VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 7

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Forse lui mi amava

Le nuche erano un amalgama, nello sfondo una estesa penombra senza prospettiva. Nel buio, sembravano leghe di metalli imprecisi, erano giovani, adolescenti, come me, strani minerali sbucati dal recesso riottoso del ventre di una terra sconosciuta. Soltanto perché avevo bevuto o qualcuna aveva fumato. Ed erano riflessioni caparbie e confuse. Monica nel privé si limitava a far casino. Saliva sul tavolino con i flûte di champagne. Toglieva la camicia di satin. La sfilava.

Il tavolino reggeva. I bicchieri rotolavano sul pavimento. Il mio tacco aveva frantumato il vetro sottile. Lo avevo schiacciato con cattiveria come se fosse il volto perfetto e imbronciato di Monica che toglieva i vestiti, satin, cachemire, seta. Gli uomini erano ringalluzziti, di colpo, si ergeva – immagino – la loro virilità, simile a un forziere o un vessillo, timorosi di riconvocarlo in possibili ultime udienze. Esser virili con Monica o con una di noi. Meglio con Monica, era più facile.

Era una chiazza scura e vuota, una frattura, era la pista, dentro si agitavano nuche, figuri. Il suono era ossessivo, si avvolgeva nell’identico loop.

Il mio amore aveva lo sguardo infilato dentro assedi. L’amore è un assedio. Gli assedi sono dipendenze.

Un quartino di ero bastava.

Lo vidi, una sera. Gli corsi incontro. Sbattevo dentro il caos di imberbi ubriachi, uomini adulti con l’impellenza di cacciatori o veri predatori. Gli corsi incontro. Mi infilai nel suo gracile petto e lui non ebbe il tempo di reagire. Era stanco. Era fatto.

Eppure io lo amavo. Forse.

Di colpo, sentii l’ebbrezza del suo desiderio. Premeva verso il mio ventre. Mi sarei data a lui, ovunque, lì.

Vuoi?

Chiesi. Così accadde, una sera di molti anni fa, mentre le ombre scendevano sulla noia, sugli altri. Scendevano dentro il ritmo ipnotico e fedele. Così accadde. E il tempo ebbe una buona ragione per rivendicare un’edicola, per conquistarsi un merito più in là.

Possedere una donna. Sentivo queste parole adulte, con un che di laidezza sul finale, lasciato a meditare fino a estinguere il preambolo: essere posseduta. Possedere, possedere. Siamo fatte per ciò.

La nostra profondità innocente: contiene il mondo, contiene la terra.

Forse lui mi amava.

Mentre tutto accadeva, i miei occhi erano una fessura, le luci intermittenti sorprendevano le mie pupille. Era già il piacere che si avvicinava. E gli altri, ombre distratte, concorrevano a rinsaldarlo, accenderlo della fiamma veloce, sempre di più. Bruciava, l’amore, ecco tutto.

L’amore può bruciare e ribaltare le stoltezze, edificando, nell’insensatezza, cattedrali sabbiose, sulla riva di un fiume, tuttavia.

Il deserto piuttosto erano i nostri anni. Il tacco che aveva schiacciato il fine cristallo ora poggiava stretto sulla parete e spingeva la rudezza di una pietra murale, nel buio. Perché si avvicinasse il centro ultimo, il sussulto universale che rovescia le distanze, la caparbia indifferenza in abbandono. L’abbandono con la duplice identità. L’abbandono che corrompe l’altro, unendosi o slegandosi.

Divaricando l’istanza. E intanto Monica lasciava che il suo corpo fosse trancio di carne lanciato agli avventori. E mentre succedeva, potevo desiderare persino la promiscuità con quella giovane donna, la sua morbidezza confusa alla mia, meno generosa.

Avevo la gonna sollevata. Lui era davanti a me. Vedevo Monica andare via. Con le sue poche cose addosso. Una sottana bianca, di raso. Era una donna, sapete.

Andava via con il vecchio ringalluzzito. E bisognava riderci sopra, lo avremmo fatto, l’indomani, insonnolite, fumando una sigaretta di erba, nel bagno della scuola del piccolo Bronx.

“Non sa dove mettere le mani”. Ci raccontava, nel bagno delle ragazze, Monica, nella scuola del piccolo Bronx.

Ma poi lo sa sempre dove mettere le mani, un uomo.

Il mio amore mi aveva tenuta così, la gonna sollevata. Ho abbassato lo sguardo.

Monica raccontava del vecchio che non sapeva dove mettere le mani, prese a baciarla e allora non importa chi o come lo faccia.

A lei piaceva. La guardavo con un desiderio avvilito, combattuto dalla colpa.

Ma avrei potuto amare soltanto lui. Lui che avevo visto la sera prima e mi aveva preso mentre tutto intorno le ombre si univano alle lucine; erano amplessi moltiplicati.

Fu terribile e lezioso.

Gli anelli di fumo rendevano i nostri visi sfumati, privi di quel brillìo timoroso che avevamo perso, era innocenza, perduta, castigata.

Dalle gratelle, si impetrava un mondo riluttante, non il ventre cieco: la cavità di un silenzio misterioso era l’ambizione di talune faccende che si consumavano la notte, adulterate da una riproduzione arbitraria, per pochi coraggiosi e ubriachi di qualcosa. Il mondo era – di giorno – pratico e primordiale, ma di una primordialità senza il mito, dunque abitudinaria, rinsaldata alla cecità di beghe prossime all’ordinarietà, a una praticità anonima. Tutto questo era spaventoso, eppure tutto questo dovevamo chiamarlo: “vita”. Il suono arcano della lingua degli indigeni proveniva dagli anfratti di una ignoranza recalcitrante a ogni indizio di levità.

Sono significati che mi perseguitano, levità o gentilezza, irritrovabili. Il dialetto era un latrato cinereo, o un sibilo di un millenario, rinculcato nella medesima ritrosia.

Aspettavamo la notte per dimenticare l’ingiuria di un suono millenario, come risbucato da un fondaco umido e fangoso, dentro cui geme un’anziana pigolante pregna di memoria orlettata di rosolio e taciute mestizie.

Io volevo morire, a volte. E anche Monica. E le ragazze. Indossavamo abiti corti, laminati e crudeli e bevevamo, fumavano sigarette avvelenate, desideravamo tragicamente, andare altrove, il sopramondo allucinato. Sporgerci oltre il limite, non le gratelle, ma il valico del visionario, lì finire, giacere.

Oppure amare qualcuno. Possedere, esserlo.

O amare lui. Lui non c’era mai.

(continua)

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