Una bambina cammina attraverso l’infanzia come dentro una stanza in penombra. Eliška ha nove anni quando il mondo si spacca, e da allora la sua memoria diventa una terra franata, una lingua di ombre che non sa più ricomporsi. Nessuno parla. Nessuno spiega. L’infanzia prosegue come un fiume che ha perso il suo corso. Gli anni passano e la ragazza cresce, eppure qualcosa, nel fondo della sua vita, continua a pulsare. Un nome, un ritaglio di giornale, una porta socchiusa nel passato.
C’è una qualità particolare nella scrittura di Viktorie Hanišová: un buio che non si impone, ma scivola, lento, come una nebbia che conosce la strada meglio dei personaggi che attraversa. In Ricostruzione (Voland 2025, pp.304, € 20,00, traduzione di Letizia Kostner) questo buio diventa struttura, respiro, materia. Le frasi sembrano nascere da una frattura, come se ogni parola fosse scelta con il timore di far crollare ciò che vuole raccontare. È una lingua che sfiora per paura di ferire. Lascia sedimentare. Una lingua fatta di silenzi più che di suoni. Hanišová scrive come se la memoria fosse un territorio instabile. La sua prosa non corre, non trascina: procede per minime vibrazioni, piccoli scarti, minuscoli bagliori che si accendono e subito si ritirano. La pagina diventa una superficie sensibile, un luogo dove l’eco del non detto risuona più forte dei fatti stessi. Le immagini emergono come da dietro un vetro appannato: sagome, contorni, impressioni più che certezze. Ciò che colpisce è la capacità dell’autrice di trasformare la tensione in tessitura linguistica. Non cerca il colpo di scena, non orchestra suspense: la sua tensione è una corrente sotterranea, un lento accumulo di pressione emotiva. Le parole si piegano, si comprimono, si ascoltano tra loro. Ogni pausa è una stanza. Ogni silenzio è un segreto trattenuto troppo a lungo.
Le figure femminili che abitano il romanzo sono presenze inquiete, modellate dalla sottrazione, scolpite nell’ombra. Il loro tormento non è raccontato, ma filtrato nella sintassi, nel ritmo, nella scelta delle immagini. Non sono le donne a guidare la storia; è la storia a farsi carne dentro la loro fragilità linguistica.
Hanišová scrive come chi scava in una pietra friabile, con una cura feroce, sapendo che basta un gesto di troppo per farla crollare. Ed è proprio in questa precarietà, in questa delicatezza spietata, che la sua voce trova la sua forza più alta.
Nancy Citro
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“Vorrei davvero dirle di più, ma ho già raccontato tutto in televisione.”
La donna seduta su una palla di fronte a me poteva avere una cinquantina d’anni. Era alta e minuta. I capelli brizzolati, non tinti, le spiovevano sulle spalle.
Alle orecchie le pendevano grandi orecchini di perline. Non era truccata, eppure aveva un’aria molto affascinante.
“Non la conoscevo affatto, al parco giochi era probabilmente la prima volta che la vedevo, mi è sembrata abbastanza anonima, mi dispiace.”
Si spostò più in là con la palla per raggiungere la teiera. Versò dell’altro tè a entrambe e poi afferrò la tazza con le due mani. Quella donna mi irritava da morire. Pur continuando a sorridere, mi sembrava si ponesse in modo altezzoso.
Trovarla non era stato affatto facile. Mi era venuto in mente che la televisione doveva aver informato del caso di mia madre e mio fratello, ma su internet non ero riuscita a rintracciare nessun servizio che riguardasse l’accaduto. Alla fine mi aveva aiutato Romana, ricordandosi che un tempo al bar riceveva grosse mance da un tizio che si vantava di avere uno studio cinematografico. Dietro mia insistenza lo aveva contattato e quello, grazie alla sua rete, le aveva procurato diversi servizi tv da Nova e Prima.
“Non riesco proprio a crederci” aveva detto al microfono. “Quella signora sembrava normalissima, il ragazzo era così carino, aveva certi occhioni grandi, proprio belli. Poveretto.” Sembrava agitata, come se il fatto l’avesse toccata personalmente. Era imbacuccata in un piumino marrone e si stringeva al mento una sciarpa di maglia spessa, anche se non si gelava. Teneva per mano una bambina di circa cinque anni col cappotto.
Per fortuna uno dei canali aveva fornito il suo nome: Renata Richterová. Era bastato cercarla su Google. Era la direttrice del centro per gestanti Nido Armonia. Romana lo conosceva persino, voleva andarci a fare ginnastica, ma aveva fatto solo due lezioni e poi non c’era più tornata.
“È un vero covo di alternativi. Quelle che non partoriscono in casa e vaccinano i figli le scansano come la peste. Ero forse l’unica del corso a non avere i peli sotto le ascelle!”
Avevo inviato una mail alla signora Richterová e lei mi aveva risposto il giorno stesso. Sulla porta spalancata mi aveva accolto letteralmente a braccia aperte. Le avevo dato la mano e lei mi aveva tirato dentro e accompagnato a fare il giro delle stanze. “Qui pratichiamo yoga, organizziamo circoli femminili, facciamo massaggi per neonati… Questo è l’ambulatorio dove le future mamme incontrano le ostetriche, questa la sala di meditazione, qui c’è la sala rossa per il periodo mestruale…” Mi accompagnava in giro per le stanze, separate da pareti in cartongesso. I miei tacchi ticchettavano sui pannelli OSB levigati e verniciati. Alla fine mi portò nel suo ufficio che però ricordava solo alla lontana una postazione di lavoro. Appesi a una parete c’erano foulard batik, in un angolo della stanza, su un tappeto intrecciato, una scatola con i giocattoli, in mezzo un tavolo con un grande ripiano che veniva evidentemente utilizzato sia per l’ufficio che per il pranzo.
“Sto cercando di ricostruire il loro ultimo giorno. E lei forse è stata l’ultima persona ad averli visti vivi. […]”