Wolfgang Hilbig, Le femmine e Vecchio scorticatoio

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Le femmine e Vecchio scorticatoio di Wolfgang Hilbig

Le femmine e Vecchio scorticatoio di Wolfgang Hilbig, come La sparviera di Gianna Manzini, Il male oscuro di Giuseppe Berto, il Diario di una Schizofrenica di Madame Séger ci conducono e ci hanno condotti per mano dentro all’inferno della ragione che cede sotto il peso dei dolori, dei ricordi, della vita.

Sono percorsi a spirale, la malattia prende il sopravvento e dirige ogni pensiero, ogni azione, la malattia è la vera protagonista e lo sa, si è impadronita di un corpo che soggiace, di una mente che diventa complice fino al compiacimento. Sono pagine che lasciano il segno, non te ne liberi, ritornano come i versi di poesie che affiorano mentre guidi l’automobile. Ma la poesia rasserena, queste pagine no, scavano nel “Male Oscuro” soggiacente in ciascuno di noi, liberano i loro vermi, le loro putrescenze e tentano di attaccarcele. La sensazione è di disagio.

Mi addentro nell’inferno descritto da Wolfgang Hilbig con un senso di ribrezzo, mi arriva l’odore della sua pelle malata, la puzza dei suoi vestiti sporchi ; una sequenza di visioni incomplete il cui soggetto è la donna, sempre di straforo, sempre nascosto nell’ombra di un anfratto a rubare visioni momentanee di cosce, di dorsi sudati, di piedi che calpestano la grata che lo nasconde, e insieme ai piedi un brandello di inguine oscuro. Lui spia e questo diventa il suo mondo, il suo sporco paradiso da cui verrà scacciato perché è un disadattato, non sa stare alle regole.

Le regole sono quelle Maledette della Stasi, piano piano si rivela il mondo contorto e oppressivo in cui quest’uomo (se questo è un uomo!) è nato e cresciuto. I suoi orizzonti limitati dai resti dei campi di sterminio, i suoi giochi in quegli edifici che ancora trasudano orrori, macchie oscure sui muri, sui pavimenti che nessun imbianchino è riuscito a cancellare. Qui il bambino cresce, inizia qui il suo sentire “diverso” in un mondo oppresso dal regime, dall’uniformità della dittatura post bellica, della gente che non ha mai smesso di avere paura e si sforza di essere simile ai Modelli imposti.

Il luogo è quella terra sconsacrata dagli orrori tra Germania e Polonia, mi par di capire. Qui il bambino un giorno afferma di voler essere uno scrittore, qui inizia a essere messo al bando dalla famiglia, dalla scuola, dal mondo.

Perde il lavoro, il suo mondo si dissolve, perde la parte “femminile” e lui vaga di notte tra montagne di spazzatura, case diroccate, animali morti. Scende consapevole all’Inferno, non conosce che l’inferno.

La seconda parte – Vecchio scorticatoio – è conclusiva e al tempo stesso spiega l’origine della schizofrenia, ormai la matrice di questa creatura. Che inizia un viaggio all’indietro, in quelle terre abbandonate, villaggi distrutti, boschi, montagne di rifiuti graveolenti, putridi, animali infetti che vengono massacrati, sangue, puzza, marcio, fango, arbusti. Cammina nella notte ritrovando suoi passi perduti, i luoghi della sua infanzia, infine la Fabbrica.

In rovina, le mura sbrecciate ma lui ne sente ancora il rumore e l’odore. Qui è iniziata la sua dannazione.

Quando a scuola, dovendo dare indicazioni sui suoi sogni per il futuro, di fronte alla Compagna che lo scruta, di fronte ai compagni di scuola ben determinati a afferrare un futuro, balbetta << Germania II>>

La fabbrica, senza prospettive, senza sogni, si qualifica immediatamete come perso e perdente.

Quella Fabbrica!.

La piu’ infima, dove finiscono gli incapaci, la feccia della terra.

Da qui l’esclusione, l’allontanamento dal consesso civile, lo sprofondare nella solitudine più cattiva e infine nella schizofrenia.

Forse il viaggio all’indietro ha un significato catartico, liberatorio, certo questi due racconti lunghi lasciano una grande impronta di dolore, ricordano a chi legge che l’orrore è in agguato e l’uomo non finisce, non finirà di essere carnefice e vittima, c’è solo da scegliere.

Carla Tolomeo – 14 gennaio 2020 – Punta del Este