Veronica Tomassini inedita. Forever – capitolo 2

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Veronica Tomassini

Le ragazze erano deboli, caduche, solitarie come l’ippocastano nel bosco brumoso, o nostalgiche come certe foglie d’autunno. Io ero una ragazza, nel crepuscolo di tutte le scelte insensate.

Avete presente i sepali dei papaveri? Franano prima che esploda la corona. È un presentimento glorioso, l’avvertimento della fine, eppur nel virgulto coraggioso della rinascita. Non saremmo diventate vecchie, mai, promettevamo l’un l’altra.

Dovrei riferire di loro. Le ragazze aspettavano in coda, la sera, davanti al locale nella città vecchia e umida, rappresa in lontanissimi allori, dimentichi di alterigie trapassate, la vestigia o un memento, la mondezza agli angoli dei vicoli stretti come intestini.

Io avevo un amore. Un amore diafano, pallido. La fila davanti al locale la sera era una forma di devozione. Cercarlo oltre i volti ordinari, nella folla, dentro una pista, seduta sul divanetto di un privé, intontita dai Martini, dal fumo delle sigarette.

Indossavo un pellicciotto verde sintetico, vestiti di acrilico, corti, algidi. Usavo rossetti scuri.

Conoscevo solo gente che si faceva. Si diceva così. Si facevano di ero.

L’eroina: furono gli anni dei locali e degli amici della piazza. Non eravamo un gruppo. Le ragazze. I loro nomi o la loro effettiva congiunzione con i fatti di quel tempo è irrilevante. Ci vedevamo in piazza. Non si stabiliva un vero legame. Io perlomeno non lo ricordo. Piuttosto ero io e basta. E gli altri per una faccenda di opportunità. Eravamo fatte per la notte, per la superbia ingenerata dalla stupidità, dalla bellezza fortuita, a mezzo di una acerba vanità, esoso e ovvio trofeo da esibire, attraverso cui barattare qualsiasi cosa, sigarette, alcol, l’ingresso selezionatissimo nel noto locale di cui sopra accennavo le file, il freddo, l’oscurità.

Uscire la sera era una circostanza avventurosa, anche solo l’idea di pensare a come tornare a casa, con chi, dove concludere l’alba, lo era.

Le luci artificiali erano giallognole. Pochi lampioni nel sentiero di un rione popolare. I locali esclusivi erano frequentati da facoltosi signori. Noi, le ragazze, eravamo le predilette. Le nostre gambe agili e nervose erano la ragione di molte concessioni. Ognuna agiva come poteva, come sapeva. Monica ad esempio riusciva a farsi scopare. Era una mummia, diceva il vecchio, l’accompagnatore più ostinato. Una fica morta.

Non era dignitoso rimediare reputazioni di tal siffatta misura. Monica aveva un corpo da donna. Era soltanto un po’ imbranata. Si faceva mantenere. Era una possibilità, la madre lo faceva da una vita. Lei indossava abiti firmati, quelli erano gli anni degli abiti firmati.

Non fumava, beveva e andava a letto con uomini più grandi.

Non avevo la sua propensione, dovevo scansare l’istinto alla ributtante carriera. La mia carriera era costellata di errori, non sono per questo finita in un bagno per signora con la mano di un tale sopra la mia testa. No. Malgrado avessimo tutte l’ambizione a una macchina fuori serie, una casa, l’emancipazione desolata e molle. Le feste in piscina.

Ragguardevoli obiettivi. La sera cominciavamo con il Martini, fino a non ricordare molto. Era la dissipazione disperata. L’inutile compiaciuto tentativo di essere considerata, per le altre era più o meno lo stesso. Intimamente sognavo qualcuno in grado di sguainare la spada per me. Era un sogno rattristato dall’evidenza, ragazzi provati dall’ignoranza, opaco brillio di un sud primitivo, cafone.

Ostap per la sua bella. Avevo letto Taras Bul’ba. Nessuno lo conosceva. Era questo sud brutale e contrito a interrogarmi sulle sere troppo scure e funeste. Velocissimi frame. L’abitacolo di un’automobile dove eseguire i soliti affaracci, una spada conficcata in vena.

Mi innamoravo di un cosacco letto in un romanzo. Non Andrej. Ma Ostap. Ostap avrebbe sguainato la spada per me.

Fuori i miei amici non lo erano, e si facevano di roba. Roba. Roba. Roba.

Eroina. La sera in quel locale, seduta sul divanetto del privé. Lo vedo. Ha gli occhi lucidi. Le palpebre franano nel sonno malato. Malato è il sole di certe mattine in piazza. E c’era già chi tremava in cerca di anfetamine.

Lo vedo. Mi stringo nella pelliccia verde sintetica. Monica mi ha versato addosso uno spumantino dolce, rivoltante. L’altra combatte con la nausea. Ha esagerato e siamo appena entrate.

Lo vedo.

Veste con un blazer, un foulard al collo. Ha i capelli neri, lucidi, pettinati come Rupert Everett. Alle ragazze piaceva Rupert Everett. Una vera apologia di amori esangui.

Piaceva soffrire alle ragazze. Ma il patimento era degno di una suffragetta appena svezzata ai sospiri, doveva esaurirsi e presto. Una contrizione teatrale. Serviva il tempo di una sera, di una notte.

Gli uomini adulti siedono al tavolo con noi.

Uno mi tira da un braccio, sono rincantucciata. Guardo lui, sembra Rupert Everett. L’uomo adulto mi tira da un braccio. Andiamo.

Monica è ubriaca. Toglie la camicia, di seta. Usa abiti costosi, il vecchio cornuto che l’accompagna non fa una piega. Una volta esibiva una gonna di satin.

Era elegante. Soccombere al vecchio cornuto ok. Subordinazione ributtante. Quanto tempo occorreva, cinque dieci quindici minuti?

Un bagno per signore. La casa del cornuto?

Aveva una barca a vela. Il cornuto.

Possiamo suscitare la vostra pietà? Noi? Le ragazze? Eravamo dentro un crepuscolo malgrado questo sud ignorante non lesini deserti accecanti, rupi da cui sconfiggere le ombre del mondo, affogate nella vastità, il medesimo orizzonte, i cespugli di germogli irti, ingrati.

È stato un tempo crudele. Il sole limaccioso somigliava allo sguardo di un ragazzo, lo amavo, non era Ostap. Lo aspettavo, la sera. Bevevo Martini, mi stringevo nella pelliccia verde e sintetica, gli occhi bruciavano per il rimpianto.

Lo ricordo. Lo giuro.

Non eravamo come sepali di papaveri, la caducità, l’esplosione prima della fioritura. La corolla. No. Eravamo un corpo cavo. Carnoso o svuotato. Simili a peyotl, su giardini arsi, insidiosi come canyon.

Eravamo miniature della riproduzione sbagliata. Il mondo secondo gli adulti miniati nell’errore.

La terribile esattezza di ricondurre ogni scabrosa mancanza nella stagione perduta, mai rivendicata.

E senza perciò la coesistenza di un rimpianto.

Allora i miei occhi bruciavano. Chiusi al mondo. Vedevano soltanto lui, come un figuro, l’uomo che precipita oniricamente, nella cascata, la saggezza di un vecchio e ogni amenità esaltata dall’amore.

L’amore.

Per sempre.

Leggi il primo capitolo qui: Forever

(continua)

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