Primo Levi, The Occasional Demon

Home / Inediti / Primo Levi, The Occasional Demon

Verrà presentata oggi, alle 6pm (ora neozelandese), presso Unity Books Wellington, la pubblicazione e traduzione – curata da Marco Sonzogni e Harry Thomas – di trentasei poesie di Primo Levi, di cui ricorre il centenario della nascita (31 luglio 1919). Corredato da un ricco inserto di endorsement provenienti da ogni angolo del pianeta, questo prestigioso lavoro a tiratura limitata (The Occasional Demon, 2019, The Cuba Press, con il saggio “On Translating and Being Translated” e una curiosa postilla neozelandese; le poesie sono tratte dall’edizione Garzanti del 2004, A ora incerta) è una preziosa opportunità per riscoprire quella zona di vibrante umanità, di fragilità estrema dello scrittore che, più di altri, ha saputo trasmettere e affidarci la testimonianza, diretta e terrificante, di cosa sia il Male, di quanto subdolamente riesca a insinuarsi e contaminare il cuore umano. Levi non ha rinunciato, anche se occasionalmente, a dar fiato al suo afflato poetico: “La poesia è nata certamente prima della prosa. Chi non ha mai scritto versi? Uomo sono. Anch’io, ad intervalli irregolari, ‘ad ora incerta’, ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico. In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato”.
Marco Sonzogni – straordinario “agitatore culturale”, vulcanico docente di Translation Studies e Italian Studies all’Università di Wellington, delicato poeta che sa andare oltre la scorza delle cose per restituircene fulminanti epifanie, traduttore infaticabile, profondo conoscitore di Montale e Seamus Heaney (ritirerà a settembre il premio Lerici Pea “alla Traduzione” 2019) – per l’occasione, oltre a introdurre il lavoro, leggerà in italiano la poesia “La bambina di Pompei”. Un vero dono, la scrittura di Levi come la restituzione e la lettura di Sonzogni, che sono sicura sarà stato toccato intimamente, nel tradurre e annotare la poesia: è grazie a questa sensibilità, linguistica e umana, che è riuscito a penetrare il senso di un evento inspiegabile, atroce, prestando generosamente le sue vene come tramite.
Di questa bambina possiamo vedere i resti nei calchi conservati a Pompei; e dunque rimane vivida, ancora oggi, l’impressione del suo corpo, del respiro che lo apriva, abitandolo e improvvisamente pietrificandolo. E’ sconcertante entrare in relazione con il pieno che era, quella rotondità palpitante che Levi coglie così bene – nella sua bambina, la nostra – che ora è per sempre, anche se imprigionata nel calco. Mi è capitato di visitare il Museo Egizio di Torino, qualche mese fa: solo un giro veloce dopo la presentazione del quarto volume di Tutte le opere di Shakespeare (Bompiani). Passare accanto alle mummie, sotto le cui bende si intuivano i corpi di persone inconcepibili, tanto sono lontane nel tempo, ha provocato in me un profondo senso di inadeguatezza e di pietà: inadeguatezza, e di nuovo sconcerto, per il trattamento che viene riservato a un essere umano, nella nostra civilissima e desacralizzata società, esibito come un monile qualsiasi, osservato con una buona dose di morbosa curiosità che nega e impedisce il carattere sacro della morte; e pietà per quelle vite imbrigliate e condannate ancora alla luce del mondo, quando potrebbero tornare ad essere polvere di stelle e materia di cui sono fatti i sogni.
Ma a quelle persone sotto le bende era stato garantito un lasciapassare, che era formula magica e rito potente: “la parola heka”, si legge in una delle bacheche del Museo, “era per gli egizi parte integrante del pensiero religioso in quanto rappresentava l’energia impiegata dal dio primordiale per creare il mondo e mantenere l’equilibrio cosmico fra caos e ordine. Heka era una forza soprannaturale che tutti gli dèi possedevano, ma che in misura minore apparteneva anche ai sovrani e ai defunti e che poteva essere evocata e controllata attraverso precise formule, rituali o oggetti anche da persone comuni. Tale forza era impiegata, in sostanza, per prevenire o gestire le situazioni di crisi tipiche dei passaggi di stato (nascita, malattia, morte)”.
Ecco: probabilmente, invece, la bambina di Pompei e la sua mamma non vennero confortate da quelle formule magiche: il loro terrore, insieme all’ultimo convulso abbraccio, è rimasto imprigionato nella forma, nel calco – pieno e vuoto, umano e quasi no: per la vertigine che provoca. Quel loro persistere, però – grazie a Primo Levi e a chi gli ha restituito la parola in lingua inglese -, ha la straordinaria capacità di oltrepassare i secoli e vincere la morte, ma allo stesso tempo di additare l’orrore cieco e incolpevole delle forze della natura di cui la bambina è “terribile testimonianza / Di quanto importi agli dèi l’orgoglioso nostro seme”; di più, ha la capacità di additare la tenebra dell’uomo, causa e conseguenza dell’abominio perpetrato dalla Seconda Guerra Mondiale, drammaticamente vissuta da Levi nel campo di sterminio di Monowitz. Lo sguardo del poeta idealmente unisce la bambina di Pompei a Anne Frank (“La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito”) e a Sadako Sasaki (“Ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli”): una creatura di appena due anni quando, il 6 agosto 1945, l’esercito americano sganciò la bomba atomica su Hiroshima.
Questa bambina che si replica nel tempo, e che chiede attenzione, doveva essere liberata. Così è stato.
E dunque, come ammonisce Primo Levi: “Prima di premere il dito, fermatevi e considerate”.

Rossella Pretto

Augurando grande fortuna a questo importante contributo internazionale alla poesia di Primo Levi, pubblichiamo il testo (italiano e inglese) de “La bambina di Pompei”.


La bambina di Pompei
Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra
Ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
Che ti sei stretta convulsamente a tua madre
Quasi volessi ripenetrare in lei
Quando al meriggio il cielo si è fatto nero.
Invano, perché l’aria volta in veleno
È filtrata a cercarti per le finestre serrate
Della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
Lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.
Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
A incarcerare per sempre codeste membra gentili.
Così tu rimani tra noi, contorto calco di gesso,
Agonia senza fine, terribile testimonianza
Di quanto importi agli dèi l’orgoglioso nostro seme.
Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
Della fanciulla d’Olanda murata fra quattro mura
Che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
La sua cenere muta è stata dispersa dal vento,
La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.
Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
Ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli,
Vittima sacrificata sull’altare della paura.
Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
Tristi custodi segreti del tuono definitivo,
Ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo.
Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.
20 novembre 1978
E in traduzione:
The Little Girl of Pompeii
Because everyone’s anguish is our anguish, we
Go on reliving yours, thin little girl
Who held yourself convulsively to your mother
As though you wanted to be inside her again
When in the afternoon the sky turned black.
No use. Because the air becoming poison
Filtered to find you through the closed window
Of your peaceful, solidly built house, already
Made happy by your singing and shy smile.
Centuries have passed, the ash has petrified,
Imprisoning forever your soft limbs.
So you will remain among us, contorted chalk,
Endless agony, terrible testimony
To how little the gods care for our poor seed.
But nothing remains of your faraway sister,
The young Dutch girl walled up within four walls,
Who nevertheless wrote of her futureless youth.
Her mute dust has been scattered by the wind,
Her life locked inside a worn-out notebook.
Nothing remains of the Hiroshima schoolgirl,
A wall shadow cast by the light of a thousand suns,
A victim sacrificed on the altar of fear.
You, powerful ones, owners of new poison,
Sad secret keepers of the definitive thunder,
The sky’s afflictions are more than enough for us.
Before you push the button, stop and consider.
20 November 1978