BAGATELLE PER UN CÉLINE. Vittorio Sgarbi e Louis-Ferdinand Céline: una intervista controcorrente

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In esclusiva per il Bulletin Célinien, pluridecennale periodico dedicato a Louis-Ferdinand Céline diretto dal belga Marc Laudelout, il celebre critico d’arte, saggista e polemista Vittorio Sgarbi risponde a qualche domanda sul suo rapporto con l’opera di Céline. Una intervista dove Sgarbi rivela la sua visione anticonformista riguardo ai romanzi dello scrittore di Viaggio al termine della notte e di Bagatelle per un massacro e della sua poetica, e a tratti intima, quando l’intervistato parla di suo padre Giuseppe e delle sue passioni letterarie, vitali per la formazione del giovane Vittorio negli anni della Contestazione del ’68. Intervista raccolta da Andrea Lombardi, saggista céliniano (Louis-Ferdinand Céline – Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze, Bietti 2018) fondatore del primo sito italiano su Louis-Ferdinand Céline, dal giornalista e scrittore Emanuele Ricucci (il suo ultimo pamphlet: Contro la folla. Il tempo degli uomini sovrani, Passaggio al Bosco 2020) e tradotta da Valeria Ferretti. L’intervista, presentata qui integralmente, è apparsa in forma ridotta su “Libero” del 1° settembre 2020.

Andrea Lombardi

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima domanda, molto semplice, come hai conosciuto Céline?

Ho conosciuto Céline attraverso mio padre, che aveva in casa la copia datata… di Viaggio al termine della notte, editore Dalloglio, con l’indicazione del giorno, che era un giorno del 1941 in Grecia, a Missolungi. Quindi, il libro è entrato in casa nel ’41. La prima edizione del Viaggio al termine della notte è del ’32, quindi è entrato abbastanza presto; in Italia fu tradotto nel ’33. Mio padre lo acquistò, lo lesse durante la guerra e quando io avevo, diciamo, 12 anni, 10 anni, 11 anni Céline iniziava già a essere messo all’indice e io ne avevo questa preziosa copia suggerita da mio padre e quindi ho letto… io ho avuto il vantaggio entro il ’68 e durante il ’68 di non leggere i classici di quell’epoca che erano raccomandati, da Marcuse a Mao a Adorno, ma invece di leggere Benedetto Croce, di leggere Céline, di leggere Anatole France e quindi di avere una controcultura che si fondava su dei testi di gran lunga più significativi di quelli in voga. Quindi sono stato fortunato.

Quindi il primo libro di Céline che hai letto è Viaggio al termine della notte?

Sì.

A che età lo hai letto per la prima volta?

Mah, diciamo tra i 13 e i 14 anni.

Quali altri libri di Céline hai letto, e quale libro apprezzi di più e perché?

Forse Mort à crèdit, Morte a credito, della edizioni Garzanti, che all’epoca mi ricordo era stata purgata e il traduttore che era mi pare Giorgio Caproni, se non ricordo male, indicava la necessità che il pudore e il costume dell’epoca imponevano di fare dei tagli alle parti più forti, e questo mi incuriosì molto, ma poi non credo di avere più letto, anche se deve essere stata ripubblicata un’edizione integrale, una traduzione non emendata. Quindi, siamo anche lì, il libro entrò a casa forse comprato ancora da mio padre, nel ’67, ’68, adesso non mi ricordo la prima edizione italiana di Mort à credit, ma è meno precoce di quella del Viaggio al termine della notte. Poi sono arrivati in sequenza, quando è ripresa l’ondata di attenzione per Céline, libri come Nord e altri che ho letto, e poi ho cercato avendone l’edizione Guanda, Bagatelle per un massacro, che ho trovato in tempi molto recenti, che era il libro che indusse mio padre ad averlo o a vederlo passare da un commilitone all’altro durante la guerra, nel 1941 a Missolungi durante la Campagna di Grecia, cioè da un intellettuale che era in guerra con mio padre e a sua volta aveva ricevuto la copia da Giorgio Chiesura Corona, poeta di un certo rilievo, che all’epoca era un ragazzo, è nato nel ’21, qua siamo nel ’41, aveva vent’anni, aveva dato le sue poesie a questo suo compagno di guerra, che glie le aveva restituite, dicendo, assieme al suo libro di Céline, “Ti restituisco le tue bagatelle”. Era un modo per fare una critica, e quindi questa frase di mio padre che ricordava indicava che l’uso della parola Bagatelle era stato trasferito dal libro di Céline, che adesso ho qui in prima edizione del 1938 della Corbaccio, alla valutazione delle poesie fatta dall’uno verso l’altro, quindi Céline era diventato un punto di… una misura di giudizio verso le poesie di Chiesura Corona.

Come definiresti il lavoro letterario e di stile di Céline, e come lo definiresti anche umanamente, perché c’è molto da dire anche su questo.

Intanto Céline è noto come un medico, e quindi diciamo che la sua umanità è misurata sulla realtà più fragile dell’uomo, che è quella della malattia. Quindi, l’uomo, come sappiamo bene, è di natura incline all’affettività, anche in una dimensione egoistica, ma, secondo quello che io ho verificato nel corso della mia esistenza, l’uomo nasce buono, come indicava Rousseau, nasce nella natura, e diventa cattivo. Diventa cattivo perché deve crearsi degli anticorpi rispetto alla vita sociale, dove ognuno è lupo verso l’altro; quindi nella competizione si manifesta pure una crudeltà, perché è evidente che uno può essere più bravo di un altro. Siccome non sai mai se è il merito che ti premia, tu ad un certo punto pensi, parti dall’idea che invece il merito serve poco. Basta vedere con i miracolati in politica, come Conte. Uno desidera essere miracolato. Vorrebbe far pensare che quel miracolo dipende dal merito? No, è marginale. Il miracolo è bello perché c’è. Allora, la competizione della vita è così forte, che l’uomo che è buono diventa cattivo. E quindi Céline questo lo sa meglio di tutti, che l’uomo è cattivo. Poverino, non perché… Detto questo, quand’è che poi l’uomo torna nella sua dimensione di bontà infantile? Quando è malato, perché tanto quando è malato ha le garanzie dello stato sociale, quindi lo pagano anche se non lavora. Però è debole, e in quel che è debole, non ha più questa rabbia verso gli altri, ma aspetta l’aiuto degli altri, quindi Céline vive tra la condizione del medico che cura delle persone fragili e indebolite, e la considerazione dell’uomo nella sua sanità, che invece è pressocché un mostro. “Tutto quello che è interessante”, dice Céline, “accade nell’ombra, davvero, non si sa nulla della vera storia degli uomini”.

Cosa pensi che ti abbia lasciato, personalmente, la lettura di Céline?

L’idea, inattuale, di una umanità sempre in guerra, nel senso che la guerra e la malattia sembrano essere la condizione in cui si muove l’umanità. È uno stato di guerra permanente, e questa effettivamente è una metafora, ma questo dà anche la misura che in quella dimensione c’è la verità dell’umanità e rende Céline più grande di Malaparte, perché Malaparte fa del mondo, della guerra, della peste, un mondo teatrale, in cui ci sono delle posizioni che vengono assunte in modo artificioso, mentre invece Céline, anche rispetto a molti altri scrittori, ha un rapporto diretto con la natura, con la natura dell’uomo e con la natura della storia, perché anche la storia ha una natura.

Cosa ne pensi degli adattamenti dell’opera céliniana, quindi quelli teatrali, illustrati, cinematografici?

Mah, non li conosco, li ho patrocinati come sindaco e come assessore, quando mi hanno chiesto di fare spettacoli ispirati a Céline attori o registi, e io ovviamente li ho sostenuti, però non li ho visti. Quindi credo che la letteratura abbia un’alternativa a sé stessa più che nel teatro, nel cinema, il cinema è un’estensione della letteratura; tra la fine della pittura e la fine del romanzo, il cinema nasce come una sintesi delle due arti, perché c’è una visività o visibilità prevalente, e poi c’è il racconto. Quindi la forza del cinema è come essere un romanzo illustrato. In questo senso la mia polemica con Gore Vidal insisteva, essendo lui più vecchio di me, sulla sua sottovalutazione della parte visiva del cinema, cioè lui sosteneva che l’80% di un film è la sceneggiatura. Allora io gli ho risposto che è vero che la sceneggiatura è lo scheletro del film, ma è vero che il gusto del regista si manifesta come un gusto visivo, diventa un gusto legato ai dettagli, ai costumi, alle luci, ai luoghi, alle “location”… parola abominevole per dire appunto… e allora se io faccio fare la regia de “Il gattopardo”, romanzo meravigliosamente tradotto in film, da un regista diverso da Visconti, la sceneggiatura potrà essere la stessa, ma il patrimonio di visività è sicuramente diverso. Quindi io sostenevo, in una lunga polemica che ebbi con lui, l’importanza della componente visiva. Ne sono ancora convinto, cioè che il cinema è una sintesi, un perfetto equilibrio tra pittura e romanzo, tra pittura e letteratura: e non prevale la parte testuale, ma prevale invece anche il taglio, l’occhio, la scelta dei personaggi, cioè una componente molto visiva, e che lo stesso testo fatto da due registi diversi può portare a due film molto diversi, in cui la parte visiva subisca una contrazione nel difetto di cultura delle immagini del regista. Quindi più che le riduzioni teatrali, io immaginerei un film tratto dai libri di Céline.

Quali sono gli altri autori che leggi e apprezzi maggiormente, oltre Céline?

Beh, tutti gli autori leggo io, quindi… la domanda è di Céline, non è che posso fare un elenco delle mie preferenze nel mondo… nel mondo francese posso dire, a un certo punto, mi è sembrato persino più interessante di Céline, e ancora più espansivo nell’umanità degradata, Léautaud. L’autore francese che io prediligo è Léautaud, e Léautaud è un Céline ancora più basico, cioè legato ad una rappresentazione diretta del mondo e dell’umanità, che si trova poi nei suoi diari più ancora che nei suoi romanzi. Quindi una personalità… d’altra parte, il filone è un filone tutto francese che è stato il momento in cui loro hanno avuto la più forte egemonia nella cultura europea e internazionale, che è il filone che dopo l’Illuminismo, che pure pertiene prevalentemente al mondo francese, con Voltaire e Diderot, e quindi molto importante e molto universale, ma ha il suo punto di arrivo nel suo opposto, e cioè del filone che va da Baudelaire a Léautaud, e cioè un filone che si insinua nella dimensione del peccato, del segreto, della miseria dell’uomo, quindi da questo punto di vista noi abbiamo degli autori virtuosi… Come Manzoni, come Nievo, e poi abbiamo grandi realisti come Verga, ma la letteratura francese quando mette la marcia entra più dentro nella natura dell’uomo e quindi non c’è un testo… l’unico testo paragonabile a Les fleurs du mal è il Foglie d’erba di Whitman, ma la dimensione perfino un po’ come tipica degli americani, cioè con un’aria più facilona, più grandiosa, ma credo che I fiori del male siano il testo generatore di tutta la modernità e quindi di Céline e di Léautaud. Però quel filone è il filone, io in quello sono quello noi abbiamo avuto Carducci, Pascoli e perfino D’Annunzio che appare modesto se paragonato alla potenzialità europea dei francesi, da Mallarmé e a Rimbaud e poi anche dei personaggi come Rilke. Noi abbiamo una letteratura un po’ più di cartapesta, tra ‘800 e ‘900, che pure nel caso di D’Annunzio è bella, ragguardevole, però sembra più sfiorare che penetrare nell’animo umano.

Ultima domanda: Conoscendo il disincanto, anche il cinismo di Céline, quale domanda porresti a Céline, se avessi l’opportunità di incontrarlo?

Gli chiederei di Proust, e lui mi risponderebbe: “Proust spiega troppo per il mio giusto. Trecento pagine per farti sapere che tizio incula tizio, è troppo!”