La vera amicizia tra due esseri umani, come può ben testimoniare chiunque ne abbia davvero goduto anche solo un istante della propria vita, può nascere nei modi e nei tempi più strani e impensabili, ma, quando si manifesta nella sua essenza più pura, quando riesce a infrangere la corazza dell’interesse che, in qualche modo, inquina spesso i rapporti tra le persone, è un sentimento in grado di commuovere fino alla periferia dei nostri precordi, di una grandezza senza eguali.
Ed è esattamente un legame di questo tipo il vero protagonista di “Nessuno al posto giusto” (Jimenez, pp 236, €19), il romanzo con il quale Willy Vlautin è tornato sugli scaffali delle librerie due anni dopo lo struggente “Il Cavallo” e con il quale, per chi vi scrive, si conferma non soltanto uno dei massimi autori americani viventi ma uno scrittore destinato a diventare un classico contemporaneo nell’accezione più piena e nobile del termine.
Come al solito nelle opere del nostro, l’universo sociale di riferimento è quello della gente “meccanica e di picciol affare”, in questo caso quello di un fragile bambino di otto anni, traumatizzato da una situazione familiare sempre al limite del collasso, e di un pacato e paziente imbianchino di poco più di quarant’anni, nel quale dolore, generosità e senso del dovere coabitano in un equilibrio tutto particolare. Dal loro incontro, e dalla congiunzione delle rispettive esistenze e delle persone che gravitano nei rispettivi ambiti di riferimento, prende origine il racconto di un microcosmo che non ha bisogno di orpelli narrativi ma solo di cauti quanto funzionali incisi (una singola battuta, la fugace descrizione di uno stato d’animo) per avvincere. E avvincere, badate bene!, mai stregare, perché Vlautin è un maestro giustamente convinto che sia la vita vera, quella fatta di piccole cose, a dover dire e dare tutto il senso, niente più. A stupire, in questo romanzo forse più che nei precedenti, è la sua capacità di saper conferire anche negli altri personaggi, perfino in quelli che apparentemente potrebbero sembrare marginali nell’economia dello svolgimento del plot, una dignità di esistenza letteraria alla quale è impossibile resistere. Nonché la cura, solo apparentemente blasé con la quale riesce a sviscerare i legami tra i vari interpreti della sua storia. Un microcosmo, appunto, un piccolo universo che proprio dalla sua perfetta definizione trae la forza necessaria per mantenere sempre su un livello di incrollabile interesse l’attenzione del lettore. Ci innamoriamo dei suoi “vinti” perché nemmeno per un istante sembrano ammiccare alla truffa del “personaggio letterario”. Sono antieroi, tutti a loro modo degli antieroi, ma si mostrano in quella che è una quotidianità mai equivocabile, che riescono a trascendere e a trascendersi senza che si veda mai dietro questa operazione la longa manus di un demiurgo. Semplicemente, vivono, inciampano, perdono, si riprendono e vanno avanti come qualsiasi anonimo sconosciuto ci può capitare di incontrare per la strada. Non sembrano mai meno che reali. E questo fa sì che “Nessuno al posto giusto”, pur rinunciando a qualsivoglia strizzata d’occhio all’epica quotidiana come certa tradizione di carta, soprattutto americana, ci ha insegnato, nondimeno ne crei una sua, originale, sempre ravvisabile, sempre apprezzabile. In queste pagine sono veri l’amore e il degrado, le paure e gli slanci, la gioia e il terrore. È un romanzo dove la coraggiosa, insostituibile imperfezione umana trova una sua celebrazione difficilmente eguagliabile, attestata anche da una prosa mai irrobustita dalle bizze della penna e da dialoghi che sono manifesti di naturalezza espressiva (grazie alla preziosa traduzione di Gianluca Testani!).
Sì, ci troviamo di fronte a un libro davvero potente, di quelli che sanno scavare e infiggersi nella carne prima che nella testa. Di quelli che poi, una volta riposti nella propria libreria, non si può fare a meno di guardare con riconoscenza e affetto, quando l’occhio cade a distanza di tempo, di anni, sulla sua costa. Uno di quelli dei quali parlare con un amico lettore per ore e ore, magari in una magica notte stellata di quiete, una di quelle fatte apposta per tirare tardi a parlare di cose belle, a parlare di cose che rendono la vita degna di essere vissuta e condivisa.
Davvero, fatevi un favore: compratelo. E poi regalatelo a chi vi vuole bene, ma anche a un perfetto sconosciuto. Lo farete innamorare e creerete le basi per una nuova amicizia, magari. Per un nuovo incontro. Perché è solo nell’incontro che si giustifica questo nostro breve transito su questo strano pianeta. Proprio come ci insegano un bambino di otto anni e un imbianchino senza grilli per la testa. Ah, un unico spoiler: si chiamano Russell e Eddie. E dopo averli conosciuti non ve ne dimenticherete più. Garantito!
Domenico Paris