VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 8

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La piazza. La roba

Avvinte in un Moncler, le ragazze attraversavano il centro. Il vento di marzo è una specie gioiosa di attesa. Era quel che pensavo. A marzo, nel vento odoroso, dentro il rombo delle automobili, il clangore di motorette, il fumo di sigaretta tra una speranza sottesa a molto e un tegumento del futuro che era sempre eccitante, sempre larghissimo, malgrado la piazza, io pensavo a riconciliazioni drammatiche, rivalse anzi, sgargianti.

Lui tornava da me. Non era mai andato via. Non c’era mai stato. Un giorno mi vide, molti anni dopo, mi vide, con un neonato. E disse: sei bella.

E io lo guardai e meditai: e tu sei vivo.

L’amore finisce. L’amore, sì. La morte sgrana i suoi velocissimi arpeggi affinché tutto si predisponga a tacere, mentre accade che si svelino le infelicità prossime – e lo chiamerò domani – continuo a riflettere sull’amore e a opporlo a qualcosa. L’antinomia che diventa la vocazione della mia vita, franata su un ciglione di cemento.

Era la piazza.

Le ragazze con il Moncler sedevano sul ciglione rugoso, sotto l’arco. Gli amici erano dolorosi mascheroni. Le palpebre gravose. L’eroina era la misura di una tristezza, non proprio crepuscolare, direi dissidente, odiava la noia borghese. Oh, ma quella era la mia antitesi, il vezzo, le letture moraviane, precoci e foriere di fraintendimenti e rivoluzioni lascivie, come ad esempio la mimesi perfetta con l’Andreina letteraria, non era meno castigata di Monica o della madre.

Andreina compiva il reato del sentimento sottomesso al potere della voluttà che si dice: denaro, sesso, mercato che ignoro, ancora oggi. Una pratica misteriosa tutto sommato, non ne riconosco l’applicabilità. L’amore sulfureo osteggia il mio, non lo raggiunge, il tappeto volante, gli infiniti ghirigori, gli intarsi millesimali di una ceramica, la perfezione secondo la poetessa Vittoria, cioè Cristina Campo. La proporzione è tale. I miei amori irraggiungibili con l’ostinazione dell’imprendibilità. Sono magiche affermazioni, valide al momento, mentre fumo per dire, seduta sotto l’arco di una piazza e un tizio – che credo mi conosca – mi fissa solenne e ciancica una richiesta. Ha le maniche di camicia (la camicia è bianca) sollevata. La parentesi serve a staccare il tempo, rendere la pausa un singhiozzo, un tremore, o timore. Il tizio avrà quindici sedici anni? Non lo so. Ha la mia età di allora, di quando sedevo sul ciglione rugoso sotto l’arco di una piazza.

Mi chiede una sigaretta. Agli angoli della bocca si raggrumano saliva e il residuo della roba che sale.

Perché la roba – dicono i tossici – deve salire.

Siede accanto. Ha un fremito che lo percorre. Sento la mestizia del ragazzo seduto al mio fianco, è una uggia che mi trafigge, quante spade lo faranno in seguito? Il seguito non lo incoronerò più futuro. Noi siciliani – ah mi piace la solennità, replicata e fasulla, noi siciliani (quale categoria sarebbe, di grazia?) – dicevo noi siciliani usiamo il passato remoto. Non esiste nel dialetto un verbo coniugato al futuro.

La piazza è una metafora, dentro contiene altre metafore. La piazza come il dialetto, preferiva il passato remoto, un morto strizzato dalla stricnina. Un morto con i denti da latte, un altro po’.

E le gote rosee un tempo vicinissimo, diventate grigiastre, funeree intanto.

L’eroina li faceva sapienti, loquaci, giallognoli.

Il giovane ha gambe lunghe, magre. Trema. La roba è calata, adesso deve farsi, ancora. Se no è il colpo di sciabola ai reni, mi dice.

Lo guardo con distacco, è così vicino al mio viso, sento un odore di strada, un incenso di compassione, spargersi intorno, un monito, una supplica. Ha le efelidi su un naso breve, elegante.

L’aristocrazia di un visetto, cronologico al reato, al fatto che deborda, era un criminale, un piccolo bastardello, un criminale.

Mi racconta della sua vita criminale, il padre è un infame, dice. Vende al mercato del pesce. Lo riempie di botte, per noia, io credo. Tutto muore nella noia, tutto cagiona nell’empietà e nella noia.

La ragione del male governa la volgarità tribale di uomini ruvidi, sprovvisti di pensieri capaci di immaginare arabeschi difficilissimi. Fermi, orizzontali. È una colpa?

Il male è la congiunzione terrifica di un luogo geografico. Il male dimora nello spazio. Non ne sono sicura. Il ragazzo che trema è nato nel quartiere del piccolo Bronx. Allora per deduzione avrebbe moltiplicato l’errore primigenio. Non è detto.

Conoscevo tossici di noia alto-borghese. Tiravano cocaina. Indossavano orologi costosi. Foulard di seta al collo.

Il ragazzo asciuga le lacrime. Mentre racconta dell’infame che lo picchia per la volgarità tribale e per un errore primigenio, piange consumato dall’eroina e dal rimpianto, da un’idea assoluta e antichissima che qualcuno gli ha lasciato impressa, un ricordo remotissimo, il viaggio pre-ancestrale. Cos’era?

Il ragazzo trema e mi guarda, chiede ancora: cosa significa?

Significa che parlo con soluzioni complicate. Parlo troppo. Le parole devono censurarsi, in certi brani dell’esistenza, accompagnati da luoghi dell’esistenza, che io non chiamerò anni, o certe primavere, sapete, non so la giovinezza, no no. Non era niente di tutto questo. Era un cimitero, una latebra infinita, la terra brulla, l’epifania senza un suono glorioso, l’elegia senza il Firmamento a far da contralto. E io usavo parole complicate, dunque il ragazzino fremeva e chiedeva: cosa vuoi dire?

Poi gli presi il braccio. Vidi la pista. Al centro. Due tre fori. La vena sollevata. Il braccio era tenero. Bianco. La pelle trasparente. Era il braccio di un bambino. Lo avrei avvicinato alle labbra e baciato. Lo avrei salvato. O sarei morta di disperazione. Sarei morta.

(continua)

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