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Véronique Ovaldé. Vite imperfette

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C’è qualcosa di commovente e di sfuggente nelle nostre imperfezioni, in ciò che cerchiamo di fare e in ciò che non riusciamo a realizzare. Il destino degli esseri umani è retto dal caso; le persone si incontrano su un cammino individuale costellato di imperfezioni, fallimenti, errori, inciampi e incertezze che ci definiscono. Ogni esistenza, come ci racconta Véronique Ovaldé, con le sue imprevedibilità e i mille incroci che la rendono inevitabilmente partecipe di altre vite, è fatta di piccoli, infinitesimali elementi strutturali di un unico universo. È sul fragile equilibrio dei nostri multiformi gesti capaci di ridefinire, modificare destini che si regge l’intera costruzione narrativa del suo ultimo lavoro, coreografia di voci e pensieri . Abile ad introdurre i suoi lettori in uno spazio comune, in quella parte di un “noi” nel quale trovano posto le inquietudini di individui catapultati nella dura realtà del lavoro, delle scelte fatte o subite, ci racconta tra sapide interlineature ironiche e concitate sequenze di discorsi liberi che fluiscono e si ramificano, i loro gesti eversivi . Comuni desideri di fuga, tensioni, rotture e nostalgie di una dolente umanità in transito tra le maglie della quotidianità. Nel tessuto espressivo del romanzo, costituito da elementi ad incastro, pronti a trovare ciascuno il proprio posto ma anche essere sparpagliati e ricomposti, il piano analitico è parte di una tastiera narrativa composita che subisce un processo di animazione aperta e carica di valenze antropologiche.

In questa dimensione, il registro scritturale di “Vite imperfette” si configura come spazio di libertà in cui vari personaggi prendono corpo e vita conquistando progressivamente una dimensione identificativa nella mente del lettore in un’epifania che segue il libero flusso del pensiero secondo dinamiche di contrasto o di liberazione.

. “Eva Coppa non ha mai voluto diventare agente immobiliare, sebbene sia un mestiere che può essere ricreativo, purché non ci si faccia divorare da diagnosi energetiche e problemi di tubature, potrebbe essere anche un modo di entrare senza effrazione nella vita della gente, le case dicono tanto di noi, capanno di cartone o fortezza circondata da fossati, ignobile bordello di Diogene o ascesi ortodossa, quello che volete, vi aiuterò a trovare la vostra tana, vi aiuterò a accedere alla proprietà, vi aiuterò a sistemare la vostra tomba (a volte si lascia andare a pensieri inadeguati), le piacciono in particolare le donne che vengono in visita da sole e per sé stesse, che pensano che diventare proprietarie cambierà ogni cosa, che cesseranno di essere affittuarie sulle terre degli uomini” […].(pag. 31)

Scrittura come specchio fedele della vita, così imprevedibile e indecifrabile, nei suoi tentativi mancati o riusciti, capaci di ridefinirne continuamente il senso. I suoi personaggi si rincorrono, si sfiorano, si riflettono l’uno nell’altro senza necessariamente convergere, in una tela di destini decentrati sospesi tra desideri, riflessioni e disincanto. Le loro traiettorie si intersecano: ogni vicenda risponde ad un’altra, ogni personaggio vive dentro e fuori le vite altrui, in una rete polifonica di legami sotterranei e casualità significative.

Auguste P. rassicurante ed inoffensivo ma perseguitato da un’atavica sfortuna, beneficia dello statuto della propria insignificanza. La particolare forma assunta dalla sua vita “avrebbe potuto trasformarlo in un essere pieno di incertezze, di superstizioni, di gesti fobici, ma invece no, rimane un ragazzo piuttosto fiducioso, piuttosto placido […].Ha ventotto anni ed è arrivato, pensa, il momento di cambiare direzione di marcia. Il suo incontro con l’agente immobiliare Eva Coppa, un giorno che comincia con una determinazione poco abituale e prosegue con un’insolita fiducia, diventa il segno di una deviazione cruciale che lui e Eva, qualche anno dopo, “si racconteranno tenendosi la mano sul divano a quadri del loro salotto”.

Eva ha una figlia di quindici anni (avuta da un ex marito) che inseguendo l’obiettivo di mascolinizzarsi, preferisce farsi chiamare Bob, iniziando il suo apprendistato nel mondo con l’aggressività di chi cerca il senso della sua infelice esistenza. È stata una bambina i cui genitori sono stati “satelliti che giravano intorno a lei schivandosi a vicenda”. Inseguendo i suoi vorticosi pensieri adolescenziali, il ritmo inquieto e febbrile della scrittura traccia già dai primi racconti traiettorie capaci di scolpire vite tra tensioni emozionali, tenerezza, amari tradimenti,scanzonato umore dialogativo dove emerge a tratti l’agguato di un universo tradito. Infinite vicende, mutamenti, arrivi e partenze , ferite che non guariscono, il cuore tra testa e pancia .

Hermann, bambino messicano -veggente, diventa da adulto un creatore di chimere impagliate, e il signor Shmull che “potrebbe tranquillamente avere 812 anni e sembra” più un albero secco che un essere umano. O anche un fossile di legno.ha l’impazienza dei vecchi. E detesta anche la debolezza e quindi è esasperato anche da se stesso perché i suoi capricciosi canali lacrimali lo colpiscono ancor più delle deficienze della sua vescica.” Il suo studio è un gabinetto delle curiosità sontuosamente inquietante, pieno di strani ed improbabili oggetti. Poi ci sono Jo e Lili, reginette di un quartiere periferico che come in un film neorealista partecipano ad un casting che sarà fatale per la loro amicizia. I vuoti e i pieni si equivalgono, i pensieri vanno e vengono come i rumori del mondo. Tutto si gioca sul dettaglio perché Véronique Ovaldé, con un ineguagliabile senso del realismo, dell’umorismo e della tragedia, crea un puzzle fatto di tanti segmenti di esistenze comuni in cui tutti i pezzi finiscono per incastrarsi, interconnettersi, proprio come la vita, mettendo in discussione il modo con cui ci raccontiamo le storie. Creando legami sotterranei tra queste vicende in una sorta di magiche coincidenze che ci fanno vedere i fatti da diverse prospettive, ci fa esplorare i personaggi con le loro imperfezioni e fragilità nel quotidiano, nel loro confronto con eventi e stati emotivi estremamente comuni: la sfortuna, le difficoltà di lavoro, il tradimento di una promessa. Per “non affondare”, devono imparare ad allontanarsi dai punti ciechi della vita, a certificare il fallimento delle singole utopie con l’umorismo, cercando un senso e una bellezza nelle piccole cose, imparando ad essere pazienti, a dedicarsi al proprio ministero con passione : “[…] La fortuna sta per girare, si dice. Finisce sempre per girare. Pensa che gli piacerebbe che suo figlio si ricordasse di lui come di un uomo all’apice della sua potenza creativa. Allora si dedica anima e corpo alla creazione del dodo perfetto, sceglie le più belle piume di casuario, gli scolpisce un becco da un corno di bufalo, e lo gratifica di due zampe di emù.” […] (pag. 100).

Quasi impercettibilmente l’essere umano si trasforma, diventa una piccola stazione dove treni arrivano e ripartono, seguendo linee invisibili. Con uno stile arguto e corrosivo, che punta sull’arte dell’ellissi e della battuta finale, i racconti della Ovaldé lasciano un’impressione duratura nel lettore che può accedere ad un altrove per ritagliarsi qualche perturbazione onirica in questa tela di destini decentrati, capace di raccontare il disagio umano, il disordine del nostro essere con delicatezza, arguzia, con la complicità del baluginante tratteggio della sua scrittura.

Rossella Nicolò 

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