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Yolaine Destremau anteprima. Le finestre bloccate

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“Le finestre bloccate” di Yolaine Destremau (Barta Edizioni, 2026 pp. 112 € 10.00), nella traduzione di Marta Giusti, esce nelle librerie il 28 gennaio. Il libro condensa la morsa dell’inquietudine nell’affanno psicologico della protagonista Lucile, che si rintana con la sua bambina in una casa, nella periferia parigina, per scrivere un libro sugli angeli e per allontanare la sensazione di sentirsi avvolta nella stretta dell’inferno. La trama incalza precipitosamente la tensione emotiva, corre lungo l’argine inaspettato della suspense, sottesa da un conflitto interiore ossessivo e claustrofobico, racchiude, tra la suggestione introspettiva delle pagine, il brivido dell’irrequietezza e dello squilibrio, include il contenuto disorientante e sconcertante del vissuto della protagonista, alienato dalla visione alterata della realtà quotidiana. Yolaine Destremau presenta lo spazio apparentemente sicuro e protetto della casa per creare un luogo minaccioso di incombenti insidie e ambigui incidenti, dove l’enigmatica e misteriosa oscurità si addentra tra le mura, avanza in uno spiraglio sconvolgente di vertigine domestica, esplora i timori e i sospetti inconfessabili, nasconde tra le pareti interne dell’anima l’equivocità e la preoccupazione, il richiamo inospitale, soffocante e spaventoso di una manipolazione psicoanalitica. L’autrice trasforma l’intreccio complesso della sensibilità, sovverte le certezze per confondere empaticamente il lettore e condurlo verso una verità stravolta dagli eventi e dai traumi che abitano l’impressionante e conturbante intrigo del racconto. Mette in luce il dramma dietro una porta chiusa, la condizione dolorosa e paralizzante di chi, come Lucile, vive in un terreno minato di perplessità, nasconde l’intuizione della realtà in una gabbia incrinata da fratture allarmanti. L’abilità letteraria di alterare l’evoluzione del quotidiano in un incubo restituisce alla storia un’atmosfera estremamente riconoscibile nella possibilità narrativa tra la fiducia e l’inganno, si avvale dell’esperienza del dramma dentro la vita della protagonista per allestire un palcoscenico di ipotesi e di prospettive instabili e vacillanti, nell’incertezza esistenziale ed emotiva, nella piega imprevista e improvvisa dei cambiamenti che ribaltano la situazione e riscrivono il senso della vicenda.

Yolaine Destremau rivela la natura identitaria della psiche, costruisce le dinamiche mentali delle attese nell’analisi di uno svolgimento complesso e labirintico di fronte a qualcosa di incognito e imminente che investe l’indecifrabile e prolungata angoscia. Infonde il respiro ansioso della paura, amalgama il vortice perturbante in cui aleggia un clima descrittivo di silenzioso timore e impressionante smarrimento, enfatizza l’intensità del contrasto in un contesto sovrastato dal costante senso del pericolo, nel turbamento di una coraggiosa e potente indagine che travolge la persistenza della resistenza in un confronto con le situazioni spiacevoli e imprevedibili, con l’invisibile incisività delle interferenze relazionali. “Le finestre bloccate” sospendono il limite immaginario tra la percezione del contesto tangibile e il sentore dell’ambiente rischioso, accolgono la residenza di un disagio, di un luogo nemico e opprimente, dove la figura materna conserva il ritratto di una disperata consapevolezza, la terribile intensità di ogni spaventevole avvertimento, in bilico nell’evanescente luce dei giorni di sofferenza, nell’abisso di una voce interiore che parla attraverso il barlume della scrittura intimista e sensibile, degli episodi emozionali, di ogni sentimento impaziente e presidiato. Yolaine Destremau traghetta la fatalità dell’orrore tra le suscettibili direzioni della coscienza femminile indifesa e fragile, osservata come territorio del tormento, vincolata alla facoltà di rilevare ogni losco movimento intorno a sé e le tracce di incontri inaffidabili e inafferrabili.

Rita Bompadre

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Paul riscaldava il biberon e il suo caffè, e cantava ad alta voce, Elle avait des bagues à chaque doigt / Des tas de bracelets autour des poignets. *

Senza interrompersi ha aggiunto una tazza per me. Hoavuto l’impulso di parlargli.

Finora non gli avevo mai detto niente, o molto poco. Lui neppure. Si comincia così, si omettono piccole cose, pensieri irrilevanti, gioie minime, piaceri minuscoli, perché non se ne ha il tempo. Non ci si rende conto che è l’inizio della solitudine, poi ci si abitua a tacere eventi più importanti. Credevo fosse prerogativa delle vecchie coppie, ma il nostro silenzio poco a poco si è ispessito come il loro. E poi arriva il giorno in cui non puoi più venirne fuori, e si decide che va bene così. Ci se ne fa una ragione, ci si convince di essere piuttosto felici, si confonde la realtà con il proprio desiderio.

Quando ci siamo incontrati, abbiamo creduto di non aver bisogno di parole, per capirci. Mi ricordo la sua lettera: abbiamo tempo, un tempo infinito, tutta la vita. Nelle case giapponesi, porte silenziose e scorrevoli, semplici pannelli di carta di riso, rivelano una stanza all’altra, una dopo l’altra. Noi vivremo, e poco a poco le porte scivoleranno su di te, su di me, su di noi, aperte, chiuse, aperte… Pensavamo di essere speciali.

«Cominci presto per essere domenica mattina. Era proprio così impellente, questo bisogno di scrivere?».

Paul versava il caffè. Scuoteva il biberon, assaggiava il latte sul dorso della mano, sistemava la bimba in braccio. Non mi rimproverava l’assenza. Ha dato un’occhiata all’impermeabile sopra il pigiama e ha detto Ho dormito male, e tu? Dormiva sempre bene. Di lui conoscevo un sacco di minuscoli dettagli, gesti, abitudini, che potevano far pensare ad una vera intimità, ad un patrimonio comune.

«Devo dirti una cosa».

Svitava e riavvitava la tettarella del biberon, borbottando che forse era otturata. Non aveva l’aria di aver sentito.

Ho ripetuto, Ti devo parlare.

La bimba beveva avidamente. Paul, chino su di lei, i suoi occhi in quelli di lei, attento ad ogni suo sorso, ha detto distratto.

Sì dai, ti ascolto.

Per il momento, eravamo molto lontani uno dall’altro, in due mondi differenti. Una volta mi aveva detto:

«Non si può pretendere di conoscere l’altro. È presuntuoso, e poi è come sottovalutare l’altro, la

sua capacità di rinnovarsi, la sua libertà, la sua individualità, è come chiudere l’altro entro dei limiti…».

Ma oggi bisogna che io parli. Il campanello di casa ha interrotto il silenzio, e di colpo il suono ci ha distolti dai nostri pensieri, sorpresi tutti e due da questa intrusione. Ci siamo guardati.

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*«Portava un anello per ciascun dito / una montagna di braccialetti ai polsi», da Le tourbillon de la vie, Il vortice della vita, cantata da Jeanne Moreau in Jules e Jim.

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