VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 3

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Veronica Tomassini

Le ragazze hanno un metodo, lo usano per distinguersi. Sono ceppi caduti, “ceppi caduti” è una visione persino estatica, a leggere Cristina Campo. Le ragazze non leggevano, non conoscevano la poesia, piuttosto restituita malamente in luogo della dottrina indotta e coercitiva, era roba da adolescenti ribelli, con una pessima condotta da irregolari, da irreggimentare. La poesia era il tedio, come Manzoni nelle ultime ore di lezione. Metriche odiose, sconosciute, perlopiù. Il mondo era una riproduzione brutale, inapplicabile la levità. L’elevazione, la creatura timorosa e redenta, era casomai un corpo estraneo conficcato barbaramente nell’allure efferato di una piazza. La piazza aveva i suoi abitanti. Malmessi, nella giovinezza, indossavano colpe esibite come trofei, più che altro erano tossici, bastava questo. Era la divisa, farsi di qualcosa. Le ragazze erano libellule forse ma dentro sentieri poco illuminati. Metafore senza prestanza. Lo sprezzante distacco era la pratica delle ragazze, non c’era naturalezza, solo un febbrile concedersi a giornate che finivano come volatili intontiti a sbattere su un muro, ed era la sera, la notte, un crepuscolo di un tempo che non si guadagnava, piuttosto, dissipandolo sconsideratamente, se ne celebrava l’inconsistenza cieca.

Certi pomeriggi il grigio della città si raggrumava sulle cime dei palazzi. La piazza vibrava in orari precisi, con dinamiche altrettanto pertinenti. Alle due del pomeriggio potevi comprare la roba, alle otto di sera, prendere accordi per trascorrere la notte. I pub, le discoteche. L’esaltazione svuotava di empatia ogni relazione – o peggio, la compenetrazione . Cos’era un legame affettivo?

Conoscevo l’errore o la dipendenza di qualcuno. Lo chiamavo amore.

L’amicizia: non saprei.

Eravamo belle e competitive, nascondevamo la propensione alla profondità, al rimpianto, alla sconsolatezza, riparando in risate sciocche, fasulle.

Alle due del pomeriggio a volte il cielo smarriva i colori, i cirri erano gonfi e, mostruosi, replicavano ombre sinistre, figure che agivano flettendosi sugli umani, simili a spire, o a dardi incupiti che poi avrebbero preferito rigettarsi nella nebulosità rapidamente e risentiti.

Sedevo sui gradoni della piazza, guardavo le cime dei palazzi, i cirri, i dardi incupiti.

Le due del pomeriggio.

Era il terrore. Niente mi scuoteva, o forse tutto, bisogna raccontarsi dentro commoventi paradossi, trovereste la materia di un assedio, che allargava il diametro segretamente, sin da allora.

Guardavo di fronte, vestita con crudelissimi abitini da pin up. Guardavo di fronte il mio amore comprare il suo quartino di ero. E poi andare via, in sella alla vespa bianca, dove, sapete, non sono mai salita.

Sotto i portici avvenivano gli scambi. Alle due del pomeriggio, le ragazze dovevano restare a casa, da brave bambine, fare i compiti, frequentare una palestra, lezioni di danza, suonare il piano.

Io non sono mai stata una brava bambina. Eppure lo ero.

In questo paradosso leggete la mia disperazione, il metodico rifiuto, esistenziale, anche. La lezione medesima che la vita mi ha servito, rimpiattato, a scansione puntuale, ferocissima, tutto mi avrebbe tolto, non appena avessi gustato fugacemente la sazietà di un desiderio, minimo, infantile, tutto sommato.

Cosa avrei chiesto di più se non essere amata? Una volta tanto. I visi della piazza erano torvi, alle due del pomeriggio, butterati. L’eroina sfigurava, aveva rovinato la pelle delicata del mio amore diafano. Era bello come Rupert Everett.

Costruivamo un destino, nelle nostre irrecusabili promesse: vivremo, nella forza di un corpo, nell’elenco delle virtù di una stagione, la giovinezza, vivremo vivremo.

E dunque per questo osavamo sfidare l’irrecusabile promessa. Punirci, frequentando la desolazione, sotto la cima di palazzi, ottenebrati da cirri come dardi incupiti.

Ricordo le due del pomeriggio come una prateria, intatta, cimiteriale, finita sotto un canone di inadempienti, una lenta funeraria elegia di inadempienti.

E mentre mi concentro sulla terra, sulla prateria solcata da blande figure di esistenze trascurabili, mi torna in mente la possibilità di un cielo sgombero e clemente e “cielo” è una parola che uso spesso, che tornerò ad usare spesso, da adulta, nelle intenzioni di un riscatto, consolatorio non potrei giurare.

Il tossico emerge da un trip, ha appena finito di radersi, nella bottega del barbiere che le ragazze perbene non frequentavano, ma era una stazione, come dire l’ultima fermata. Il barbiere sarebbe morto in condizioni di violenza e povertà morale, molti anni dopo.

Il tossico me lo trovo davanti, mi fissa con occhi pestati, infilati nell’erebo della rota. Vomita sui piedi.

Io continuo a fumare guardando più in là, poco più in là.

Credo che fosse ancora inverno, smentito da un mandorlo fiorito lungo la provinciale. Me lo ricorderò un giorno come una specie di sentinella intrepida che avrebbe giustificato parole spese in eccedenza e con disonestà, parole come: bellezza o memoria immacolata.

La mia memoria, oh certo. La mia memoria. Il motivo di una orrifica rivendicazione.

Un giorno sarai felice. Lo sarai? 

(continua)

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Leggi di “Forever”, romanzo in progress di Veronica Tomassini, solo su Satisfiction, anche il capitolo 1 (qui) e il capitolo 2 (qui).