VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 24

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Non è altro che l’amore

La strada si profila tumida, dentro finisce una pozza luccicante, dentro piomba la ribalta del mondo. Così il contorno di ogni individualità si smotta nella campitura scivolosa, le individualità sdrucciolevoli. E invece è solo un caldo infernale a ingannare la vista, concepire la trappola, il bitume tradotto in pozza di mondo, ribalta dell’universo sdrucciolevole e liquido. Le foglie di sambuco sembrano pioggia, una pioggia verdognola, con gusci bianchi e fioriti, dentro la pozza, il delirio nel deserto, la sorgente, a mezzo della tratta. Il bitume infuocato.

Percorriamo la strada infinita. Monica ha la sua automobile nuova. La luce siciliana, tetra, restia a concedersi se non nella sapienza torrenziale o nel vigore efferato. Gettarsi sulla terra ignara e impaurita, cretosa per inclemenza. Le ragazze dormono, scomposte, sui sedili posteriori.

Fumo la sigaretta di erba, spossata dalla nausea. E non realizzo la ragione della nausea, se non come un fatto insito a una coercizione di noia e inesorabilità che ci investiva del ruolo. Non il ruolo di ragazze, ineccepibili, studiose e timide. A noi confaceva il ruolo delle pietre di scarto, ma allora non conoscevamo agnizioni evangeliche.

Il mare ci aspetta sulla sponda, solcata da tronchi divorati dalla salsedine. Vecchi tronchi, dalle sembianze spaventose, teschi essiccati, manipolazioni di creature, non più carogne, ma calco risorto di identità segrete.

Siamo ragazze vecchissime. Abbiamo visto tutto. È un bel compiacimento, l’alibi aguzzo perché non smettessimo di forgiare colpe, come piccole statue inneggianti libertà capovolte. Libertà che si pagano con una moneta nuova, capace di ingenerare indulgenze postume.

La spiaggia era libera. La rena irregolare, interrotta da dune, sentieri di posidonie, gusci di conchiglie spalancate all’azzurro, l’azzurro di giugno. Veloce e tagliente. E i fenicotteri. Eccoli, laggiù. Urlai, felice. O non so, felice all’incirca. Correvamo, le nostre gambe da gazzelle erano incerte, ma ostinate, lungo la riva, una falcata dietro l’altra. Fino alla fine, laggiù, dove i fenicotteri, assisi, sgranavano un linguaggio di epifanie, tacendo curiosi. Correvamo. La libertà. Son sicura lo pensassimo davvero, correndo, senza dircelo, senza pensarlo. Ma lo pensavamo. Lo urlavamo, in cuor nostro, un piccolo cuore, ognuna, con cento destini.

Le gambe pallide bruciavano al sole. Inciampavano nelle brevi onde freddissime, ancora. E avevamo coraggio a lanciarci nella perfezione arcuata di delfini frementi. Giù nel fondo, le braccia allargarsi, gli occhi sgranati e attoniti dallo scrosciante splendore bluette. Dal bluette all’azzurro al verde, al celeste chiaro nelle secche improvvise. Riemergevamo, nel turgore che è la gaiezza. Qualcosa di simile alla stagione dello stato di grazia, la chiamano giovinezza.

La spossatezza bruciava e dava i brividi, il sole di mezzogiorno sulla pelle bagnata era uno stridore piacevole, il piacere quando si insinua nella privazione, il sacrificio che diventa gaudio. Nel qual caso era solo una contraddizione, una lotta millenaria, nascosta in sprazzi empirici e di modesta entità, freddo, caldo. Il sale si depositava, tracciando disegni bianchi e rugosi, sull’epidermide morbida, non ancora svezzata dall’inverno appena trascorso, seppur mite.

La sabbia crepitava sui capelli, sulla schiena. Gli occhi rivolti al cielo. Le palpebre chiuse. Avevo in testa una canzone, sotto il sole dell’avana, e non ricordo altro. Una canzone di Mina. Se pensavo al tossico bello come Rupert Everett, bianco e emaciato, tornava l’inverno e le notti in un abitacolo, la spada conficcata nella vena. Tanita Tikaram nell’autoradio.

La bruma della solitudine. O peggio il clamore svuotato come un interstizio di micragnosi redivivi, altrimenti detto privé, club di signorotti con la fissa delle ragazzine.

Tornava la brutalità della mia indole, l’istinto non educato, la propensione alla volgarità, da sottacere ipocritamente con sorrisi adolescenziali.

Non sono mai stata un’adolescente.

Avrei voluto. Avevo il mio diario a testimoniarlo, non bastava, non mi impediva di registrare gravosità precoci.

Le altre, stese accanto, sorridevano come adolescenti. Non lo erano di meno.

Monica era la vera perla, la perla indorata. Affiorava tra tutte. Era lei. Lei era la donna. Una donna per sempre.

E noi?

Io non lo sarei stata mai.

E perciò non potrei dire di aver nutrito un risentimento migliore di quello di Monica, quando alla fine della notte, dall’automobile lussuosa del vecchio cornuto, mentre andava via, perfezionandosi nell’errore (vi dicevo), lustrando la catena al polso, la chiamereste reciprocità? Mentre andava via – vi dicevo – guardava noi, forse un po’ più libere, ancora ragazze. Guardava noi.

A una certa ora, il silenzio lasciava ogni responsabilità al mare che ribolliva ai piedi della roccia. La montagna e lo strapiombo. Sedute lo ascoltavamo. Bruciavamo, felici. La nostra pelle imbruniva, facilmente. Ed eravamo più forti. Subito. E più belle.

Monica diceva che i miei occhi assumevano il colore del mare. I suoi bruni erano luccicanti, come i vestiti che indossava per il club.

E come i fenicotteri sulla zattera, il barbogio tronco, scavato dalle intemperie, anche noi tacitamente curiose esercitavamo l’indefettibile diritto alla felicità immotivata. Silenziosa.

Le ragazze erano corolle.

Lo siamo state per una stagione. La stagione è uno stato di grazia perché la chiamano giovinezza.

Van Norden. Nella Parigi di Miller. Timò sparisce dalla scena.

C’è solo lui. Van Norden.

Cosa avesse voluto da una donna? Oh, vorrei una donna con un cervello. Non voglio solo una fica, portamela qui. Amico.

Portamela qui.

In questa schiacciante tragicità, si riduce la somma di cento, mille destini; la sentimentale pochezza dell’uomo indebolito dal vizio, l’uomo soggiacere al solo impulso della virilità, che articola improvvisamente convinzioni stracciate, sull’amore, in generale. Sulla vita. Ma la vita non è altro che la contesa con l’amore. La contesa, per dire un giorno, prima di stendere le gambe, per dire un giorno: io lo conosco. Io sono stato amato.

Van Norden, chino sul suo vile piacere, intercetta una qualche possibilità che esonda gli umani.

Non è altro che l’amore, vecchio stupido.

L’amore.

(continua)

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