VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 4

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Veronica Tomassini

Le mattine di febbraio sembravano folgori di primavera. Intermittenti piombavano simili a frecce di speranza, in faretre di mestizia. A volte, la piazza era in penombra, malgrado la speranza e il raggio di sole o il mandorlo fiorito anzitempo, lungo il bordo di un giardino, acceso nelle venature di un acero, bassorilievi torniti e sorprendenti che inseguivano radiche avviluppate di magnolie e scettri di ortensie dai fiori blu, debordanti come lampioni afflitti dal davanzale delle case tutto intorno.

Era una penombra dello spirito. La mia. Si consumava dentro patimenti che non sapevano invocare il nome. E così le ragazze, noi, dissipavamo il desiderio dell’intraducibile eseguendo didascalicamente tutti gli errori.

La notte finiva nelle albe del lungomare. Lo guardavamo stordite, bisognose di felicità, una felicità fatua e sconfessata dalla defezione delle nostre vite. La mattina faticavamo in un compito di irreprensibilità. Assentarsi dalle lezioni, non riuscire a promettere molto. La notte era la celebrazione parossistica dell’inumano. Era inumano un modo di stare al mondo, privo di grazia o empatica corrispondenza. Al tavolo dei signori maturi, sedevano le fanciulle. Monica con le sue tette sbattute sulla faccia dell’impassibile vecchio con il quale si accompagnava. Era la sola dimostrazione di esuberanza nel privé di inanità bruciante segrete rivendicazioni.

Ogni volto magmatico e inchiodato nella fissità beota forse sospettava una rilettura migliore di un’abitudine disperata: la sera, il cocktail, la ragazzina sulle ginocchia. Una ruota che consumava, nello spreco inutile di tensioni e viltà, unite insieme, con l’esito meramente basso di produrre nulla, immobilità, tedio.

La notte ci superava, nelle ore perse, ad aspettare. Le ragazze aspettavano.

Io di solito l’amore, che era lui.

Lui era distratto, era sfinito, le ombre sotto gli occhi. Mi guardava davvero?

La palla luminosa, psichedelica, sopra le nostre teste, lanciava strali tali da intercettare profili, figuri eretti e drammatici, lo siamo tutti a un’età, la giovinezza è epica, la giovinezza disastrosa; così lo sorprendevo dentro gli strali a brani, lanciati, rutilanti.

Bevevo Martini come una donna di mondo.

Una donna che aveva navigato molti mari. Nondimeno precipitando negli abissi, colorati eppure, dalle volute trasparenti e virginee.

I signori seduti al tavolo sceglievano le fanciulle. Monica si faceva scopare, le altre rimediavano una congrua via di mezzo, un opportuno compromesso tra farsi scopare e non rifiutare del tutto.

Monica indossava camicie di seta. Vestiva come una donna adulta, adulta al pari dei signori del privé.

E nella nostra concezione del mondo, i signori del privé erano più o meno equiparabili a poveri cornuti. Era un termine, un intercalare che ci piaceva, poveri cornuti.

Andava di moda, esserlo, o farsi scopare. I signori barbogi, magari non erano nemmeno quarantenni, ma noi eravamo freschissime e accattivanti, tenere come giumente da latte precoci, turgide all’occorrenza.

Monica parlava di sua madre, spesso e con disprezzo. “Questo cazzo, mamma!”. Berciava, riferendo di dialoghi tronchi, guastati dalla disattenzione, da una necessaria amoralità e distanza opposta l’una al divario dell’altra. La madre entraineuse.

Inaugurare la carriera della figlia svezzandola al cattivo odore, all’afrore di un uomo cascante, qualunque esso sia.

Teneva i capelli sottili e chiari avvolti sulla nuca, la madre. La figlia era bruna. Aveva ereditato un gene anonimo, senz’altro paterno. Monica non aveva mai conosciuto il padre. A guardarla, il padre doveva essere un bell’uomo, Monica non somigliava per niente alla madre. Le ragazze si compiacevano delle deduzioni, feroci come un pettegolezzo.

La notte finiva con le albe del lungomare. Monica andava via con il vecchio accompagnatore, voltandosi a guardarci con una crudeltà commovente, prossima al pianto, la sua delusione esistenziale strettissima nell’abitacolo della lussuosa automobile, restituiva la sfavillante reprimenda verso se stessi, o quella del vecchio verso un mondo incarognito dalla bellezza altrui, dal vigore, la prestanza, la sconsolatezza fascinosa, altrui, amena; la lussuosa automobile con i sedili rivestiti di pelle, il cruscotto brillante di noce. Un vecchio capace di eccitarsi, ottuso alla guida, verso la meta bislacca della disperazione. Mentre lei andava via, nel lussuoso abitacolo, con il viso-simulacro irrigidito nella crudeltà, nella solitudine che aggrediva tutte più o meno irragionevolmente e lei in special modo, noi estinguevamo il debito con l’oscurità, tornando a casa, deluse e stanche, afflitte come alla fine del tempo fissato e non era nemmeno il nostro. I nostri sonni erano veloci, i sogni si infilavano rapidamente, senza troppo contenuto da decriptare. Le mattine erano già mezzogiorno. Le mattine erano la piazza, gli automi in cerca di anfetamine, di eroina, di roipnol da calarsi come un aperitivo.

Il lungomare era l’azzurro spumeggiante verso l’orizzonte, sopra cui forgiava violacei indugi il sole che pronunciava un sì esitante, non per questo meno atteso. Il gabbiano, laggiù verso le albe. Il sole, un sì esitante.

Le ragazze tornavano a casa. Dormivano come ancelle, la bocca schiusa, un candore tondo tra le gote e la fronte.

La rivelazione tardava a coglierci: il fatto che ogni patimento o gioioso impeto del cuore, o chiamatelo amore, l’amore, sì, costui, sarebbe stato perituro. Finito.

Finito.

Aspettarlo in luogo di parsimoniose speranze, mai convertite in possibilità. L’opportunità era la chance gettata a casaccio sul banco del giocatore, nella bisca menzognera e clandestina.

E sarebbe finito, comunque.

Così l’alba annunciava ancora qualcosa.

(continua)

Leggi anche il capitolo 3, qui.