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Willy Vlautin anteprima. La ballata di Charley Thompson

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«Dio punisce coloro che lasciano entrare il diavolo dentro di loro. Devi combatterlo. Devi dargli battaglia. È una lotta. Ma mi sa che tu non sei uno che combatte».

È in libreria in una nuova veste grafica La ballata di Charley Thompson di Willy Vlautin (Jimenez Edizioni 2025, pp. 264, € 19,00 con traduzione di Fabio Genovesi).

È la storia di un ragazzo e del suo cavallo, ma non è mai commovente – spazia dal disperato al semplicemente doloroso – e, pur essendo affascinante, non è mai divertente o redentiva. Ma se cercate un ritratto semplice della vita americana (almeno di alcuni luoghi) all’inizio del XXI secolo, questo è il libro che fa per voi. Quando va a lavorare (a volte pagato, a volte no) per l’addestratore di cavalli da quarto di miglio, si affeziona a uno dei cavalli, Pete che ha visto molte corse. L’addestratore, Del, è un personaggio vivido e assolutamente convincente: per lo più irritabile e occasionalmente gentile. Un affarista ansimante e anziano che capisce la propria situazione disperata e finge di sapere cosa sta facendo ma a volte si dispera: “Tu sai solo chiedere soldi e mangiare, e non conosco nessuno che faccia così schifo quando mangia. Cosa puoi dirmi tu? Te lo dico io cosa puoi dirmi: niente. Ho un’ulcera e non sento più gli alluci e sarà un anno che non faccio uno stronzo decente e tutti i miei cavalli sono delle merde.”

Charley diventa abbastanza abile nel prendere ciò che può da Del e comincia a pensare di poter fare una vita come stalliere, ma quando i piedi di Pete si rovinano e Del decide di venderlo a un macello messicano, il romanzo si rivela una rivisitazione moderna di Huckleberry Finn. Charley scappa con Pete, come Huck scappa con lo schiavo Jim, perché anche se il cavallo non è suo, non può vederlo morire. L’occhio di Vlautin per i dettagli è acuto: ogni personaggio è descritto in modo distintivo e memorabile. Ogni incontro di Charley dà la sensazione di due vite che si incrociano e poi si allontanano.  Charley non ha, e forse non può avere, relazioni reali. Il suo mondo è fatto di tradimenti, ed è costretto a essere completamente sulla difensiva: scappa anche quando le persone sono gentili con lui. La sua capacità di provare empatia si esaurisce nell’osservazione, perché non ha tempo per nulla di più profondo.

La freddezza del romanzo è figlia dello stile oggettivo di Vlautin. Egli non offre alcuna analisi del mondo in cui vive Charley e quindi nessuna speranza in qualcosa di meglio: è una visione nichilista, non tragica. La cosa che più tocca è la disperazione di un giovane che pensa ai compagni di scuola: “Se ogni tanto per caso pensavano a me, volevo che pensassero che stavo bene. Preferivo non vederli mai più che fargli sapere com’ero ridotto”. Le avventure di Charley finiscono senza avere un senso. La ballata di Charley Thompson è un romanzo americano archetipico, Huckleberry Finn per la generazione dei drogati di metanfetamine. Se c’è un tocco di sentimentalismo occasionale, è duramente guadagnato. Un ritratto triste, spesso brutale, ma stranamente bello di un’America dimenticata solo perché scegliamo di non vederla.

Carlo Tortarolo

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Ho portato la tv in camera mia, mi sono steso sul sacco a pelo e sono rimasto lì a guardarla fino a pomeriggio inoltrato. Poi sono uscito a fare una passeggiata, sono arrivato su un viale e lì ho incontrato una signora e un uomo che camminavano. Gli ho chiesto se sapevano dov’era un cinema e lui mi ha detto di andare avanti per un paio di chilometri su quella strada e così ho fatto.

Il cinema era in una zona che si chiama St. Johns. Intorno c’erano negozi e bar, un paio di posti che facevano i tacos e un emporio con all’interno una tavola calda vecchio stile. C’erano un negozio di biciclette, un negozio dove tutto costava un dollaro e uno dove vendevano abbigliamento da lavoro. Sono entrato in un posto che vendeva libri usati e in un negozio dell’Esercito della salvezza, poi ho comprato un paio di tacos e mi sono seduto contro il muro di un ufficio chiuso e ho mangiato.

Quando è cominciato lo spettacolo delle sette sono entrato nel cinema e mi sono guardato due film. Uno parlava di una spia sotto copertura che veniva inseguita per tutta l’Europa e l’altro di un gruppo di donne che rimanevano intrappolate in una caverna. Le donne erano belle ma era un horror e se guardo gli horror dopo non dormo mai.

Quando sono uscito dal cinema, era buio. Sono andato in giro per un’altra mezz’ora, poi mi sono seduto dove avevo mangiato prima. Ho visto passare un gruppo di ragazze della mia età, ma non si sono accorte di me. Una di loro aveva i capelli biondi e lunghi ed era proprio bella. Ridevano e si divertivano. E dopo ho visto della gente che si picchiava dall’altra parte della strada. Due uomini sono usciti da un bar che si chiamava Dad’s e hanno cominciato a darsele. Erano vicini a un lampione. Uno era giovane, sui vent’anni, e l’altro sembrava vecchio. Aveva i capelli grigi e una grossa pelata. Il giovane ha colpito il vecchio così forte che l’ha buttato a terra. Tutti e due erano vestiti da lavoro. Avevano la stessa maglietta arancione con la stessa scritta dietro. Poi il giovane ha dato un calcio in testa al vecchio, e stava per dargliene un altro ma la gente che era nel bar è uscita e l’ha fermato.

L’hanno spinto contro la vetrata del locale e l’hanno bloccato. Il vecchio a terra non si muoveva. Se ne stava steso immobile. Dal bar è uscita una donna anziana ed è andata da lui e si è inginocchiata. La sentivo piangere e urlare. Sono rimasto dall’altra parte della strada a guardare. È arrivata un’auto della polizia e poi un’ambulanza. Ho guardato i paramedici che trafficavano intorno al vecchio, lo caricavano sull’ambulanza e se ne andavano. Il giovane era ancora lì ma adesso aveva le manette e lo facevano salire sull’auto della polizia. Sono rimasto a guardare finché non sono partiti, poi mi sono alzato e sono andato via. All’inizio camminavo, ma tutto ciò che avevo visto quella sera mi aveva messo in agitazione e senza accorgermene ho cominciato a correre.

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