio o un graticcio.

Era in fondo solo un desiderio, la libertà. O l’amore.

Ma tutto veramente chiamavamo amore. E che fosse per sempre.

“Quell’uomo mi eccita tremendamente”, confidai a Monica. Monica penetrava un silenzio, fissava laggiù, verso un punto, il mare sovrastato dal blu persiano.

Monica si girò a guardarmi e sorrise, sorrise come una donna vecchia. Che aveva già visto tutto e tutto era perdizione, frammento, miseria.

La più schifosa miseria con addosso un profumo di Dior.

“Perché ti eccita?”. Mi chiese.

Io risposi allora, come una donna, come deve rispondere una donna, senza età, o con una infinità di destini seppelliti in un solo cuore.

Perché mi ama.

E non era vero.

(continua)

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