VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 26

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La controra

A volte, tornavamo in piazza. Una lastra di cemento. Il sole picchiava. La piazza era deserta. C’erano soltanto i tossici all’angolo dell’isolato che aspettavano il tipo con la roba. Brown sugar. Era la migliore.

Era una stazione di confine. I tossici vigilavano. Chi aveva ancora le palpebre sollevate, era ancora di questa terra, sorvegliava tutto intorno, si temevano le retate. O lo sbirro della speciale, quello che chiamavamo “il pakistano”, come il “fumo pakistano”. Era celebre per le sberle, ne avevamo paura.

Il mio amore scarno aveva le vene rovinate. Non sapeva dove farsi. Farsi, cioè infilarsi una spada di ero. Il suo pallore era grigio, il grigiore della morte precoce che lo sovrastava. Lo vedevo già morto. Il sentore che trasuda da un corpo immarcito, o era il riverbero esangue, ad avvertirmi.

Il sole era impaziente. Un sole estivo, che brucia nella rupe o nel mare che gorgoglia nel blu di Persia. Il sole estivo picchiava al centro della piazza, una prospettiva atona, la polvere tra le dita, nei capelli, esalava dall’asfalto, simile alla polvere di un mortaretto.

Monica indossava i vestiti della sera, anche a mezzogiorno, in piazza, nel bel mezzo del nulla. Si faceva le piste di cocaina sul dorso della mano. Era veloce. Tirava su col naso e poi guardava diritta lontano, un puntino minuscolo, l’orizzonte della sua acredine. Tutta motivata. Oh, certo.

Erano peonie sul davanzale. O era l’ombra dell’upupa volare sul carrubo. O era l’idea di una madre sgualdrina.

Del pederasta che l’accompagnava.

Così tirava su col naso la pista di cocaina sul dorso della mano.

Le altre erano di solito imbambolate dai Martini, già alle dieci del mattino. Non eravamo più le ragazze, termine teoretico con cui accendere falò.

Ragazze.

Vestivamo come puttanelle. Scarpe altezzose, una vetrina utile ad adescare il medesimo idiota disposto a mantenerci una sera.

Alle dieci del mattino o con il sole di mezzogiorno, in piazza, c’eravamo solo noi, desolate, su tacchi sottili, le minigonne strizzate in vita. Gambe lunghissime e magre. Emaciate, sacrificate sull’altare sbagliato.

Odiavo l’alcol, evitavo le sbronze, quando era possibile. In certe feste free era un delirio alcolico che alla fine ci riduceva carponi, indegne. Ecco, questo paesaggio indecoroso non mi piaceva, perciò odiavo l’alcol.

Eppure, dovevamo bruciare di qualcosa, per eliminare l’ingombra presenza di un fattore terzo: chiamato consapevolezza. I sentimentali la dicono: sensibilità, concetto ameno di sé.

E degli altri.

Degli altri non ci fregava un accidenti. All’incirca del tossico che crepava in overdose ci importava appena, giusto per capire da quale rione provenisse o se avesse casomai frequentato la scuola del Piccolo Bronx.

Il mio amore muliebre non sembra più Rupert Everett, elegante, i capelli bruni e lucidi, ossuto, diafano, l’ascot di seta al collo. Era affaticato. La roba lo aveva divorato piano piano.

Incurvato sulle spalle, l’ultima vertebra aguzza, non si esprimeva che a monosillabi. La lingua impastata. Era l’eroina.

Ma durava molto poco quella tregua, spesso tremava, gesticolava con compulsività. Era sempre a rota.

La tregua non era nemmeno un intervallo. La tregua era rigida, in stato di allerta, durava al massimo un paio di ore. Poi tornava l’angoscia, la frenesia, sbattersi, trovare i soldi, tre carte da dieci. Il tipo. Le rogne.

Gli sbirri.

Il mio amore muliebre mi sedeva accanto, sotto i portici, in piazza. O sotto il sole di mezzogiorno in estate, fremeva accanto al mio esile corpo, che non avrebbe ricevuto le sue carezze. Ero il pilastro a cui poggiarsi. Lo ero per questo amore muliebre. Sarebbe morto.

Ed era una vera liberazione. Lo sarebbe stata. Libero dalla scimmia. Le sue vene finalmente immacolate. Vestito di bianco, risplendente, la carne tenera, le vene fulgide, intatte, come tragitti fluviali, sotterranei e verdastri.

In piazza, c’era un tale con il volto deturpato, sembravano cicatrici da vaiolo.

Era giallo, il fegato di un eroinomane va in pappa. Come quello di uno che beve.

D’improvviso mi accusano di complicità tutti gli incubi ricevuti nel nome di un destino, un po’ profetici, o irresoluti, frame di scene viste da qualche parte, nella mia testa dopo aver letto il diario Christiane Felscherinow. Lei in una vasca da bagno, con un muffin di cioccolato in una mano. L’acqua debordare. La sacca sul pavimento, la siringa, il laccio, la stagnola. Polvere marrone.

Era vecchissima. Una riscattata dal vizio. Non muore. Muore per sempre.

Christiane con le ombre rossastre sotto gli occhi, in una Berlino cinerea, piovosa. L’esaltazione priva di una mistica.

Non è un’esaltazione, è l’immane capitolazione.

È terribile.

Gli incubi mi assalgono. Sono l’onda furiosa, la controra che mi coglie in un sonno disperato.

Quanti anni ho?

Hai 17 anni.

Indossi una gonna stretta in vita, molto corta. Scarpe da donna, rosso carminio. I tuoi capelli sono lunghi, bruni, ondulati. Accanto a te fumano le rovine di una stagione, per intero, passato presente futuro. La giovinezza.

Sei il cardellino che ha smesso di frignare.

Eppure era un canto.

È diventato un lamento.

Monica guardava il punto minuscolo, l’orizzonte della sua acredine. Un rivolo di sangue scivola dalle narici. Lo pulisce con il palmo.

Lo sguardo dilatato è impresso dentro l’oscuro girone.

Passa quel tizio, un vero sodomita, lo chiami con sfrontatezza: hei, dammi da fumare.

Il tipo, il vero sodomita, ti offre la Marlboro, ti fa accendere. Guarda dentro la tua scollatura. Ridi. Le ossa sporgono con insolenza, a ricordare quanto poco dimori in te la condiscendenza. O persino il perdono.

Sei un porco, gli sussurri. E vai.

Ricordi cosa dicevano di voi, delle ragazze?

Eravate bellissime. Dicevano, le più belle.

(continua)

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