Mentre mi appresto a scrivere del romanzo di Montisano ho ancora impressi nelle retine i fotogrammi del complesso residenziale di Hong Kong circondato dal fuoco. Una nube rossa, grande quanto il paese dove abito, si leva nei cieli notturni del distretto di Tai Po insanguinando la notte. Il calcolo delle vittime sale a ogni aggiornamento, senza contare quello dei morti. Guardando quelle immagini, a chilometri di distanza, pare quasi che non ci sarà più nessuna un’alba ad attendere quelle anime, e che la prospettiva di un raggio di sole o un refolo d’aria pulita possa squarciare la barriera di fumo sia quanto di più utopico e inimmaginabile una mente umana possa sperare. È un senso di soffocamento costante, non troppo dissimile a quello che potrebbero costantemente provare i personaggi presenti nella mefistofelica pièce imbastita dall’autore in esame. L’ossigeno è ridotto al minimo, nelle pagine di Vincenzo, così come la redenzione o la misericordia, di speranza, neppure a parlarne. Che si tratti di uno qualsiasi dei membri della famiglia Boll non fa differenza, o di León, Estrella, Leda Mancini, persino Galina, la tanatoesteta ingaggiata dal protagonista in apertura del romanzo per occuparsi della veglia del padre defunto, sembra priva di qualsiasi tratto empatico.
Sono anime che si muovono per compiti e scopi ben precisi, con inerzia, più simili ad automi (o intelligenze artificiali, per restare al passo con i tempi…) e la cosa più ironica è che spesso non lo fanno neppure per un ideale, nemmeno economico, tutt’al più per un nebuloso concetto di potere: «il potere è diventato una rete»: campeggia sulla schiena di una donna decrepita.
«Nel cuore pulsante della macchina infernale che forgia uomini brulicanti, beventi, sudanti e questuanti ricette mediche d’antidolorifici e purghe per rilassare, appena svegli, gli sfinteri. E tutti insieme facevano uno sforzo mica male e senza sosta, impiegati a tamburo battente nelle loro magre esistenze, neanche Ford in persona li avesse assunti nell’altro secolo per lavorare alle sue catene.»
È tutto così “post” in queste centotrenta pagine dalla doppia, tripla, densità narrativa: post-umano, post-capitalista, post-apocalittico… così “post” che la domanda più assillante martellatami in testa fino al termine della lettura non riguardava tanto il destino di Hugo, lo sciagurato protagonista, bensì quello di ***, l’innominabile città in cui si svolgono i fatti. Sì, perché è davvero difficile potersi immaginare un futuro in un mondo dove tutto quanto è già collassato, corrotto, degenerato, ridotto a una mera domanda/offerta carnale/esistenziale dove il corpo non è soltanto ridotto a una merce di scambio (cosa che accade senza troppi sconvolgimenti anche nel nostro quotidiano), ma la sua afflizione è uno spettacolo che non produce più nessuna pulsione nei suoi spettatori.
«Mi imbarazzava che la sua sensibilità le permettesse di comprendere il mio problema e allo stesso tempo di declassarlo ad artificio intellettuale. Mi sentivo commiserato da lei, uno storpio morale.» E dunque, quando l’eccesso diventa la norma, sarà forse l’empatia e la comprensione a sconvolgerci di nuovo?
Per rispondere alla domanda toccherà accompagnare il nostro nei meandri di una metropoli pullulante di amorali che sembra il feto deforme concepito da un amplesso allucinato tra Ballard e Bataille, sotto la supervisione bacchettona di mamma Beckett.
«Ma che cos’è la speranza, se non un’altra fottuta idea? Che meraviglioso inganno, un’idea. Che propulsione verso ciò che mai, in purezza, potrà realizzarsi.»
Hugo Boll è la voce che racconta a noi e a un misterioso interlocutore, Karl: figlio e ultimo esponente di un ceto agiato, afflitto da un vuoto morale e da una rabbia nichilista che si mantiene sotto controllo solo grazie al denaro. Nelle prime pagine Hugo assiste al funerale del padre, affermato neurochirurgo, con un distacco e una ferocia che metterebbero a proprio agio anche il più remissivo Houellebecq. Ma il prologo è solo l’apertura di un sipario che introduce ben poco di ciò che ci potrebbe aspettare, perché da qui in avanti sarà tutta discesa vertiginosa verso un baratro di perdizione e amoralità che porterà la parabola del figlio a realizzarsi nella disfatta dell’eredità e dell’immagine residua del padre («Il costo dell’esistere si calcola sempre sull’inesistenza di qualcun altro»).
Ho pensato più volte a Dostoevskij, specie dopo essermi imbucato con Hugo in quella mansarda che si affaccia sulla mefitica piazza di K., un Village di puttane e tossici in cui anche Raskol’nikov avrebbe trascorso volentieri più di una notte. Per qualche istante ho pensato anche a Dennis Cleg, lo Spider di McGrath, non fosse che quest’ultimo, nei fantasmi familiari ci si smarrisce fino a perdersi completamente, mentre Hugo se ne serve per un riscatto utilitaristico ed egoistico che lo rende più simile ad un commerciale odierno, o un Virgilio in grado di attraversare qualsiasi girone senza restarne prigioniero («Perché con la testa non ho mai scelto altro che l’appiattimento geometrico su forme inesistenti»).
Funzionale è la scelta dell’autore di sfruttare le sue considerevoli doti linguistiche per imbastire una prosa alta, ricercata, che sa distinguersi per eleganza anche quando l’occhio voyeuristico si sposta nelle viscere più profonde: i quadri che ne vengono risultano quindi anestetizzati, desaturati, illuminati da una luce al neon che esalta lividi ed ematomi sui corpi esausti e malati quanto i personaggi delle tele Lucian Freud (non a caso presente nel romanzo, in un quadro di famiglia).
Nella fiera delle atrocità eretta da Montisano spicca anche Íñigo, figura estrema e disturbante, uno dei poli simbolici più forti del romanzo. Un uomo obeso, senza gambe, pelato, con occhi neri «a capocchia di spillo», incapace di muoversi se non strisciando, sempre sudato e affannoso (ogni riferimento a Vladimir Harkonnen è puramente casuale) che fustiga e si compiace delle sue vittime all’interno del Luogo, un hangar dove si muovono corpi mutilati, indecifrabili, quasi post-umani («Quale sadica universalità, l’esistenza»).
Ecco, lui, più di tutti forse, incarna simbolicamente l’anima del romanzo.
«Sono terrorizzata dalla libertà, io», dice Estrella. Alzi la mano chi vuole accodarsi a lei.
A fine slavina, resta dunque la domanda: cosa resta dopo il male?
Se nulla può opporsi a una società ridotta al collasso, se non c’è più speranza per un pianeta bonificato da ogni linfa vitale, se anche l’ultimo animo umano è prosciugato di ogni sentimento, saremo costretti a trascinare quello che resta dei nostri corpi come l’informe Íñigo verso la fine dei giorni?
Montisano ha la sua visione, un occhio fin troppo lucido, che può spaventare ma di certo ripaga del viaggio perché non promette nessuna redenzione, soltanto infinite, ammalianti, trasformazioni.
Stefano Bonazzi
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Inaugura stanotte il secolo del bene
Vincenzo Montisano
Wojtek
16,00 euro — 133 pagine