In Anima (Fazi riedizione 2025, pp. 496, € 18,50, traduzione di Antonella Conti) ciò che colpisce immediatamente non è soltanto la scena brutale che apre il romanzo, ma la maniera in cui Wajdi Mouawad la mette in pagina. Il delitto non è raccontato: è percepito. È un lampo sensoriale, un’oscurità che pulsa, una ferita nello spazio narrativo. La scrittura dell’autore lavora così: lacera e costringe chi legge a infilare lo sguardo dove non vorrebbe. È una prosa che non costruisce la tensione, la provoca.
L’audacia stilistica più potente del romanzo risiede però nella frammentazione del punto di vista. L’idea di concedere la voce a una moltitudine di animali non è un espediente formale, ma un vero e proprio gesto politico sulla lingua. Mouawad sottrae alle parole umane la centralità del racconto e le riorganizza attraverso ciò che l’umano non può controllare: l’istinto, l’odore, il movimento, la paura primaria. In ogni capitolo, la sintassi cambia pelle; il ritmo si contrae o scatta; il lessico si deforma seguendo l’apparato percettivo dell’animale narratore.
La scrittura si fa ipersensibile, stratificata, vibratile, capace di restituire non solo ciò che accade, ma come accade attraverso corpi non umani. Mouawad sembra muoversi costantemente sul confine tra lirismo e brutalità. La sua frase può essere asciutta come un colpo di lama o dilatarsi in immagini cosmologiche. Anche nella violenza più estrema, il linguaggio conserva una sua musica: modula offrendo una struttura estetica capace di trasformare l’orrore in forma. La violenza impiegata da Mouawad è una violenza senza indulgenza, che opera nel testo come una fenditura continua: mostra ciò che deve essere mostrato, sottrae ciò che dev’essere taciuto, impone un’etica dello sguardo. Il risultato è una prosa di cruda necessità, che rifiuta l’eufemismo e allo stesso tempo evita la pornografia del dolore.
In definitiva, Anima è una lezione di stile: dimostra come la narrativa possa reinventare le sue forme per raccontare ciò che sembra irraccontabile. Mouawad firma un’opera che è insieme romanzo, manifesto e laboratorio linguistico. Una scrittura che non consola, non guida, non protegge: una scrittura che espone. E che, proprio per questo, rimane nella mente del lettore come un marchio vivo, difficile da dimenticare.
Nancy Citro
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L’umano è un corridoio stretto, bisogna andarci dentro per sperare di conoscerlo. Bisogna avanzare nel buio, sentire gli odori di tutti gli animali morti, udire gli urli, i pianti e lo stridore di denti. Bisogna camminare, affondare le zampe in una melma di sangue e risalire lungo un filo d’oro abbandonato lì dall’umano stesso, quando non era altro che infanzia e non aveva nessun tetto sulla testa a impedire il volo dei suoi pensieri. Animale tra gli animali, non

conosceva ancora la sofferenza. L’umano è un corridoio e ogni umano piange il suo cielo scomparso. Un cane sa tutto questo, ed è per questo che il suo affetto per l’umano è infinito.
Lui ha smesso di piangere ormai da tanto tempo. Non c’è nessuno che possa conoscerlo. È un corridoio condannato. Attraverso la persiana dei suoi occhi, scorgo il viso fantasma di un bambino annichilito dalla paura. Vorrei tanto liberarlo. Sono un cane potente, non ho paura di nulla se il mio padrone mi ordina di attaccare. Basterebbe una parola, Kill him, Motherfucker!, e gli salterei alla gola, affonderei i denti, strapperei tutto quello che si può strappare per aprirmi un varco verso quel bambino e liberarlo dalla sua paura.
Ma il mio padrone non mi ordina niente. Sit, Motherfucker, don’t move! Obbedisco. Con quale sforzo, però. Non so quanto potrò resistere. Viaggiamo seduti tutti e tre sul sedile del camion. La piattaforma è piena degli scatoloni che gli uomini hanno caricato per tutta la notte. Io sono seduto nel mezzo. Il mio padrone guida. Mi mette la mano sulla testa e questo mi basta per calmarmi. Lui, nella luce del giorno, guarda avanti, gli occhi fissi sulla strada che scorre senza fine. Il viaggio sarà lungo. Lo sento.
LARUS ARGENTATUS
Hanno attraversato il grande dormitorio delle auto, estranei allo sciame mattutino di uomini e donne. Lui procedeva senza cercare di evitare le pozze di pioggia. Un uomo gli camminava accanto, un cane lo seguiva da vicino. Lui ha alzato la testa per guardare la corsa delle nuvole. Ha visto il mio volo e io ho visto la sua follia. Questo mi è bastato. Ho tracciato un grande cerchio senza battere le ali nemmeno una volta, ho lanciato un grido di allarme, Aiiak! Aiiak! Aiiak!, e ho adottato una leggera inclinazione per lasciare che il vento mi spazzasse via fino alla superficie del fiume, il cui scintillio non ha potuto cancellare la traccia del suo volto impressa sulle mie retine come quando per fissare troppo il sole si vedon poi su tutto cerchi vermigli.
CANIS LUPUS FAMILIARIS TERRA AMERICANA STAFFORDSHIRE
Mi sono stiracchiato. Ho fatto una corsa. Sono tornato dal mio padrone, poi sono ripartito subito. Avevo una voglia pazza di saltare da tutte le parti. Mi sono lanciato su un gabbiano, ho bevuto in una pozza d’acqua e ho urinato su un blocco di cemento che si trovava in mezzo al parcheggio. Motherfucker! Come here! Sono tornato. Sit! Mi sono seduto. L’uomo ha detto: «Mi serve qualche spiccio».
Il mio padrone gli ha allungato una moneta argentata.
«Non dimenticare: se ti parla di Janice o della riserva, tu non sai niente. Non sai nemmeno di che si tratta. Se ti domanda come mai ti trovi a Châteauguay, digli che sei venuto con degli amici per prendere una boccata d’aria».
«Ho bisogno di un’altra moneta».
«Per fare cosa?».
«Voglio chiamare mia sorella».
COCCINELLA SEPTEMPUNCTATA
L’uomo s’infila all’interno della cabina. La porta pieghevole si appiattisce dietro di lui. Sono dentro il suo odore. Il suo sudore. La sua acidità. Mi lascio cadere in volo planato. Gli giro intorno all’altezza della spalla. Mi poso sulla sua schiena. Ecco che fa come tutti gli altri quando gli altri sono qui: tiene in mano la testa nera del serpente che ha staccato dal suo supporto, se la porta all’orecchio e, con la bocca nella bocca del rettile, produce vibrazioni. Le pareti risuonano, le mie antenne fremono e seguono, precise, le variazioni delle curve e la lunghezza delle onde emesse.
Il coroner Aubert Chagnon, per favore / Wahhch Debch / Grazie.
Mi arrampico fino alla base del suo collo, le zampe aggrappate alle maglie del tessuto che lo ricopre. Voglio divorarlo. Tento di iniettargli la mia saliva nel corpo. Cerco un punto in cui poter penetrare. Niente.
Buongiorno / Da Châteauguay / Degli amici / Non ho più telefono / L’ho buttato via / Perché? Lei ha qualche novità? / Di che genere?
La nuca s’inzuppa di sudore. Percepisco un fremito. La pelle si accappona. Ci sono dei peli sparsi. C’è un neo sulla linea di confine dei capelli, che compare e scompare a seconda dei lievi movimenti della testa, delle sue inflessioni. C’è l’odore. Sempre acido. Acre. Negli interstizi della sua epidermide ci sono dei parassiti microscopici di cui sento la presenza.
Lei ha un’idea del posto dove può essersi cacciato? / Forse / La polizia probabilmente sa quello che fa / Ha ragione / No / Devo prendere un po’ d’aria, e poi non sono una compagnia molto allegra / Volevo avvertirla / Non so / Negli Stati Uniti / Mio padre / Las Vegas / Forse no / L’ho buttato via, gliel’ho detto / La avvertirò / Non mancherò / Volevo dirle: forse lei ha ragione. Ho qualcosa da fare. Ancora non so cosa sia ma credo che ci stia andando incontro / No. Per il momento, sono ossessionato dall’angoscia di svegliarmi una mattina e di ricordarmi che sono stato io a uccidere Léonie / Lo so, ma è tutto così astratto / So che lei mi capisce / Volevo soltanto dirle che le sue parole non sono state inutili e volevo ringraziarla / Cercherò / A presto.
Le onde vibratorie muoiono. L’uomo non abbandona la testa del serpente. Infila un pezzo di metallo nella fessura del supporto. Schiaccia i bottoni argentati. Le onde vibratorie nascono dal nulla, le pareti risuonano, le mie antenne fremono.
Ciao, Nabila, sono Wahhch. Volevo dirti di non preoccuparti. Starò via un po’ di tempo. Forse andrò a trovare papà a Las Vegas. Non dirgli niente, nel caso dovessi cambiare idea. Ecco. Non ho più telefono. Ho bisogno di silenzio. Un bacio.
Riaggancia la testa del serpente al suo ramo metallico, fissato nell’angolo della cabina. Si gira. Il suo odore si espande. Spicco il volo. Lascio quel calore umido, concentrato tra le quattro pareti a vetri. Il suo odore si dissolve. Mi aggrappo al vetro. Appoggio l’addome. Li vedo attraverso la trasparenza. Un uomo, un uomo e un cane. Li vedo. Si allontanano. Camminano tra chiazze di cielo cadute sulla terra sotto forma di pioggia. Il calore del sole mi ritempra. Agguanto un pidocchio. Gli inietto la mia saliva. Lo sento rammollirsi. Non lo frantumo. Aspiro la sua linfa. Lo svuoto. Ingoio tutto.