VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 5

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Le albe alla fine della notte

La piazza era una piana o all’occorrenza l’otre che conteneva molteplici vite. Ma aveva un che di deteriore a renderla plumbea, disarmonica e ostile all’innocenza dovuta a un’età. Mi piace ricordare il tempo con una specie di procedere epico capace di perdonare l’inanità greve di quei giorni. Ed eravamo sempre libellule o luminarie o ancor meglio lucciole, nella vivace successione di consonanti che non inganneranno di gaudio, non ne trovereste: eravamo libellule o luminarie o lucciole nel sentiero misterioso dentro cui affiorava meschina la notte, meschina e umida come i lampioni caduti sulla via o i fari smorzati di una automobile sbilenca. O eravamo insetti che sbattevano pervicaci nell’immensa erma vitrea chiamata prossimità. La prossimità al giogo, non a un mestiere ludico che si chiama giovinezza.

Ripetere nella retorica di ogni rimpianto: giovinezza.

Libellule. Luminarie. Lucciole.

La piazza era una forca. Pendevano dal cappio le varie innocenze. Era un sistema antropologico che si organizzava autonomamente. Risorgeva mille volte. La franante araba fenice produceva imprecisi canoni. La piazza induceva a sbagliare, per questo le ragazze la frequentavano. Le ragazze che rendevano la forma stessa dell’imperdonabilità, fuori rango. Non erano adatte. Non erano adatte a suonare il piano. A indossare deliziose ballerine color ciliegia. A indossare tutù sbuffanti, stoffe candide e montanti come zucchero filato.

Erano il trofeo della suburra. Adesso dovrei parlare di loro. Ero una di loro. Esercitavano la pratica della deprecazione, ingenerarla con straziante orgoglio. Con volontà voluttuosa e tragica.

Così mi innamoravo di un tossico o aspiravo a redigere altarini per un suicida mancato. Un suicida mancato sarà morto comunque anche soltanto perché mi capitava in sorte la peggiore delle iatture, l’ignoranza, la testolina incapace a realizzare pensieri più lunghi di cinque dita della mano stese con cordialità. Un buzzurro con poche speranze di suscitare ragguardevoli stati d’animo. Un buzzurro equiparabile a un rutto.

Era un suicida di impeti altrui, anzi il vero omicida di sussulti salubri, esaltazione del fallimento, inutile a pronunciarlo persino; suicida altrui da tenersi sul tergo, come un tronco marcio e reciso buono a essere bruciato, colpevole tuttavia di un cattivo odore, brace dal cattivo odore, richiamo pestilente per vacuità e idiozie. L’istigazione per altri, avendo mancato sé stesso.

Il mio amore era molto più delicato invece. Si faceva di eroina, come chiunque avessi frequentato in quegli anni. L’eroina era una stella sul petto. La mostrina dei morti viventi.

Non conoscevo che gente pressappoco morta. Biascicante discorsi insulsi, con le dita scure, le braccia deformate. Le vene sollevate o fradice. Le vene di un tossico erano ologrammi dentro cui osservare la stupidità innalzata a virtuosismo.

Esercitarsi nella musica lugubre. Cenere. La musica lugubre era il balbettio di un tossico con un quartino di ero in circolo.

Le ragazze erano così belle, piuttosto. Non era uno spreco? La bellezza, dico. Cosa farsene. Il rancio per busti putrefatti, grondanti mitici stoicismi. Tipo la rota.

Oh, si è fatto la rota.

Era in definitiva la prova del buon soldato, saltare il fosso, inarcare la schiena, gettarsi dentro la sventagliata di un fuoco nemico.

Crepare.

Il rancio per busti putrefatti. La bellezza.

Monica indossava la bellezza dentro abiti Moschino. Era l’unica che poteva permetterseli. Però li meritava. I suoi servigi al vecchio bacucco servivano a qualcosa. Il vecchio bacucco: estensione di quell’epiteto facile, da adolescenti. Non avrà avuto più di cinquant’anni.

Vecchio pederasta.

Però almeno Monica esibiva con merito abiti firmati da Moschino.

Le ragazze andavano al mare, anche se era inverno. Era febbraio. Sedevo sulla prua di un veliero. Ondeggiava. Di chi era? Sembrava lasciato lì dalla notte del mondo. Non aspettava altro che cullarci, nel sole di febbraio. Ed eravamo felici? Sì? Contemplative, felici, contemplative. Per una volta eravamo esatte.

Non eravamo per una volta la somma di tutte le scelte sbagliate.

La raggiera irrorata di presunti indizi di bontà e violacei. Presunti, ma veri.

Dovevo crederci. Non sapevo chiamare per nome la mia solitudine. E le altre? Ci pensavano come ci pensavo io?

Eppure ridevano e allora ridevo anche io e il cielo irrorava preamboli violacei come le albe alla fine della notte.

Gettavo lo sguardo verso l’inedito infinito, il mistero circolare, cerchi dentro cerchi dentro cerchi. Poi notasti il falco, fermo dentro la volta, pronto a precipitare, aizzarsi nel coraggio, lanciarsi con fiducia, fin nel battito di un abisso dalle volute trasparenti e ardite nell’abbraccio, silenziosissime.

Era un giorno di febbraio, forse, e i mandorli erano già fioriti.

(continua)

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Leggi anche il capitolo 4, qui