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Anna Kańtoch anteprima.

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Riflessioni enigmatiche e inquietanti: “Da bambino non torturavo gli animali, non facevo la pipì a letto e neppure appiccavo incendi. Non mi piace neppure la vista del sangue. Ma ho un segreto. Un vero segreto, che non ho ancora rivelato a nessuno. Se lo facessi, qualcuno potrebbe finire in prigione. È un segreto legato al sangue. A una marea di sangue. Forse un giorno ve lo rivelerò, o forse no. Dipende da che cosa mi andrà di fare”.

L’oscurità meticolosa nell’illustrare le scene: “C’è nessuno? Ho bisogno d’aiuto! Mi ha risposto il silenzio, non quello normale, che regna in una casa dalla quale si è usciti solo per poco, ma un altro, più profondo e immobile.”

È in libreria La primavera degli scomparsi l’ultimo romanzo di Anna Kańtoch con traduzione di Raffaella Belletti (Voland 2023, pp. 432, € 20,00).

Tra le voci più versatili e dotate della narrativa polacca moderna, Anna Kańtoch (Katowice 1976) è autrice di una vasta produzione narrativa che le ha conferito numerosi premi. In Italia sono stati pubblicati Oscurità (Carbonio, 2020) e Gli inabissati (Moscabianca Edizioni, 2023). La primavera degli scomparsi, primo capitolo di una trilogia acclamata in patria, è stata insignita nel 2021 del Nagroda Wielkiego Kalibru come miglior romanzo poliziesco polacco.

Klara, ex agente di polizia, conduce un’esistenza piatta, alternando passeggiate, lavori in giardino e immersione eccessiva nelle maratone televisive. A distanza di molti anni, però, un evento continua a angustiarla: la misteriosa scomparsa del fratello Kazimierz, avvenuta in circostanze enigmatiche durante un’escursione nei Monti Tatra nel 1963. Tra i cinque amici sfortunati, solo Szymon era tornato, e il sospetto di aver contribuito alla tragica fine dei compagni aveva portato alla sua scomparsa. In modo inaspettato, Klara lo rintraccia e scopre che l’uomo ha adottato una nuova identità. Decisa a ottenere una confessione, lo pedina e si introduce clandestinamente nel suo domicilio armata di coltello.

Una protagonista tagliente e fuori dagli schemi per un enigma coinvolgente che tratta anche di invecchiamento, di isolamento e famiglie che si dissolvono, del contrasto tra realtà e apparenza e dell’impossibilità di stabilire certezze durevoli che apre sempre nuovi scenari.

C’è l’indagine psicologica nell’interrogatorio di alcuni giovani: “Hanno tutti più di vent’anni, ma in realtà mentalmente sono ancora degli adolescenti. Solo così riusciva a spiegare tutta quella stupida congiura del silenzio. I bambini sono leali gli uni con gli altri, mentre trattano gli adulti come nemici”.

Un romanzo coinvolgente, scorrevole e ricco di colpi di scena, con una narrativa incalzante e una complessità di temi e di stile che ne fanno il valido incipit di una promettente trilogia.

Carlo Tortarolo

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Grzegorz Cichoń aveva i suoi piccoli rituali. Arrivava al lavoro con dieci minuti di anticipo, salutava tutti, si faceva il caffè in una tazza con il disegno di un uccello nero e la scritta “Irish coffee” 1. Solo in seguito raggiungeva la sua postazione e si infilava le cuffie. Credeva superstiziosamente che la prima telefonata condizionasse l’intera giornata: se si trattava di una cosa semplice sarebbe andato tutto liscio, se invece a chiamare era qualcuno con un problema più complicato, Grzegorz avrebbe di nuovo lasciato il lavoro con il mal di stomaco e l’emicrania.

La spia si accese e il ragazzo premette un pulsante.

Operatore numero quattro, come posso aiutarla? – disse incrociando le dita, nella speranza che fosse qualcosa di banale. Un infarto, uno svenimento, un bambino smarrito, una lite tra vicini… Una faccenda che sarebbe bastato girare al pronto soccorso o alla polizia. Niente che richiedesse una conversazione più lunga. Niente che ricordasse quella telefonata di tre settimane prima, quando Grzegorz aveva passato un quarto d’ora a cercare di calmare una donna che si era schiantata con la macchina sul ciglio della strada. Era uscita praticamente illesa dall’incidente, ma il figlio di quattro anni era ferito in modo grave. Avevano aspettato l’ambulanza insieme: Grzegorz nella sala riscaldata, la donna sotto una gelida pioggia battente sul limitare di un bosco, tenendo in braccio il bambino moribondo. Ignorava se il piccolo fosse sopravvissuto. A volte era tentato di cercare informazioni su Internet. Ma sapeva che era una cattiva idea. Il bambino di quattro anni insanguinato che a volte lo visitava in sogno era senza volto e Grzegorz preferiva che rimanesse tale.

Ho un problema – aveva detto intanto la voce nelle cuffie. L’uomo, probabilmente anziano, era molto nervoso. Forse anche spaventato, ma non in preda al panico. Quest’ultima cosa lasciava ben prevedere: con le persone che andavano nel panico era difficile intendersi.

Quale problema? – Grzegorz guardò la mappa. Il chiamante era visualizzato nell’area del quartiere di Janów, a Katowice, ma non significava ancora nulla. Il sistema di localizzazione a volte si sbagliava di qualche chilometro. O perfino di oltre dieci, se non di svariate decine. Una volta Grzegorz aveva visualizzato una donna di Sosnowiec a Czestochowa.

Un rumore di saliva inghiottita, poi un sussurro:

Ha intenzione di rubarmi la vita.

Chi?

Entra in casa mia quando vuole. Non riesco a liberarmi di lui.

Parli più chiaramente, per favore. Come si chiama?

Clic. La comunicazione fu interrotta. In ogni caso Grzegorz controllò se nel corso degli ultimi tre giorni risultassero chiamate dallo stesso numero. Non risultavano, perciò dopo un attimo di esitazione cestinò la denuncia come infondata. Troppo pochi dati, scarsa probabilità che qualcuno fosse effettivamente in pericolo. Eppure, qualcosa nella voce dell’uomo anziano lo costrinse a pensare a lui tutto il giorno – mentre rispondeva a una donna che sospettava che il marito si fosse intossicato in un ristorante cinese, o mentre spiegava a un ragazzo che l’incapacità di venire a capo di un problema di matematica non era un buon motivo per telefonare al 112.

Quell’uomo era davvero spaventato. E aveva un problema serio.

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