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Vladimir di Prima anteprima. L’incoscienza di Badalà

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«Io sono quello che resta quando tutto il resto finisce. Quando i nomi si sbiadiscono, le case si svuotano e le voci diventano vento. Sono ciò che scrivo per non sparire.»

È in libreria L’incoscienza di Badalà di Vladimir di Prima (Arkadia Editore 2025, pp. 196, € 16).

Quel genio di Vladimir di Prima, lo scrittore preferito da Lucio Dalla, torna a scrivere di Badalà, lo scrittore siciliano perennemente in cerca di un editore serio.

Il protagonista si ritrova sempre più disperato a lottare con i suoi fallimenti:

I rifiuti erano gli stessi che Pinuccio si era visto sbattere in faccia per oltre venti anni: poca vendibilità del testo, argomenti farraginosi, assenza – o, paradossalmente, eccesso – di talento tale da mettere in discussione l’equilibrio della cricca dei nomi già consolidati”.

Non è una crociata contro l’editoria ma da una parte la presa di coscienza che in un mondo in cui tutti scrivono quelli che scrivono meno sono gli scrittori veri. E dall’altra il timore che l’editoria possa aver smesso di credere nei lettori.

Ma all’improvviso Badalà viene invitato a recarsi a Milano da un importante gruppo editoriale e viene colto dal dubbio: “Che forse lo Spirito Santo, quello delle sacre scritture – avvincenti e dolorose – avesse ingravidato l’anima verginella di qualche editor, convincendola a mettere al mondo un fagottino in brossura recante il suo nome?”.

In Badalà c’è la Sicilia domestica con il suo vernacolo che ci accoglie e assorbe, tessuto in uno stile che non fa sentire straniero nessuno che convive con la Sicilia amara dei poteri invisibili. E lo stesso Badalà alterna l’entusiasmo, la rassegnazione e il timore folle di arrivare ad ammazzare qualcuno.

Lo stile è una cavalcata cinematografica dal ritmo costante e avvincente che mette il lettore di buon umore. Perché con una prospettiva comica riesce a dare conto delle vicende, improbabili ma vere, di un povero scrittore che vorrebbe pubblicare con una casa editrice importante senza dover rinunciare alla dignità.

Non manca la dimensione erotica in cui l’autore ci trascina nel vortice delle rimembranze più traumatiche:

Quando, appena qualche anno dopo, apprese la divina arte della masturbazione, dando così sfogo a quel piacere fino ad allora rimasto inespresso, ebbe sempre come primo riferimento la bocca e la faccia della maestra Beccalossi mentre lo sciacquava”.

Si va dalla narrativa alla metanarrativa con il personaggio di Badalà che prende coscienza della sua condizione ed impotenza ma non perde il cuore e la speranza.

Vladimir di Prima ci porta a riflettere sulle varie dimensioni del pensare un libro e sull’ottica con la quale gli universi narrativi si possono scontrare quando, per raccontare una storia profonda, un solo Universo non basta.

Un libro, comico, feroce leggero e brutale, da leggere per scoprire un autore che, con incoscienza e arte, ha avuto il coraggio di spiccare il volo.

Carlo Tortarolo

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Un click, soltanto un click, lo separava da una risposta attesa per venti anni.

Per alleggerire la tensione ordinò una Coca-Cola e una pizzetta. In certi momenti la masticazione è un’alleata preziosa. Mischiando insieme la fragranza acidula del pomodoro con quella saporita dell’unica oliva decise che era arrivato il momento. Gli tremava la mano, gli tremava il dito, gli tremava la vita. Gli venne allora un rutto e, dopo, pure il singhiozzo.

Gentile Maura, abbiamo letto il romanzo di Badalà, che ha diversi pregi, tra cui una prosa ambiziosa e una certa originalità, ma ci pare che non abbia un’identità precisa; se all’inizio presenta una struttura aneddotica sulla figura di Leonardo Sciascia, in realtà poi si concentra solo ed esclusivamente sui problemi esistenziali dell’autore, che peraltro non ha, in quanto personaggio, un’evoluzione vera e propria. Insomma, non crediamo di essere l’editore giusto per pubblicarlo e quindi abbiamo deciso di non offrire, ma grazie di avercelo fatto leggere. Cordialmente, Lia Gattuso.

La pizzetta tracciò una parabola perfetta prima di spiaccicarsi contro la parete di fronte. Il bicchiere di Coca si frantumò a terra e un pugno violento come una martellata meccanica spaccò in due la tastiera. Il terribile porco che Pinuccio allevava in bocca per momenti come quello ruppe l’argine del contegno con un grugnito apocalittico.

Povera Gattuso, povera Lia: nello spazio di un secondo si vide sbranare e maledire le farfallose tube di Falloppio e tutta la sua generazione. Ma lo sfogo durò davvero poco.

Due energumeni pelati di centodieci chili ciascuno lo raggiunsero alle spalle braccandolo con inaudita ferocia. Entrambi avevano tatuata una madonna verdastra al collo e la forma sbilenca di una lacrima sull’osso dello zigomo. Puzzavano di birra e sigari, come se birra e sigari sostituissero la materia della carne di cui erano composti.

«Ma cchi spacchiu si, scimunitu?», disse l’uno afferrandolo dal collo.

«Ora te la impariamo noi l’educazione», incalzò l’altro infliggendogli una ginocchiata allo stomaco, proprio sotto lo sterno.

Seguì una tragica successione di calci e pugni. Lo costrinsero addirittura a mettersi a quattro piedi e a leccare con la lingua i cocci di vetro. Quando arretrava per gli inevitabili tagli lo acchiappavano per i capelli e gli sbattevano la faccia contro il pavimento.

«Cchi fai, t’azziddichi?», sghignazzavano pensando che il vetro gli solleticasse la lingua.

Dopo un po’ arrivò il titolare dell’agenzia, un tipo esile, slanciato, con i capelli laccati all’indietro, una giacca firmata Emporio Armani e una camicia sbottonata sotto la quale una catenella d’oro gli stringeva la gola come il collare di un Rottweiler.

«Basta così…», disse e nel frattempo gli sfilò il portafoglio dalla tasca dei pantaloni «… questi ce li teniamo per i danni.»

Soldi che a Pinuccio sarebbero serviti il giorno dopo per pagare le bollette di acqua e luce.

Prima di allontanarsi, uno dei bruti gli schiacciò le dita sotto il tacco degli scarponi e fra i denti di ferro che gli disegnavano un ghigno malefico masticò l’ultima frase «… così ti insegni a dare pugni e a bestemmiare nelle case della gente.»

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