VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 25

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La vita, in fondo

Osservavo la cima della roccia. Stringevo gli occhi. La luce siciliana è una luce luttuosa, dicono. Ma ero troppo giovane per convenire, nel minimo serraglio in cui ognuna avanzava al centro di una storia minuscola, non avrebbe diseducato che spiriti magri o aguzzi.

La vita in fondo, una piccola storia, faccende terrestri, profondità ordinarie più simili a una cloaca di mediocrità, da cui attingere soluzioni blande: ovvietà, gesti pavidi o non saprei. Doveva ancora arrivare la catapulta, lo spirito afflitto che edifica e marcia impugnando la selce o una lurida elsa, combattendo spettri guardinghi e incapaci di mantenere per intero le promesse di terrore.

Chiesi a Monica, stesa, nella sua morbidezza oscena, già provata dal fuoco che non purifica, il fuoco che brucia nell’imo, nelle profondità ctonie, dove si allungano le anime e si congiungono l’una sull’altra, fluttuanti, macabre, notturne, come in un brutto sogno.

Chiesi a Monica: “Secondo te, sono già adulta per certe cose?”

Taceva. All’angolo della bella bocca, perfetta e turgida, si distinse una piega, era la forma del sorriso, il sorriso di Monica, cattivo di solito.

Rispondimi. La pregai. Devo saperlo.

“Non sono graziosa in quel modo in cui dovrei” realizzai un po’ confusamente, parlando per me piuttosto. Monica era sparita dalla scena. Ma era lì, sempre lì, sdraiata e avveduta nelle cose del mondo. Il mondo era una strana questione, di cui non ci importava molto.

Pensavo alla mia vita. Come solo una ragazza può indovinarvi, pensando alla propria vita. Indovinare il segreto illusorio che non soltanto tutto finirà – la linea che persegue una traiettoria e si inorgoglisce fino a fallire, concentrandosi nel punto, uno. È una teoria matematica. Non soltanto tutto finirà, la linea che perdura fino al punto; ma finanche un giorno finirà nel serraglio lanciato in una tradotta marcescente, finirà con il genera umano disgustato l’un dall’altro, l’un dalla tradotta speculare dell’altro, così pochi e luridi. Cioè noi ci vedremo un giorno nella lurida azzeccatissima proiezione?

Monica. Chiesi: Monica, secondo te sono bella? Non vedi la mia fronte? Guardala. È strana, guarda bene, è spigolosa. Guardami, Monica.

Monica seguitava a tenere gli occhi chiusi.

Poi disse che forse ero carina quel tanto che serviva e che la fronte non le sembrasse poi così male. Una fronte, disse.

Avrebbe perso l’anno. Io no. Volevo lasciare prima possibile la miseria della scuola del piccolo Bronx. Eravamo bestie strette da cingoli.

Il cingolo della purezza, no non quello, non quello del Figlio dell’Uomo.

Volevo andar via dalla desolazione cinerea degli isolati, serrati da acquitrini, le urla del mercato. Le sedie spaiate in casa della bulla del quartiere. Le osservai fino a farmi male gli occhi, fissarle, ingoiarle, stoppe che enunciavamo tetraggini, cavilli, rami, sedie spaiate.

La povertà. È una questione di silenzio senza un’audace cacofonia a suggerire aperture. Mutismo. Tacito vituperio. Disordine. Orbite di polvere accecanti dentro cui arrancano esistenze qualsiasi. La mia, non era migliore.

Allora era la scabra alternanza, del giorno e della notte, la greve riluttanza ad accettare che la linea procede diritta fin a estinguersi nel solo punto.

Ed era la fine.

La fine della notte, l’esiguità del crepuscolo.

Sii morta a te stessa, suggeriscono oggi le voci del mondo, le profondità terrestri, stavolta adornate dal cembalo percuotere un tempo, uno strano tempo, senza obiettivi né esultanze, sulla vetta di un grattacielo, il cherubino sfuggente nel pentagramma eseguito da un invisibile liutista.

Ecco quello che vedo.

Ma allora? Allora osservavo la cima della roccia, intercettavo la mobilità bruna, ali frementi che si interrompevano d’un tratto, agitandosi verso l’azzurro fin dentro la luce luttuosa, ali di gabbiani immacolati, nel loro spaventoso lamento, a volte un pianto, o una supplica, o l’egida di un osanna.

“Sei una donna, hai già scopato con quello, quindi lo sei”, disse Monica.

Si tirò su, seduta, sulla rena bruciante. La rena sui capelli, imbiondite, noi eravamo le corolle, le corolle esplodevano malgrado ancora la vita così crepitava, così deludeva. Lui, quello. Era lui, lui della Mercedes nera.

Lui era un uomo.

Non era Timò.

Né l’amore tossico. L’amore tossico sarebbe morto. Pace all’anima sua.

Timò era Parigi, era la bruma malinconica. Un personaggio di Miller. Van Norden che farnetica, neurotico.

Volgarissimo uomo con la patta sempre aperta.

Voleva una donna, se ne stancava presto.

Van Norden, l’uomo che si arrende all’immane fregatura, ti attende alla fine della retta, sottile fino al punto.

La fine.

Alla fine delle cose.

Non del mondo. Malgrado forever fosse una parola che ci piacesse usare, una specie di sfida mortifera.

Parigi era il Bois. Timò che stringe la mia mano. Io guardo dal ponticello, il fiume, il rigagnolo, residui umani, la vita vitrea. La vita scorrere, sotto il ponticello, Timò guarda me e oltre, laggiù verso gli amanti che increduli non sanno smettere di aversi. Credo.

Non che io possa giurarci. Non che io sappia davvero. A parte Timò. La sua mano stretta alla mia.

Tu sai, dissi a Timò. Tu sai che l’amore è alla fine di tutto. È l’amore alla fine di tutto.

O del mondo, come si dice, il mondo, qualunque cosa sia, il mondo. Una faccenda umana.

Lo pensi anche tu.

Sì, lo pensi anche tu.

(continua)

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