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Vincenzo Susca anteprima. Bello da morire. L’arte e il pubblico dal kitsch al wow

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L’individuo moderno, “padrone e possessore della natura”, cede il passo a un soggetto spaesato, post-umano, in transizione, sottomesso a forze – la tecnica, la natura, il capitale – che non sa e forse non vuole più dominare”.

La critica dell’umanità che mette in scena la sua Apocalisse. L’estinzione come l’ultima onesta e disperata forma d’arte rimasta.

È in libreria Bello da morire. L’arte e il pubblico dal kitsch al wow di Vincenzo Susca (Mimesis Edizioni 2026, pp. 250, € 20,00).

Un libro che mette davanti al lettore la realtà guardata da una prospettiva artistica e culturale. Che mostra la fuga dell’arte dai musei per disperdersi e rarefarsi nelle forme infinite, tecnologiche o meno, della vita moderna:

Siamo diventati opere: opere transitorie, remixabili e iper-connesse. Allo stesso tempo, diveniamo i loro creatori. Creatori e creature di una danza inquieta tra schermi e strade, tra codice e corpo, tra la nostalgia di un’anima svanita, credenze sintetiche e l’ebbrezza della superficie”.

In un mondo perfetto e iper-controllato inizia a muoversi una crepa. È l’artista che non sa tacere e che per primo avverte il terremoto del nulla. Un artista che si muove dal basso e che condivide con il popolo il senso dell’essenziale:

È un’arte di vivere che proviene dall’inferiorità, dallo scarto, dal sangue, dalla ferita. Arte della commozione, nel senso letterale di muoversi insieme. Ogni traccia, ogni frammento estetico sprigionato in tale dinamica non cerca salvezza, ma vibrazione, contatto, sottovivenza diffusa”.

In un mondo che fagocita ogni forma di condivisione sociale che non sia oggetto di convenzione semplice e banalizzante e che riduce tutto a un like:

Dal Diciannovesimo secolo fino al presente, è la bellezza di panorami ottici e manichini, filtri ed emoji, animali impagliati e automi, like e trend, tableaux vivants e meme, unicorni compresi. A mo’ di quella che rischiara i passage e innerva la nostra cultura, è una bellezza a gas, elettrica, elettronica e infine digitale – dalla quale il soggetto è sedotto e alterato per sempre. Vi accede come individuo, ne esce altro da sé: non più donna né uomo, già postumano. Entra. E non torna più indietro. This is the end Beautiful friend”.

L’arte della fine in cui l’uomo rinuncia a sé stesso per trasformarsi in monumento collettivo:

Non dispensa alcuna salvezza, ma dannazione e dissipazione, in un crescendo conturbante e tossico di alterazioni, performance esorbitanti e piaceri estremi. La perdita dell’io nel momento della sua massima esaltazione. Il divenire-opera del pubblico. Divenire arte del mondo”.

Una fine, una metamorfosi, l’immagine lucida di quello che pochi vedono e nessuno racconta. In un tempo in cui l’estetica è esclusiva dei saloni di bellezza.

Carlo Tortarolo

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C’è un modo privilegiato per comprendere il presente: riavvolgere il nastro della storia. Guardare indietro, non per nostalgia, ma per cogliere il punto esatto in cui ciò che viviamo ha cominciato a formarsi. L’immaginario contemporaneo – e le immagini che vi pullulano – non sorge da un colpo di scena, ma da una lenta esplosione, un accumulo di tensioni, fratture e contaminazioni. Nell’epoca attuale, attraversata da mutazioni convulse e crisi incrociate, la storia non è più una sequenza lineare, bensì un incidente in corso. Processi eterogenei e apparentemente contraddittori – la mediatizzazione dell’esistenza, la democratizzazione dell’arte, la spettacolarizzazione della cultura – si sovrappongono, si fondono, fino a collidere. Ne consegue uno shock generalizzato che si manifesta, da un lato, nel tripudio visivo dell’Ottocento e del Novecento – una sorta di esplosione dell’immaginario, come prospettato da Gilbert Durand – e dall’altro, in quella che oggi possiamo descrivere, con le parole di Fabio La Rocca, come una “epidemia visuale”.

Rinunciamo da subito alla suspense per entrare nel vivo della scena investigata nelle pagine a venire: il campo magnetico, la tensione, tra l’arte e il pubblico dal Diciannovesimo secolo ai giorni nostri. Questo libro si sviluppa attorno a una tesi semplice ma densa di conseguenze per il nostro tempo: che le vertigini e gli abissi del bello, così come oggi li esperiamo, siano plasmati in modo profondo e trasversale – dal passato al presente, dalla Monaco di Baviera del “Re Pazzo” Ludovico II a Twitch passando per Disneyland, Dubai, il Metaverso, il Berghain e il Louvre – secondo le forme del kitsch. La tecnica, la comunicazione e l’arte, tre vettori cruciali della cultura contemporanea, si intrecciano nel segno di un’estetizzazione generalizzata, in cui la bellezza non è più dominio esclusivo delle istituzioni artistiche, ma uno stato diffuso, atmosferico – secondo Yves Michaud, “gassoso”– che abita le strade, le reti, i corpi e, sempre di più, i margini e gli scarti della cultura egemonica, i resti provenienti dalle periferie, dall’anomia, dalla devianza, informando ciò che Claudia Attimonelli nomina “L’estetica del malessere”.

Il bello ha smesso di essere raro: è diventato ubiquo, quotidiano, replicabile, consumabile, modificabile. Per questo, induce al contempo ebbrezza e precarietà, eccitazione e disagio, in una sorta di gioia tragica.

Qual è, allora, la condizione umana in un tempo in cui il dominio delle immagini, dei media, degli algoritmi e degli oggetti sembra sovrastare quello dei soggetti? Come interpretare la proliferazione di reel, meme, filtri, avatar, story, con la loro crescente capacità di catturare emozioni, attenzione e desiderio? Che ruolo ha oggi l’arte, e soprattutto che cosa resta del suo pubblico, laddove la distinzione tra spettatori e creatori si assottiglia fino a dissolversi? Cosa ne è di autrici e poeti, scrittrici e musicisti, illustratrici e registi allorché le intelligenze artificiali generative interferiscono nei processi creativi rosicchiando progressivamente compiti precedentemente riservati loro?

Il saggio tra le vostre mani, sulla base di ricerche, studi e riflessioni che percorrono la sociologia dell’immaginario, la mediologia, l’estetica e la filosofia, prende posizione su tali questioni cercando di addentrarsi nei territori ibridi in cui si gioca il senso del nostro presente estetizzato. Non per rifiutarli o idealizzarli, ma per interrogarli dall’interno, con uno sguardo che riconosce nel kitsch non un mero accidente del gusto, ma un codice profondo della sensibilità contemporanea, in grado di rivolgersi tanto al sublime quanto al grottesco, di combinare desiderio di bellezza e bisogno di appartenenza, nostalgia e glitch.

Lungi dall’essere un vezzo estetico o un’anomalia marginale, il kitsch si configura – dai salotti borghesi di metà Ottocento ai prompt di ChatGPT, Dall-E e Midjourney, passando per i grandi magazzini e arrivando fino ai Non Fungible Token – come un atteggiamento simbolico e psicologico nel cuore della produzione, della comunicazione e delle identificazioni multiple che puntellano il nostro tempo. È il filtro con cui milioni di persone, spesso inconsapevolmente, trasformano il proprio vissuto in un racconto permanente, tra la rappresentazione e il consumo del soggetto. Si tratta dello sfondo

emotivo e percettivo che consente di mettere in scena se stessi nel teatro quotidiano e senza pareti delle reti sociali, degli spazi urbani e delle piattaforme digitali. Nell’epoca dell’interconnessione perpetua, l’estetica non è più un comparto separato dell’esperienza, ma una potenza pervasiva – una forza materiale – che struttura la realtà, la rende visibile, desiderabile e persino alienabile, in un’ovazione di wow.

Così, se il kitsch è l’omicidio dell’arte, tentato e mai completamente consumato, in nome della bellezza spettacolare del quotidiano, inscenato in un’atmosfera giocosa, ironica, sensuale e festiva, per congedare l’eterno in ossequio all’effimero, il wow è il suo apogeo ebbro, la sua apoteosi porno, il suo delirio estetico.

Una golden shower sull’arte.

Il matrimonio tra Jeff Koons e Cicciolina.

La banana di Cattelan venduta per centomila dollari e subito divorata da un performer affamato.

L’opera di Banksy che, autodistruggendosi all’asta, raddoppia il proprio valore.

Un esercito di Labubu travestiti da principesse Disney all’assalto delle vetrine globali.

In una sudorazione generalizzata, l’onda del “wow” sommerge tutto. Annulla ogni distanza critica tra le opere e il pubblico, il corpo e il paesaggio, il mezzo e il messaggio. Induce uno stato di beata demenza lasciandoci senza parole, a bocca aperta, stupefatti.

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© 2026 – MIM EDIZIONI SRL

Foto di Marilia Farias

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