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Virginia e Leonard Woolf anteprima. Due racconti

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Due racconti” di Virginia e Leonard Woolf (Oligo Editore, 2025 pp. 68 € 13.00) nella traduzione e cura di Sara Grosoli esce, per la prima volta in italiano, nelle librerie il 28 novembre. Il libro contiene i racconti “Tre ebrei” di Leonard Woolf e “Il segno sul muro” di Virginia Woolf: due sapienti testimonianze letterarie che confermano la congiuntura di una complicità intellettuale e la raffinata visione del mondo, espongono l’intensa efficacia dell’attività editoriale, innovatrice nella creazione della casa editrice Hogarth Press, promotrice di cultura nella sperimentazione del modernismo. I due testi affrontano le tematiche profonde e frammentarie dell’esistenza umana, l’intreccio insondabile dei conflitti, ospitano la voce inquieta ed eloquente delle esperienze morali, influenzate da una percezione individuale in crisi e in contrasto con la società. Rappresentano la tensione descrittiva lungo l’alienato margine dell’identità etica e sociale, spiegano la venatura soggettiva dell’umanità e i dettagli espressivi della conoscenza, rispecchiano il presentimento di una nuova struttura narrativa, capace di afferrare e capire l’analisi e il ruolo della modernità. In particolare il primo racconto di Leonard “Tre ebrei” riassume la caratteristica letteraria del monologo interiore, sostenuto dalle libere e fluide associazioni di pensieri e di sensazioni, offre un ritratto emozionante in corrispondenza di una psicologia dei personaggi che concentra il disagio e la malinconia degli eventi quotidiani attraverso l’indagine della psiche e dei suoi retaggi di incomunicabilità. Restituisce, nell’osservazione reale e veritiera tra appartenenza ed esclusione, il carattere di un’epoca, include l’ironia della critica negativa nei confronti della società britannica, in favore della comunità ebraica. Il racconto di Virginia “Il segno sul muro” include lo sguardo proiettato sulla realtà, filtrata attraverso la spirale di un dettaglio apparentemente insignificante, interroga l’inconsistenza del pretesto per avviare un silenzioso e suggestivo itinerario del pensiero nel flusso di coscienza. Invita i lettori a esplorare le trame sconosciute della mente e le andature sospese dell’anima, estende la pulsione artistica della scrittura combinando l’intimità di una osservazione domestica all’impressione dell’invisibile e dell’indefinibile, verso la ricerca cognitiva della sostanza, del tempo e dell’intenzione meditativa. Avvolge un groviglio evocativo di congetture e impronte impulsive, esprime, nell’involucro dialettico dell’elaborazione immaginativa, la sua fragilità di donna autentica, sincera e istintiva. Il libro rende omaggio alla generosa relazione emotiva, presenta due punti di vista e due vite parallele nelle loro interazioni letterarie, in comunione con un progetto comune esposto nel sostegno e nella comprensione di un sentire vibrante. Raccoglie l’eredità significativa di un impegno che ripercorre la dimensione della memoria, la risposta in prima persona di fronte alle difficoltà di comunicazione, il conforto indispensabile alla vulnerabilità, nell’intreccio inarrestabile delle conversazioni e nell’incrinatura dell’incomprensione, sorregge il riscontro riflessivo nello studio di un codice privato al femminile e al maschile in cui lo spirito irrequieto diffonde, sulla soglia di una solitudine tormentata, una visione d’insieme, disinvolta e indipendente. Illustra, da ogni accenno testuale non convenzionale, il luogo d’elezione della letteratura, rivelatrice del fascino segreto delle parole e della loro poetica illuminante.

Rita Bompadre

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Ma a una vita nell’aldilà non ci credo. Non c’è bisogno di credere a tutto ora: era diverso quando ero giovane. Dovevi credere a tutto allora; dovevi credere a tutto quello che ti dicevano alla Schul. Ora puoi pensare con la tua testa. E badi bene, non serve pensare troppo: se si pensa troppo a quelle cose, si diventa matti, matti furiosi. Quello che voglio dire è, conduci una vita pura e onesta qui e riceverai la tua ricompensa qui.

L’ho visto nel mio caso: non ho sempre fatto un lavoro simile.

Una volta avevo un’attività, le cose andarono male sebbene non per colpa mia e persi tutto, tutto venduto tranne un vecchio letto di legno. Ah, quelli erano tempi duri, glielo dico io! Poi mi è stato offerto questo lavoro, non è un granché, ma ho pensato tra me e me: be’, ci sarà una casa confortevole per mia moglie e i miei due figli finché avrò vita. Ho cercato di vivere una vita pura e ora vedrò tempi migliori, no?»

Pensai a mia moglie e ai miei figli senza madre: la mia tristezza aumentò. E pensai alla nostra razza, alle sue tradizioni e alla sua fede, a come stanno svanendo nella vita che ci circonda. Il vecchio spirito, la vecchia fede, si erano mantenuti in vita caldi e vigorosi ‒ per quanti secoli? ‒ quando ci sputavano addosso, quando eravamo emarginati. Ma ora sono freddi e deboli, stanno svanendo nell’incredulità generale.

Guardai l’uomo all’ombra della sporca nebbia gialla di Londra e delle squallide case gialle di Londra. “Quest’uomo”, pensai tra me e me “un semplice custode di tombe, ne è colpito tanto quanto me. Non è un ebreo ora più di quanto non lo sia io. Siamo ebrei solo esternamente ora, nei nostri capelli neri e nei nostri grandi nasi, nel modo in cui stiamo in piedi e nel modo in cui camminiamo. Ma dentro di noi non siamo più ebrei. Nemmeno lui crede, il custode delle tombe ebraiche! Il vecchio spirito, l’antica fede non c’è più in lui”.

Mi sbagliavo; ora lo so e le dirò come sono arrivato a capirlo. Lo spirito è ancora lì tutto intatto; sbuca fuori sotto i fiori di melo, eh? Ed è sbucato fuori anche tra le tombe. La volta successiva che vidi quell’uomo fu un altro giorno di novembre, un giorno inglese, un giorno londinese. Oh, Signore, il suo naso spiccava bianchissimo e florido sotto le case diritte e i comignoli e il pesante cielo malinconicoe gocciolante.

(tratto da “Tre ebrei” Leonard Woolf)

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Forse fu a metà di gennaio di quest’anno che per la prima volta alzai lo sguardo e vidi il segno sul muro. Per fissare una data è necessario ricordare cosa si è visto. Quindi ora penso al fuoco; al regolare velo di luce gialla sulla pagina del mio libro; ai tre crisantemi nella ciotola di vetro rotonda sulla mensola del caminetto. Sì, doveva essere inverno, e noi avevamo appena finito di prendere il nostro tè, perché ricordo che stavo fumando una sigaretta quando alzai lo sguardo e vidi il segno sul muro per la prima volta.

Guardai attraverso il fumo della mia sigaretta e posai lo sguardo per un momento sui carboni ardenti: mi venne in mente quella vecchia fantasia della bandiera cremisi sventolante dalla torre del ca- stello, e pensai alla cavalcata di cavalieri rossi galoppanti lungo il fianco della rupe nera. Con mio discreto sollievo la vista del segno interruppe la fantasia, perché è una vecchia fantasia, una fantasia automatica, creata forse durante la mia infanzia. Il segno era una piccola macchia rotonda, nera sulla parete bianca, circa una quindicina di centimetri sopra la mensola del camino.

Con quanta facilità i nostri pensieri sciamano intorno a un nuovo oggetto, sollevandolo un poco, come formiche che trasportano così freneticamente uno stelo di paglia per poi abbandonarlo… Se quel segno è stato lasciato da un chiodo, non può essere stato fatto per un quadro, dev’essere stato per una miniatura: la miniatura di una signora dai riccioli bianchi incipriati, dalle guance coperte di cipria e dalle labbra simili a garofani rossi. Un falso, ovviamente, perché le persone che possedevano questa casa prima di noi avrebbero scelto i quadri secondo quel sistema, un vecchio quadro per una vecchia stanza. Erano persone di questo genere: gente molto interessante, e penso a loro così spesso, in posti talmente bizzarri, perché non li si rivedrà mai più, non si saprà mai cosa è successo dopo.

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