Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Vittorio Feltri con Alessandro Gnocchi anteprima. Il direttore rompiscatole. Storie della mia vita

Home / Anteprime / Vittorio Feltri con Alessandro Gnocchi anteprima. Il direttore rompiscatole. Storie della mia vita

Se scrivi quello che pensano tutti, sei inutile. Il giornale deve essere un pugno nello stomaco, non una carezza sul viso. Ma gli editori oggi hanno troppi interessi collaterali: banche, assicurazioni, appalti. Come vuoi che siano liberi? L’unico editore libero è quello che vive solo di copie vendute. E quelli sono quasi tutti estinti”.

È in libreria Il direttore rompiscatole Storie della mia vita di Vittorio Feltri con Alessandro Gnocchi (Foglio Edizioni 2026, pp. 192, € 18,00).

È la storia professionale di Vittorio Feltri, dagli inizi all’ “Eco di Bergamo” fino al rapporto con Nino Nutrizio che alla “Notte” gli insegna il mestiere e che poi, senza dirglielo, lo raccomanderà per “Il Corriere della sera” ad Angelo Rizzoli dicendo: “Quelli bravi sono andati via tutti. Me ne è rimasto uno strambo che si chiama Vittorio Feltri”.

Al “Corriere” Feltri fa il passaggio alla cronaca politica grazie a un consiglio di Walter Tobagi a Piero Ottone.

Tra gli episodi spicca il rapporto di amicizia con Montanelli e i suoi insegnamenti:

Montanelli sosteneva che un buon fondo sviluppava una sola idea. Se si parlava dell’Italia: “Ricordati di insinuare che è un paese di merda”. Se si parlava di una persona: “Arriva alla conclusione che è una testa di cazzo””.

E fu proprio Montanelli a consigliarlo di accettare la direzione dell’”Europeo” dove inaugurerà una carriera fortunata:

L’Europeo” è un malato terminale, questo disse. Se riesci a resuscitarlo e a tenerlo in vita, avrai compiuto un miracolo. Se poi dovesse morire, nessuno potrà prendersela con te”.

E in quell’avventura Feltri dimostrerà quel “senso dell’essenziale” che gli consente di sintonizzarsi col lettore: “Non c’è un segreto. Cerco di intuire che aria tira. Il titolo d’apertura, soprattutto nei quotidiani, deve essere fondato su un fatto ma deve avere una sfumatura ironica, i lettori meritano di non annoiarsi troppo. Un titolo può essere anche provocatorio, ma comunque deve far sorridere”

La struttura del racconto alterna il dialogo con Alessandro Gnocchi ad articoli di giornale come quello sul caso di Garlasco o sul caso Tortora e a inchieste come quella degli immobili in comodato ai politici.

Dal dialogo emerge la tempra di un direttore duro con la magistratura vista come “un potere assoluto e, per questo, pericoloso” e con le femministe che “lottano contro le desinenze”.

C’è una critica al movimento woke e ai suoi principi che cancellano il passato per uccidere il pensiero. E l’ironia con cui Feltri si definisce “razzista verso i cretini”.

Non manca un po’ di insofferenza verso l’Ordine dei Giornalisti:

Ho preso la tessera, gliel’ho ridata e ho detto: “Tenetevi questo pezzo di plastica”. Poi sono tornato solo perché la legge mi obbliga ad averla per firmare come direttore, ma per me quell’ente ha lo stesso valore di un club di collezionisti di francobolli. L’Ordine è la sola istituzione che punisce chi fa il suo mestiere bene e premia chi non lo fa affatto”.

Feltri ci regala un lavoro interessante anche per la storia e per la teoria del giornalismo. Così come Longanesi era di Bagnacavallo e Montanelli doveva tutto a Fucecchio, Feltri rimane ancora oggi un bergamasco a Milano.

E l’insegnamento che si può trarre da Il direttore rompiscatole è che, per rendere una notizia interessante e raccontarla senza annoiare, serve una voce. Ma per averla ci vuole il carattere, che si forma con il lavoro, con l’indipendenza dal giudizio degli altri e con radici solide che non ci fanno addomesticare.

Carlo Tortarolo

#

Veniamo a una vicenda che ha sconvolto l’Italia, che è accaduta più di quarant’anni fa e che conserva i suoi strascichi ancora oggi. Mi racconti il caso Tortora?

Un giorno, il 17 giugno 1983, l’Italia si sveglia con la notizia che Enzo Tortora, il popolare conduttore di Portobello, è stato arrestato. Girano subito le foto di Tortora in manette trascinato in carcere dalle forze dell’ordine. Secondo la procura di Napoli, Tortora sarebbe uno spacciatore al soldo della camorra. Il suo compito sarebbe rifornire i numerosi tossici che popolano gli studi televisivi. Tortora? Camorrista? Spacciatore? Sembra uno scherzo, eppure non lo è. All’epoca ero al “Corriere”. Ho seguito il processo a Napoli. E feci il mio modesto lavoro di cronista che non penzolava dalle labbra degli inquirenti, anzi degli inquisitori. Di notte leggevo le carte processuali. I miei colleghi invece giocavano a poker. Mi trovai a essere testimone angosciato di un’innocenza lampante, dimostrata proprio dall’assurdità delle prove che avrebbero dovuto inchiodare l’imputato. Faccio un esempio. I pubblici ministeri scovarono sull’agenda di un camorrista (tale Giuseppe Puca) il nome Tortora seguito da un numero di telefono. Mi dissi: provo a chiamare. Dalla ca mera di hotel afferrai così la cornetta e composi il numero: mi rispose sgraziatamente e minacciosamente un tale “Tortona”, napoletano. Mi stramaledisse, non era il fottutissimo Enzo. Erano così predisposti a incastrare Tortora, che interpretarono, a comodo loro e delle loro tesi scombinate, la grafia di Puca. Non avevano trovato opportuno chiamare il numero indicato. Lo ritenevano evidentemente un atto superfluo, una perdita di tempo. Capii due cose: Tortora era una vittima innocente e io avevo tra le mani uno scoop clamoroso. In silenzio continuai a leggere le carte. Trovai un altro fatto che scagionava Tortora: un pentito disse di aver regalato al conduttore televisivo una scatola zeppa di cocaina. La consegna, era scritto nelle carte, era avvenuta il 5 maggio di un anno che non ricordo. Fatto sta che controllai. Non ci volle molto. Il pentito, in quella data, era chiuso nel carcere di massima sicurezza di Campobasso. Poi c’era la questione dei pentiti. Comunicavano tra loro, anche da un carcere all’altro. Nessuno aveva verificato, nelle stanze dei giudici o della polizia giudiziaria, le circostanze che demolivano l’accusa e documentavano il pregiudizio di colpevolezza. In primo grado, il tribunale seppellì Tortora con una condanna a dieci anni di carcere. Ricordo lo sbiancare del volto di Raffaele della Valle, l’avvocato di Tortora, quando si udì la parola “Condanna!”. Stupore assoluto anche nel sottoscritto. Ma non è questo lo scampolo di memoria più amaro: la proclamazione della sentenza suscitò mugugni di soddisfazione in troppi cronisti che facevano sfacciatamente il tifo per i camorristi accusatori. Molti brindarono, quella sera.

Il paradosso è che quegli stessi giudici hanno fatto carriera.

Il famoso pubblico ministero Diego Marmo mi telefonò per ringraziarmi.

Scusa, per ringraziarti di cosa?

Perché era stato promosso grazie al clamore suscitato dal processo. Volevano rimuoverlo e lo promossero. Non riesco a dimenticarlo, durante le udienze del processo, con le bretelle rosse e la foga oratoria di chi non ha dubbi, parlava di Tortora come di un “uomo della notte ben diverso da come appariva a Portobello”.

Dopo il processo, dove lo hanno trasferito?

Divenne procuratore capo al tribunale di Torre Annunziata e, nel 2014, assessore alla legalità al comune di Pompei. Il procuratore Felice Di Persia, che ordinò il blitz contro Tortora, è diventato procuratore capo a Nocera inferiore e nel 2014 membro del Csm per la corrente di Magistratura indipendente. Potrei proseguire. Basterà dire che tutti i giudici di quel processo hanno fatto carriera.

Oddio. Ma secondo te perché i giudici vollero a tutti i costi coinvolgere Tortora?

L’inchiesta era cominciata nel clamore ma non aveva raggiunto grandi risultati. Un grande nome, il nome di un insospettabile, era quello che ci voleva per rilanciare e ottenere l’attenzione dei media. Il desiderio di apparire fu così forte da travolgere il buonsenso. No, dico: Tortora era noto in tutta Italia, giocava con i pappagalli, era una persona garbata, di idee liberali, ed era pieno di soldi. Ti pare il profilo di uno che si mette a spacciare cocaina per la camorra? Se non fosse stata una tragedia, ci sarebbe stato da sbellicarsi solo all’idea. Invece Tortora finì davvero all’inferno. La sua salute ne uscì minata.

#

© 2026 Foglio Edizioni

Click to listen highlighted text!